venerdì, Ottobre 22

Italia: il debole rapporto con le potenze asiatiche

0
1 2


Anche il Premier cinese ha fatto tappa in Europa la scorsa settimana: prima ha incontrato la Merkel, poi ha aperto il dialogo con Bruxelles. In questo ultimo incontro sono mutati i rapporti Cina-UE?

La Cina per quanto riguarda l’UE ha molti contenziosi aperti: da un lato c’è il famoso problema dell’economia di mercato; quando la Cina sedici anni fa è entra nel WTO ha firmato una serie di accordi che in gran parte non ha mantenuto. Il WTO è un’organizzazione internazionale in cui per entrare bisogna avere l’unanimità di tutti i membri: ogni membro, nel 2001, aveva chiesto una serie di condizioni per far diventare la Cina un membro effettivo. Il problema è che gran parte di queste condizioni che erano alla base del suo inserimento nel WTO non sono rispettate; in più c’è un articolo dell’accordo che può essere interpretato in due modi diversi e, dunque, risulta molto ambiguo da entrambi le parti. Questo articolo afferma che dopo 15 anni dall’entrata nel WTO la Cina avrebbe dovuto conseguire lo Status di ‘economia di mercato’, ma ciò non è avvenuto, poiché l’UE sa che potrebbe perdere molti dei suoi vantaggi. Infatti, se un Paese membro dell’organizzazione accusa di dumping – quando un’impresa vende su un mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello fissato normalmente sul mercato domestico – un’economia non di mercato (in  questo caso la Cina), sarà quest’ultima a dover dimostrare che i prezzi che pratica sono quelli giusti e non sono manipolati. Ovviamente noi sappiamo che l’acciaio e molti altri prodotti cinesi sono venduti a prezzi molto bassi ma, poiché la Cina non è economia di mercato, sarà suo onere giustificare i propri prezzi. Se avesse lo status di economia di mercato dovrebbero essere i Paesi accusatori a dimostrare che i prezzi sono fasulli. Un’interpretazione prevalente nel WTO è che lo status di economia di mercato può essere concesso dopo 15 anni, ma solo dopo un’analisi approfondita di certi parametri. Il contenzioso, oltre a questo aspetto dell’economia di mercato, si basa sia sulla contraffazione dei marchi sia sull’uso di prodotti pericolosi per la salute, che vengono usati per risparmiare e per avere dei prezzi di mercato più bassi rispetto alla media. L’UE importa tre volte tanto rispetto a ciò che esporta verso la Cina: il disavanzo commerciale è enorme e, anche per questo, i vertici di Bruxelles accusano la Cina di manipolare i prezzi delle esportazioni in modo di esportare con facilità e bloccare il più possibile le merci importate.

La Cina ha in mente e sta attuando un enorme progetto: la nuova via della Seta. L’Italia potrebbe giovarsi di questo? In che modo?

In teoria l’Italia potrebbe essere beneficiata da questa iniziativa cinese, poiché sarà uno dei punti finali della via marittima, infatti sia i porti dell’Adriatico (Venezia-Trieste) sia quelli del Tirreno (Genova-Taranto) potrebbero essere l’anello di congiunzione tra la via marittima e quella terrestre. Se non ricordo male inizierà tra poco anche il progetto di collegamento ferroviario in 19 giorni tra Cina e Italia, che da Suzhou arriverà a Milano, raggiungendo poi Padova, Frosinone, Bari e Nola. La Cina ha già attuato alcuni treni sperimentali con la Germania, perché via treno, nonostante la bassa velocità media, le tempistiche si riducono moltissimo, quasi si dimezzano rispetto al tempo che ci metterebbe una nave. Per cui per molte merci diventa conveniente il treno. L’Italia potrebbe beneficiare di questo, perché insieme ad altri progetti europei, potrebbe guadagnare nel traffico commerciale: potrebbe migliorare l’organizzazione dei porti come Genova, che al momento sono molto lenti e poco efficienti. Alcuni progetti come il collegamento Rotterdam-Genova, che prevede la costruzione del terzo valico di Lugano del Monte Ceneri e la ricostruzione di grandi pezzi della Milano-Genova, oltre a quadruplicare la Milano-Chiasso. Questi progetti insieme al progetto cinese potrebbe dare un ampio respiro ai porti italiani per adesso mal collegati.

È possibile che la Cina e l’UE non riescano a trovare un accordo commerciale in tempi stretti. La Cina sarà costretta a muoversi tramite accordi bilaterali con i singoli Paesi europei? L’Italia potrebbe vedere un vantaggio in un accordo bilaterale o, forse, sarebbe più avvantaggiata se si creasse un accordo unico tra UE-Cina?

Al momento attuale l’Italia ha un potere contrattuale basso, molto probabilmente si verificherebbe ciò che è avvenuto nell’ultima settimana con il leader indiano Modi: gli accordi verrebbero fatti con Germania, Francia e Spagna perché l’Italia rimane sempre un po’ in disparte a causa dell’inefficienza del nostro sistema Paese. C’è da dire che purtroppo, mentre la politica commerciale dell’Ue in senso stretto (ovvero per ciò che riguarda l’import-export) è controllata dalla Commissione europea, per quanto riguarda i nuovi accordi vengono considerati trattati economici ampi perché riguardano anche altre componenti. La Corte di giustizia europea ha detto che tali trattati devono essere accettati non solo dalla Commissione europea, ma anche da tutti gli Stati. Il rischio di un trattato tra Ue-Cina è che non ci sia una politica economica unitaria tra i Paesi europei, situazione che potrebbe rallentare molto il progetto economico cinese, esattamente come è successo per il CETA, l’accordo economico tra UE-Canada. Poiché ogni Paese ha una propria politica economica difficilmente si potrà arrivare ad un trattato economico Cina-UE: l’Italia, per questo, dovrà trattare da sola con un colosso come la Cina, consapevole di avere un potere contrattuale minore rispetto ad altri Paesi europei. L’unico aspetto minimamente positivo per l’Italia sarà l’uscita della Gran Bretagna dall’UE: secondo alcuni studiosi Brexit favorirà un processo di integrazione dell’UE più rapido perché all’interno dell’Unione l’Inghilterra era il Paese che più si opponeva alle proposte comunitarie. Se la forza contrattuale dell’Europa si compatterà automaticamente anche quella italiana ne trarrà vigore.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->