giovedì, Settembre 23

Italia – Germania: ‘estraniazione strisciante’ e ragioni di convergenza Intervista a Federico Niglia, docente di Storia dell’Università LUISS Guido Carli di Roma

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Un rapporto ricostituito dai tempi della storica intesa cristiano-democratica tra Alcide De Gasperi (DC), già fautore dell’integrazione europea, e Konrad Adenauer (CDU), protagonista del reinserimento della Germania nello scenario internazionale postbellico; un sodalizio di durata che vedrà il pieno supporto dell’Italia al processo tedesco di riunificazione, avvenuta il 3 ottobre 1990, e proseguirà fino all’ingresso dell’Italia nell’Euro, facilitato – fino al 1998 – dalla fiducia politica tra Helmut Kohl e i Capi di governo Ciampi e Prodi; ancora, un forte interscambio commerciale (l’Italia ha nella Germania il suo primo partner) che, secondo l’ISTAT, nel 2016 ha sfiorato i 112,5 miliardi di euro: si tratta di profondi fattori di convergenza con la Bundesrepublik, oggi oscurati, nel discorso politico, da scarti divisivi inerenti al debito sovrano, al peso della crisi economica e occupazionale,  alla realtà migratoria e alla sua gestione.

In base a una recente indagine del Centro Studi ‘ImpresaLavoro’, che ha analizzato – sulla scorta dei dati forniti dalla Banca Centrale Europea (BCE) – l’andamento del debito pubblico nei due Paesi (oltre a Francia, Spagna e Regno Unito), dal 2014 al primo trimestre del 2017 il debito italiano è cresciuto di 138 miliardi, mentre quello della Germania (unico Paese virtuoso in questo senso) si è abbattuto di 63 miliardi. Per l’Italia, l’aumento complessivo di 82 miliardi tra gennaio e luglio incrina, di fatto, le prospettive ottimistiche stimate dai nostri esecutivi (fatta eccezione per il 2015) in sede di programmazione economica, né la lenta ripresa indicata dall’OSCE basterebbe a invertire tale tendenza.

Sul fronte della mobilità, la Germania è al primo posto per presenza di cittadini extraeuropei sul suo territorio: secondo un rapporto dell’Istituto ‘Destatis’, essi rappresentano il 22,5 % della popolazione totale ((il background migratorio interessa, al 2016, 18,6 milioni di persone), con un incremento del flusso di richiedenti asilo tra il 2015 e il 2016. I dati sono in linea (al primo gennaio 2016) con quelli di EUROSTAT e ISTAT, che confermano il primato tedesco in termini assoluti, con 8,7 milioni di residenti provenienti da Paesi terzi, contro i 5 milioni presenti in Italia, vale a dire l’8,3% della popolazione. Malgrado le differenze relative al contesto geografico e alla stessa governance (la ciclicità della fase emergenziale italiana rispetto all’apertura controllata delle frontiere mantenuta, nonostante l’ascesa dell’AFD, dalla Cancelliera Angela Merkel), entrambi i Paesi si sono trovati ad affrontare un incremento di flussi: la Germania nel 2015, con l’elevato numero di cittadini siriani in fuga dal conflitto; l’Italia, almeno fino alla recente battuta di arresto sulla rotta Libica e centro-mediterranea. In generale, nonostante gli auspici ‘comunitari’ provenienti dalla Francia, nell’appello lanciato da Emmanuel Macron alla Sorbona, lo scorso 26 settembre (che invita a creazione di un ufficio unico europeo per l’asilo, al rimpatrio dei ‘migranti economici’ e al rafforzamento poliziesco delle frontiere esterne), Italia e Germania – come, del resto, la stessa Francia – hanno mostrato strategie differenziate dipendenti da scelte specifiche, adottate a livello nazionale.

Oggi, complice un discorso politico diffuso centrato sull’egemonia indiscussa della Germania in Europa, la solidità dell’asse italo-tedesco sembra stemperarsi e appartenere alle transizioni del passato. A questo punto, ci domandiamo, quali sono gli elementi di convergenza capaci di riabilitare una relazione che, nonostante le retoriche di ricerca del consenso – esistenti da ambo le parti – , si è mantenuta nel tempo e potrebbe costituire un elemento portante della politica unitaria?

Ne abbiamo parlato con Federico Niglia, studioso del mondo tedesco e docente di Storia contemporanea dell’Università Internazionale ‘Guido Carli’ di Roma.

 

Professor Niglia, dopo la riunificazione accelerata della Germania e gli anni che vedono l’ingresso dell’Italia nell’Eurozona, si riscontra un progressivo distanziamento, che appare fondato sul ruolo egemonico della Germania: essa avrebbe indebolito – e sottostimato – il rapporto bilaterale con gli altri Stati, primi fra tutti la Francia e l’Italia. Rispetto a quest’ultima, come si è evoluta la relazione negli ultimi due decenni?

Italia e Germania, se non sono convergenti, hanno sicuramente una storia parallela, nella misura in cui sono due Paesi che hanno vissuto determinati momenti storici nella stessa condizione.

Rispetto alla fine dell’Ottocento, che vede due nazioni in crescita tardiva, destinatarie di un’unificazione tardiva, abbiamo il successivo periodo delle dittature, seguito da una rinascita democratica. Pertanto il parallelismo riguarda, storicamente, i momenti di svolta europea di entrambi i Paesi. Se guardiamo al sodalizio tra De Gasperi e Adenauer, c’è un momento di convergenza che riguarda la ricostituzione della democrazia, il percorso europeo, la proiezione atlantica.

Saltando agli ultimi decenni, invece, diremo che sono emersi, soprattutto da parte italiana, segnali divergenti. Più di uno studioso ha parlato di «estraniazione strisciante» tra Italia e Germania, ossia: sebbene vi sia, tra questi Stati, una convergenza sui dossier fondamentali e sui valori di fondo, è vero che, spesso, emerge una non completa unità di visione. Questo dipende da vari fattori. Guardando la parte italiana, sicuramente, dal modo in cui si è evoluto il processo di integrazione europea: in buona sostanza, quello che gli italiani faticano a digerire è il fatto che l’integrazione nell’UE ha avuto il suo motore primo nella economia e, più segnatamente, nella moneta. Il che non è un fattore né positivo né negativo, però è un aspetto parziale del processo di integrazione. Per contro, l’Italia è molto più interessata a una dinamica politica di integrazione e, soprattutto, guarda a realtà e ad aree che non necessariamente coincidono con quella tedesca. Lo vediamo, ad esempio, da come si è evoluto il processo di allargamento: soprattutto a partire dal 2004, esso ha trasformato la Germania nel centro dell’Europa, mentre ha periferizzato l’Italia… Un’Italia che ha sofferto il fallimento dell’Unione per il Mediterraneo e per la quale il processo di allargamento ai Balcani occidentali si è rivelato più complesso del previsto. L’Italia è diventata una ‘periferia’ all’interno di una Unione Europea che ha il suo centro fisiologico nella Germania.

Ora, passando alla prospettiva tedesca, la Germania ha una visione che possiamo definire più ‘statica’ dell’Unione: l’UE come luogo all’interno del quale si creano istituzioni funzionanti. Ciò ha favorito, in molti aspetti, la stabilità incarnata dal Modell Deutscheland, ma questa Europa ‘a trazione tedesca’ non è stata in grado di intercettare una serie di problemi.

Si riferisce alla crisi del 2008 ?

La disunione generata da tale crisi ha modificato le performance all’interno dell’Unione; ma ci sono anche altri aspetti: l’esistenza di una dimensione mediterranea significativa; il fatto che l’UE dovrebbe essere anche Politica estera di sicurezza comune (PESC). In proposito, questa ‘gamba’ è molto più di interesse degli italiani, ma la lettura tedesca ha a che fare con una prospettiva diversa del processo di integrazione, in rapporto a quelle che sono le ‘proiezioni’ dell’Unione. Inoltre, alcune vicende, legate soprattutto agli Stati Uniti, sono state interpretate in modo diverso dagli italiani e dai tedeschi: ad esempio, se consideriamo il caso dell’intervento in Iraq, non c’è stata sincronia tra Germania e l’Italia, che si sono trovate a operare su piani diversi.

Ora, la crisi economica ha enfatizzato, a partire dal 2008-2009, quelli che sono i fattori divisivi, lasciando un po’ sottotraccia tutti i fattori unificanti presenti nel rapporto italo-tedesco. Quest’ultimo continua ad essere molto importante per quanto attiene all’economia – intendendo con ciò anche il commercio – e alla politica. Tale processo, alimentato da certa retorica euroscettica, ha fatto sì che, da parte degli italiani, si tendesse, da un lato, a sottovalutare l’importanza del rapporto con la Germania; dall’altro, a portare avanti l’immagine di un’Europa ‘germanizzata’. In realtà, mi sembra un mito abbastanza da sfatare, perché la germanizzazione dell’Europa dipende dal fatto che il dossier prioritario è quello economico, un ambito nel quale è giocoforza che sia la Germania a dettare i tempi e i modi. Il problema riguarda, invece, l’Europa politica: un’entità certamente in ritardo, sulla quale l’Italia avrebbe da dire e potrebbe considerarsi – se non un motore – una delle potenze rilevanti dell’Unione.

Attualmente, ci troviamo di fronte due questioni fondamentali: migratoria ed economica. Per quanto riguarda la prima, nel 2015 la Germania, non senza difficoltà, ha dovuto rispondere al flusso di un milione di rifugiati siriani, mentre noi in tempi più recenti abbiamo avuto il flusso ‘libico’. Allontanandosi dalla prospettiva di un fronte comune tra i due Paesi che consideri i rispettivi contesti geografici (mediterraneo e continentale), prevale nella leadership un discorso antitedesco diffuso, mentre in Germania non sono rare le allusioni al disordine politico-organizzativo in cui versa l’Italia. Ora, se ricerca del consenso passa attraverso questi smarcamenti reciproci, ciò interessa anzitutto la questione economica, nella quale vediamo contrapporsi, da una parte, una dimensione monetaria e, dall’altra una dimensione politica del rapporto bilaterale in esame. La dimensione politica potrebbe mutare in termini di maggiore convergenza, in modo tale da far uscire la Germania dal suo isolamento egemonico (verso una crescita comune, basata su solidarietà e responsabilità), o esistono già segni interpretabili in questa direzione ?

Nella questione migratoria, Angela Merkel non era il principale motore del problema: esso è stato rappresentato dai soggetti che gravitano attorno alla Germania, principalmente l’Ungheria, ma anche la Polonia e gli altri membri del gruppo di Visegrád – ora emerge anche il discorso austriaco.  Questi Paesi hanno fatto fronte comune, in termini di chiusura, così da generare criticità di gestione per la Germania. In realtà Angela Merkel proviene da un orientamento molto aperturista e favorevole a una co-gestione. Certamente, ha dovuto rivedere il discorso – e le elezioni, in parte, lo hanno confermato – perché una posizione così aperta ha fatto trasparire difficoltà oggettive nel gestire quei flussi, il che ha avuto ricadute anche elettorali. Perciò la Germania stessa, complici anche gli atti di terrorismo, ha dovuto adottare un approccio più cauto. In realtà, non mi sembra che la questione possa essere ‘liquidata’ in termini di una Germania che oggi vuole opporsi al flusso migratorio e un’Italia che invece chiede una maggiore condivisione.

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