sabato, Settembre 18

Italia incapace di adeguarsi ai principi di civiltà europei field_506ffb1d3dbe2

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Magistrato, da sempre schierato e impegnato sul fronte progressista, Giovanni Palombarini è una delle ‘anime’ di Magistratura Democratica, la corrente di ‘sinistra’ in seno all’Associazione Nazionale dei Magistrati. “Pare proprio che sia impossibile per l’Italia adeguarsi ai principi europei (e della civiltà) in materia di trattamento da riservare alle persone arrestate fermate dalla Polizia”, osserva Palombarini, allarmato non solo, o non tanto dalle ricorrenti cronache giudiziarie relative a processi contro agenti accusati di avere provocato la morte di qualche giovane. “Ci sono anche le sentenze delle Corti internazionali a ricordarci la situazione”, ricorda. “Nel giro di una settimana, infatti, l’Italia ha riportato due condanne dinanzi alla Corte europea dei diritti umani, una per i maltrattamenti inflitti dalle forze dell’ordine a una persona in stato di arresto (sentenza 24 giugno 2014, Alberti contro Italia), e un’altra, otto giorni dopo, per i maltrattamenti a molti detenuti nel carcere di Sassari (sentenza Saba contro Italia)”.

Non si tratta di sentenze che stabiliscono nuovi principi di diritto, spiega. Entrambe, infatti, costituiscono semplici conferme della giurisprudenza della Corte di Strasburgo in materia di divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti (art. 3 della Convenzione). Tuttavia sono sentenze che meritano attenzione perché ricordano, una volta ancora, che in Italia le violenze fisiche e morali perpetrate dalle forze dell’ordine sulle persone in Stato di privazione della libertà personale rimangono prive di adeguate sanzioni.
In particolare, spiega Palombarini, il caso Saba, è esemplare: “I fatti risalgono all’aprile del 2000, quando alcuni detenuti del carcere di Sassari denunciarono le violenze di ogni genere subite da parte della Polizia penitenziaria in occasione di una perquisizione della struttura (agenti di altri stabilimenti vennero inviati a Sassari per rafforzare la guarnigione locale)”.Non mancano i tentativi di insabbiare e minimizzare, ma un magistrato ostinato, il Pubblico Ministero Mariano Brianda, le indagini vanno avanti, e alla fine arriva la richiesta di rinvio a giudizio per novanta persone tra agenti ed altri membri dell’amministrazione penitenziaria; l’ipotesi di reato è di violenza privata, lesioni personali aggravate, ed abuso d’ufficio, commessi nei confronti di un centinaio di detenuti.
Sessantuno imputati scelgono il rito abbreviato, in dodicivengono condannati, da quattro mesi a un anno e mezzo di reclusione, tutte sospese; condanne per violenza privata aggravata e abuso di autorità contro arrestati o detenuti. In appello le condanne diventano definitive per nove di loro.
Gli agli altri ventinove imputati: nove sono rinviati a giudizio, per venti fu la sentenza è di non luogo a procedere. Nel corso dei processi si accerta che si sono verificati episodi di violenza inumana e gratuita, detenuti costretti a denudarsi, insultati, minacciati e picchiati. Ma il Tribunale comunque proscioglie tutti gli imputati: due di loro per carenza di prove, gli altri sette per sopravvenuta prescrizione.

Oltre al rammarico per la gravità dei fatti e per la cattiva fama che il nostro Paese si va costruendo a livello internazionale”, quello che colpisce Palombarini “è la modestia delle conseguenze che subiscono coloro che quella cattiva fama determinano. La prescrizione è la regina delle ciambelle di salvataggio. Ma l’assenza nel nostro ordinamento del reato di tortura (la cui introduzione, prevista da convenzioni sottoscritte dall’Italia, è stata più volte sollecitata anche da organismi internazionali), determina per coloro che sono riconosciuti colpevoli l’inflizione di pene modestissime, di regola sospese”.

Una situazione aggravata dal fatto che le misure disciplinari che seguono a condanne simboliche sono altrettanto simboliche. Ciò induce a pensare che siano forti in molti ambienti i sentimenti di solidarietà verso coloro che violano le regole a danno delle persone detenute. “Infatti”, conclude sconsolato Palombarini, “sono trascorsi più di dieci anni dai fatti di Sassari, ma la situazione, anche normativa, non si è modificata”.

A proposito di lungaggini. Devono rispondere di sequestro di persona a scopo d’estorsione e rapina. E’ il 15 gennaio del 2000 quando nel carcere di Parma scoppia una rivolta, e un agente viene rinchiuso in una cella per ore; poi la resa dopo una lunga trattativa. Dopo sei interminabili ore l’allora procuratore Giovanni Panebianco annuncia: «Abbiamo accolto le loro richieste di trasferimento». Ora, a quattordici anni di distanza, quella rivolta entra in un’aula di giustizia. Il procedimento, dopo essere rimasto a Parma per alcuni anni, viene poi trasferito alla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. Se ne parlerà così il 30 settembre prossimo in Corte d’assise. Il rinvio a giudizio del Giudice per l’udienza preliminare Bruno Giangiacomo risale al giugno 2013, e la prima udienza era stata fissata per lo scorso gennaio, ma problemi di notifiche agli imputati hanno fatto slittare ulteriormente il ‘vero’ inizio del processo al prossimo autunno.

Per riassumere: una rivolta in carcere, sei ore di grande tensione, una trattativa che alla fine riesce a scongiurare un epilogo che poteva essere tragico. Alla fine la resa e il ritorno alla ‘normalità’. Quattordici anni dopo, il processo, neppure concluso: inizia.

E sempre a proposito di lungaggini. E’ sordo da quasi due anni, percolpadello Stato. Tutta colpa di quella che doveva essere una ‘normale’ perquisizione in cella, nel carcere romano di Regina Coeli. La ‘vittima’, un detenuto di 63 anni, quando può fare ritorno in cella si accorge che il suo apparecchio acustico, unica difesa dal grave deficit auditivo che lo rende pressoché sordo, è ridotto in frantumi. Sporge denuncia, chiede il risarcimento danni. L’avvocato Simone Pacifici, già legale dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, chiede e ottiene un incontro con un dirigente della struttura carceraria che, si legge nella denuncia, «convocò gli agenti che confermarono i fatti». La richiesta di rimborso viene però rigettata. Inutile ogni tentativo, a spese del detenuto stesso, di riparazione dell’apparecchio «anche con l’invio a Milano presso tecnici specializzati». Così il detenuto, che nel frattempo ha ottenuto gli arresti domiciliari, impossibilitato a sostenere le spese per il riacquisto dell’apparecchio (superiori ai 4mila euro), sarebbe stato costretto a vivere in condizioni di estremo disagio per evitare il ritorno in carcere: che sarebbe inesorabilmente scattato qualora non avesse sentito gli agenti bussare alla sua porta per effettuare i consueti controlli sullo stato di detenzione in casa. Anzi, a causa della sua sordità, sarebbe stato costretto a «passare tutte le notti sveglio e a dormire accanto la porta d’ingresso».

L’avvocato Pacifici spiega: «Ho speranza che la Procura di Roma possa aprire un fascicolo e disporre un’approfondita indagine, capace di fare giustizia in questo caso e in altri analoghi».

Carcere come luogo di pena, ma anche di vera e propria tortura. Questa denuncia, per esempio, viene da Salerno, carcere di Fuorni. «Viviamo in celle da sei e otto posti, con un piccolo bagno dai rubinetti rotti. Gli sgabelli e i tavoli hanno almeno 20 anni, le docce hanno appena un fili d’acqua e i materassi sono sembrano sottilette, scaduti da anni. Anche dal punto di vista sanitario le cose non vanno meglio. Le medicine dobbiamo comprarle noi, qui non ce ne sono e c’è anche chi non può permettersele perché le famiglie non hanno soldi e qui non ci assegnano lavori. L’educatore ci chiama ogni tre mesi e i tempi per le scarcerazioni anticipate vanno dai cinque ai sei mesi. Le celle sono infestate dalle zanzare, qui non si fa una disinfestazione da troppo tempo. La situazione è tale che, Poggioreale (carcere napoletano, ndr), in confronto, è un albergo a cinque stelle».

 

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