sabato, Maggio 8

Bardonecchia, Italia-Francia: una diplomazia ‘di frontiera’? Il quadro giuridico all’ombra dei fatti di Bardonecchia del 30 marzo. Distacco istituzionale, reazioni a caldo e fratture ‘di vicinato’ da sanare. Intervista a Edoardo Greppi, Ordinario di Diritto Internazionale dell’Università di Torino

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Dal punto di vista giuridico, con l’irruzione nei locali occupati della Ong ‘Rainbow 4 Africa’ si sono verificate diverse violazioni, a più livelli: dalla Convenzione di Schengen all’Accordo di Chambery, dal Trattato di Prüm all’Accordo italo-francese del 2012 in materia di cooperazione di polizia.   Queste violazioni, più che un fatto occasionale, sembrano l’effetto di un processo repressivo crescente da parte delle autorità di polizia, soprattutto francesi. Con tali ‘criticità applicative’, che si traducono in una violazione ripetuta della dignità e dell’integrità fisica delle persone, quali sono gli strumenti essenziali per ricomporre la frattura intercorsa tra i due Paesi?

Un’azione di polizia nel territorio di uno Stato può essere realizzata (per svariati motivi), ma deve essere preventivamente richiesto il consenso di questo. Si tratta di un punto fermo, conseguenza della centralità del principio di sovranità nell’ordinamento giuridico della comunità internazionale. La Carta dell’ONU, all’art. 2, primo comma, stabilisce che le Nazioni Unite si fondano sul principio dell’eguaglianza sovrana degli Stati, e la sovranità territoriale comporta divieto di ingerenza, di intervento. Dunque, i poliziotti francesi avrebbero dovuto preventivamente richiedere alle autorità italiane l’autorizzazione a svolgere un’azione di natura coercitiva in territorio italiano.

Occorre precisare che, a Bardonecchia, la sede della Polizia di Stato si trova a circa 100 metri dalla Stazione, e sia la Gendarmeria che la Police Nationale lo sanno benissimo. Peraltro, i rigidi connotati della sovranità territoriale trovano ampi margini di attenuazione proprio sul terreno degli accordi e dei regolamenti vigenti nell’Unione europea in materia di cooperazione di polizia.

Sotto questi profili, non è difficile constatare che si è trattato di un’azione probabilmente stupida e inopportuna e, a quanto pare, gestita in maniera inappropriata, con modi e toni bruschi. Mi si dice che, da tempo, il modo di fare dei francesi dalla parte italiana del confine è spesso caratterizzato da atteggiamenti non giustificabili secondo criteri di correttezza e doverosa cortesia personale e istituzionale. Questo non è accettabile. Non vi è, quindi, dubbio che siano stati opportuni i passi intrapresi dalla Farnesina che, con fermezza, ha chiesto spiegazioni e scuse all’Ambasciatore di Francia.

Detto questo –  cioè, che siamo senz’altro in presenza di una violazione di un complesso di norme giuridiche: accordi multilaterali come Schengen, accordi bilaterali recenti e più risalenti – mi pare opportuno ridimensionare la portata di quanto è avvenuto quella sera alla Stazione di Bardonecchia.

Gli organi di informazione hanno riferito di un’irruzione con le armi. Certo, gli agenti francesi erano armati ma, come mi è stato raccontato e come è confermato dalle immagini, avevano le pistole al cinturone, chiuse nella fondina. In altre parole, armati allo stesso modo entrano spesso nel bar vicino alla Stazione per prendere il caffè, e nessuno si sogna di gridare che sono armati. Inoltre (si veda il ‘Corriere della Sera’, edizione torinese di domenica 1 aprile 2018, p. 3) «il blitz della polizia francese in realtà non è avvenuto negli spazi sanitari occupati dai medici Rainbow, bensì in quelli assegnati al Comune, dove operano i mediatori culturali della Rete dei Comuni Solidali». I medici operano nelle stanze a fianco, che sono del Soccorso Alpino. Insomma, trovo abbastanza sopra le righe il comunicato della Ong, secondo il quale si tratta di «un presidio sanitario, luogo neutro rispettato anche nei luoghi di guerra (sic!)». Il «presidio sanitario»… è, in realtà, la porta accanto. Trovo, inoltre, francamente esagerato scomodare umanità, neutralità, imparzialità, indipendenza, come se fossero addirittura in gioco i principi del Movimento internazionale della Croce Rossa e il sistema delle convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949!

Probabilmente – questo sì- occorrerà rivedere alcuni accordi bilaterali, ma anche riesaminare le prassi di questi anni. Ogni giorno, e più volte al giorno, i furgoni francesi fermano davanti alla stazione di Bardonecchia e scaricano i giovani disperati che hanno tentato passare in Francia. Essi vengono poi accolti nei locali della Stazione, con umanità e professionalità, da volontari generosi.

Inoltre, la cooperazione di polizia è attiva da molti anni, con le presenze di agenti su tutti i treni e nelle stazioni di Bardonecchia e Modane. Questa prassi quotidiana dovrà probabilmente essere rivisitata e adeguata, per introdurre modalità più idonee anche alla luce di quanto è successo. Il Prefetto di Torino, Renato Saccone, ha precisa conoscenza dei problemi e ha già intrapreso iniziative con i suoi colleghi francesi, e sa bene come conciliare norme e prassi di portata locale con i vincoli che derivano dal più ampio contesto dei rapporti bilaterali Italo-francesi e di quelli in seno all’Unione europea.

 Quali possono essere i presupposti per un’intesa di durata tra i due Governi, considerando l’avviato progetto di redazione del futuro ‘Trattato del Quirinale’ (ispirato, nel modello, a quello franco-tedesco, detto ‘dell’Eliseo’, aggiornato lo scorso gennaio), le critiche espresse d Francia e Germania dopo il voto del 4 marzo e il rischio di esclusione dell’Italia da una trazione unionale a 3, a partire dalle istanze di riforma dell’eurozona?

Il fattaccio di Bardonecchia – che, ripeto, è verosimilmente frutto di comportamenti inappropriati degli agenti francesi, che si sono comportati in modo sciocco e arrogante, ignorando regole al cui rispetto erano tenuti – deve, tuttavia, essere ricondotto alla dimensione di quello che è stato: un’azione inopportuna e condotta malamente, in violazione di regole giuridiche evidenti e di facile comprensione.

Personalmente, mi hanno infastidito i toni di chi, candidato a governare il Paese, si è spinto addirittura a chiedere che venissero espulsi i diplomatici francesi accreditati presso il Quirinale! Sbagliato, sciocco, inopportuno e illegale, quel comportamento di Bardonecchia non era certo un atto di guerra: un po’ di senso delle proporzioni non farebbe male.

I piccoli rapporti quotidiani alle frontiere tra Italia e Francia si devono pur sempre collocare nella più ampia cornice dei rapporti bilaterali tra due grandi Paesi amici e alleati. Non solo: si tratta di due dei tre Stati più importanti tra i Sei che, oltre sessant’anni fa, hanno dato vita al processo di integrazione europea. L’unificazione europea attraversa una fase difficile della sua storia. I segnali che vengono dalle iniziative che hanno visto l’Eliseo, il Quirinale e Palazzo Chigi protagonisti sono ‘alti’, nel senso che mirano a delineare un futuro prossimo di proposte, progetti e idee finalizzati a rilanciare il processo di integrazione.

Tra i tanti dossier delicati vi è, in primissimo piano, quello dell’asilo e dell’immigrazione. L’Italia ha bisogno del sostegno del Presidente Macron per ottenere che le istituzioni dell’Unione affrontino in maniera adeguata la sfida determinata dalla necessità di modificare il quadro normativo esistente – le regole di Dublino in primis. Uno stupido episodio locale come quello avvenuto a Bardonecchia (tra l’altro non si trattava di un richiedente asilo, ma semplicemente di un nigeriano che viaggiava con un biglietto Parigi-Napoli, cioè in direzione opposta!) non può fare deragliare le necessarie iniziative della politica estera e della diplomazia italiana sul percorso più ampio – e più ‘alto’ – dei rapporti tra Italia e Francia nella cornice dell’Unione Europea.

Che messaggio dovrà, allora, arrivare da Roma?

 Il messaggio che parte (e deve partire) da Roma è nel senso di chiedere e ottenere di essere attori nel gruppo trainante di ogni iniziativa politica volta a rilanciare il processo di integrazione.

 

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