sabato, Aprile 10

Italia: in arrivo il primo comitato aerospaziale Il 6 settembre è prevista la prima riunione

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Tra qualche giorno si riunirà la prima Commissione Interministeriale sui temi dell’Aerospazio, secondo i dettati della legge 7/2018 approvata lo scorso 11 gennaio 2018. Si tratta di un passaggio molto importante per il nostro Paese perché tutti quelli che lavorano nell’ambito delle tecnologie spaziali potrebbero respirare un’aria diversa per le loro attività. C’è chi sostiene che l’Italia si è dotata di una cabina di regia in cui sia l’Agenzia Spaziale che un comitato tecnico specifico saranno gli interlocutori dei ministeri interessati nel decidere le future politiche per l’aeronautica e lo spazio. Questo è quanto prevede il dispositivo e dalle date si evince che i tempi per partire sono stati piuttosto rapidi. Almeno per i burocrati italiani. Negli altri Paesi forse in sette, otto mesi si sarebbe già pensato a un programma competitivo ma da noi si sa, la spartizione delle poltrone, la conquista dello scettro del comando e la frantumazione territoriale ha sempre la meglio. Almeno così in passato. Ora che abbiamo il governo del cambiamento ci auguriamo che tutto andrà molto meglio. La legge è stata varata sotto la forte pressione di quelle correnti politiche che ora esercitano con onestà blanda un’opposizione che a volte sfiora la tenerezza ma che comunque non dovrà inficiare i benefici delle aspettative e nelle sue finalità recita che «Allo scopo di assicurare il coordinamento delle politiche spaziali e aerospaziali, nonchè di favorire l’efficacia delle iniziative dell’ASI, di cui al decreto legislativo… al Presidente del Consiglio sono attribuiti l’alta direzione, la responsabilità politica generale e il coordinamento delle politiche dei Ministeri relative ai programmi spaziali e aerospaziali, nell’interesse dello Stato». Per queste ultime espressioni che sicuramente sono garanti per tutte le operazioni che deriveranno dal gruppo di tecnici e politici, ogni fase si muoverà a tutela della cosa pubblica, cosa che non sempre è avvenuta in passato visto che dalle istituzioni che avrebbero dovuto condurre la politica del settore fino ad ora abbiamo assistito a scandali, dimissioni forzate e anche a qualche arresto che certo non ha fatto molto bene all’immagine della nostra Italia all’estero.

Chiariamolo subito. Non abbiamo più voglia di scavare nel passato di certe figure e di certi spettacoli poco edificanti. Ma il settore lo consideriamo importante: per quei pochi che non dovessero ricordarlo, rammentiamo che nei lontani –ma non troppo- anni Sessanta, gli Stati Uniti si coalizzarono per costruire un’immagine di capacità tecnologica che ha usato la Luna come obiettivo per mostrare che la scienza restituita dalle università dell’Union sarebbe stata capace di mandare sul nostro satellite uomini e soprattutto, di farli tornare vivi, senza nessuna sperimentazione che confortasse le teorie formulate in laboratorio. In qualche articolo lo abbiamo già scritto. Il presidente John Fitgerald Kennedy fu il promotore di questa sfida anche se prima di lui Dwight D. Eisenhower e una lunga teoria di strateghi già avevano iniziato la difficile articolazione che andava a esplorare una disciplina inedita. Tanto complessa da andare a rastrellare i più acerrimi nemici –e tra questi il barone Wernher von Braun e Ernst Stuhlinger che nella Germania nazista avevano tramato contro gli USA per sedersi sul trono dei più potenti del mondo.

Kennedy era stato un marinaio e di spazio non sapeva nulla ma fu convinto che lasciare l’impronta di una scarpa americana sarebbe stato un messaggio indiscutibile di supremazia. Più ancora che sganciare bombe su inermi città del Giappone.

Ora lo spazio ha cambiato pelle. E sono praticamente tutte le fibre epiteliali a non essere più come prima. Si è passati dalla competizione più accesa alle alleanze più disperate. Paesi che non perdevano occasione a mostrarsi ogni giorno le punte delle loro lance ora siedono agli stessi tavoli e discutono degli stessi argomenti perché dallo spazio c’è la convizione che si possa guadagnare. In Europa in cui si vantavano tecnologie meno efficaci di quelle di Stati Uniti e Unione Sovietica, ora dopo tanta concorrenza le industrie si stanno unendo perché la ricerca dei mercati è più impellente di qualsiasi amenità nazionalistica e le spese da sostenere per ricerca e sviluppo sono così elevate che nessuno Stato sovrano è in grado di affrontarle solitariamente.

Siamo certi che queste nozioni sono molto chiare a chi guiderà la compagine spaziale, perché prima di fregiarsi di qualsiasi titolo, da buon leader avrà studiato accuratamente i dossier e si troverà di fronte gli scenari di un’Europa che nonostante le condivisioni cerca di portare avanti gli interessi dei singoli Stati membri. Qualche nazione è più forte, anche perché ha messo al posto giusto gente preparata e non fuoriuscita da liste partitiche o anche perché ha speso per i suoi giovani facendoli studiare per affrontare problematiche complesse e poi li ha cresciuti con le adeguate retribuzioni. Altri Stati sono stati distratti da fenomenologie più urgenti e elettoralisticamente più paganti e hanno lasciato che le nuove generazioni andassero a cercare affermazione all’estero, rinunciando a brevetti, alla formazione di scienziati e provocando la desertificazione industriale. Ma fidiamo che questo non accada mai in Italia.

Ma nel suo studio, chi guiderà lo spazio italiano del secondo millennio non dovrà trascurare che le start-up, pur essendo realtà molto piccole, possono soverchiare le grandi imprese ma non ne potranno prendere il posto perché la guida di un sistemista è indispensabile e se non sempre la manifattura riesce a remunerare a breve ogni suo progetto, la sua presenza è indispensabile per garantire autonomia strategica e indipendenza delle proprie forze armate. Magari questo termine farà sorridere o rabbrividire, ma con i tempi che corrono è bene non farsi troppe illusioni di sopravvivenza in caso che qualche esaltato nazionalista o indomabile separatista intenda scatenare qualche nuovo conflitto che possa coinvolgerci. Non dimentichiamo che anche la minuscola Italia, tanto rurale e così poco industrializzata appena meno di un secolo fa decise di spezzare le reni a destra e a manca.

Insomma, noi da queste righe sosteniamo da sempre che lo spazio è un argomento serio e non dovrebbe essere lasciato alla politica. Ma se proprio la politica deve occuparsene, ci auguriamo che lo faccia in modo serio: dimenticando che il nord ha realtà industriali diverse dal resto d’Italia e che la Space Economy deve essere un patrimonio di tutti i territori perché i contribuenti devono essere uguali davanti alla legge e non differenti rispetto alle esigenze di potentati e minoranze istituzionalizzate.

Contiamo che la nuova assise spaziale faccia tesoro di tutti gli errori del passato ma anche di questi successi che dal progetto San Marco di Luigi Broglio e Carlo Buongiorno ha aperto la strada a una scienza importante e piena di contenuti multidisciplinari. La posta in palio non è il campanile da difendere quanto i posti di lavoro da potenziare e una tecnologia industriale da tenere alta.

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