martedì, Giugno 15

Italia in guerra in violazione della Costituzione

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Il diritto internazionale che latita nella lotta all’ISIS ci fa guardare in casa nostra. E una cosa molto importante e impopolare va detta e va detta a chiare, chiarissime, super chiare lettere: i nemici sono nemici e logica vuole che se sono combattuti, combattano a loro volta con i mezzi che hanno.

Noi italiani partecipiamo alle operazioni anti-ISIS con una missione militare di addestramento e consulenza, che si chiama Prima Parthica, il che lascia intendere che ve ne possa essere una seconda: i nostri militari conoscono a menadito la storia bellica romana e vi attingono a piene mani. Bene. Beh, fino ad un certo punto: la guerra contro i Parti dei romani, la prima almeno, fu combattuta intorno all’odierna Harran, nella Turchia meridionale nel 53 a.C., ed era un episodio di una guerra che sarebbe durata oltre due secoli, solo per dire che magari una scelta terminologicamente più ‘pacifica’ poteva essere diplomaticamente più consona.
Che dire: speriamo che Al Baghdadi non conosca la storia!
Comunque: non nascondiamoci dietro un dito, noi italiani siamo in guerra, a tutti gli effetti, non diversamente dagli altri, che almeno lo dicono. I nostri soldati non sparano, ma addestrano i soldati iracheni e curdi e indicano gli obiettivi ai bombardieri statunitensi e francesi: se non è guerra questa! Finora non ci hanno colpiti, ma noi stiamo colpendo loro, sia pure per interposta persona.
Chi ha orecchie per intendere intenda; chi ha l’obbligo di essere responsabile, lo sia. Il diritto internazionale non è roba da democristiani: forse è giunto il momento di uscire dai barocchismi semantici e dalle contorsioni filosofiche per non chiamare guerra quella che guerra è, prima di doverci accorgere che la storia non ama il barocco. Oppure avere il coraggio di uscire dall’impiccio.

E se siamo in guerra, questa volta siamo in piena plateale violazione della nostra Costituzione, piena e plateale. La nostra Costituzione permette (contrariamente a ciò che dicono i vari ‘pacifisti’) le azioni di guerra di natura, per dir così, ‘poliziesca‘, quelle, insomma, volute dalle Nazioni Unite, e, naturalmente, la legittima difesa.
L’articolo 11 della Costituzione, infatti, dice che l’Italia ripudia la guerra di aggressione, ma consente alla partecipazione ad organizzazioni internazionali destinate a mantenere la pace: la pace si mantiene con la forza!

Dunque: se si partecipa ad un’azione militare ONU, siamo in guerra, ma in guerra lecita e addirittura dovuta. Ma, nel caso di specie, a parte la risoluzione 2199 – che riguarda il divieto di commerciare petrolio e reperti archeologici con l’ISIS, e che viene adottata alla luce del capitolo VII della Carta -, le risoluzioni successive, compresa quella sugli attentati di Parigi e sull’abbattimento dell’aereo russo in Sinai (risoluzione 2249), non fanno alcun richiamo al capitolo VII (il sistema di coercizione, diretto contro gli Stati responsabili di minacce alla pace, violazione della pace e atti d’aggressione), ma ribadiscono l’esigenza di soluzione del conflitto in Siria. Il capitolo VII, come noto, è quello che permette alle Nazioni Unite di agire con la forza o, come è, prassi frequente, di autorizzare gli Stati ad usare la forza. In presenza, cioè, di una risoluzione di tal genere, l’uso della forza (la guerra, insomma, perché sempre guerra è) per la nostra Costituzione è lecita e diventa, per così dire, azione di polizia, suscettibile di essere svolta senza violare la Costituzione stessa. Altrimenti, la guerra non è lecita, oppure (perché ovviamente sarebbe una follia che la nostra Costituzione ci impedisse di fare la guerra magari difensiva) deve essere autorizzata dal Parlamento a norma dell’art. 78.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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