martedì, Gennaio 25

Italia – Francia: Trattato del Quirinale, il trionfo del ‘sovranismo europeo’ “Il Trattato ha il grande merito di rimettere su binari giusti i rapporti bilaterali tra Roma e Parigi, ma è anche un contributo al consolidamento dell’Unione Europea in quanto ne recepisce i valori e gli obiettivi fondanti”. Intervista a Daniele Pasquinucci (UniSiena)

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Tre giorni fa, Italia e Francia hanno sottoscritto il Trattato del Quirinale. La firma, celebrata dal sorvolo delle Frecce Tricolori e della Patrouille de France su Roma, è stata apposta dal Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, e il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, alla presenza del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. 
Una ‘svolta storica’ l’hanno definita Draghi e Macron, che non sarebbe potuta avvenire senza l’impegno dei due leader tra cui c’è grande stima e intesa personale, ma anche senza il lavoro di tessitura, se non di ricucitura dopo taluni strappi, del Quirinale (di cui il Trattato porta il nome) che ha difeso le relazioni tra Francia e Italia negli anni del sovranismo rampante. Come dimenticare le tensioni scaturite dai fatti di Bardonecchia o dalle politiche migratorie di Matteo Salvini o dalle visite inopportune di Luigi Di Maio alla delegazione di gilet gialli in Francia?
In quest’ultimo caso, Parigi, risentita, arrivò ad aprire una vera e propria crisi diplomatica, ritirando il proprio Ambasciatore a Roma. Di certo, anche la Libia, dove Italia e Francia hanno per anni sostenuto strategie ed attori diversi quando non addirittura contrapposti, non ha aiutato.
Ad alimentare la ‘rivalità’, non sono mancati anche casi di capitalismo francese dipinto in Italia come ‘corsaro’ (si veda il caso ‘TIM-Bolloré) o ‘nazionalista’ (ad esempio, i cantieri francesi Fintex). Non sono mancate, negli ultimi giorni, polemiche circa i rischi di costituzione di una zona di influenza francese: «Una paura fuori luogo, che ignora il fatto che la Francia è il nostro secondo partner commerciale dopo la Germania, che il numero di imprese italiane che operano in Francia è analogo a quello delle imprese francesi nel mercato italiano, e che ci sono grandi gruppi italo-francesi, come Essilor-Luxottica, guidati dall’Italia», dice Piero Fassino (Pd), presidente della Commissione Esteri della Camera e dell’Interparlamentare Italia-Francia, che ha lavorato a lungo nella preparazione del Trattato.
Un documento di trenta pagine, con undici capitoli che comprendono Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione.
Un paragrafo del Trattato è dedicato alla collaborazione strutturata parlamentare, che si è concretizzata oggi con la firma, a Parigi, di un accordo di cooperazione tra il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, e il Presidente dell’Assemblée nationale Richard Ferrand. Il programma di lavoro allegato evoca poi riunioni congiunte dei Consigli dei ministri, un vertice bilaterale ogni anno oltre alla ricerca costante di una posizione comune in sede UE così come all’Onu o alla Banca Mondiale.
Con il Trattato del Quirinale – ha assicurato Draghi – “Roma e Parigi sono più vicine” perché dimostrano di voler sviluppare una “visione geopolitica comune” che trova il suo fulcro nell’Unione Europea, la quale – secondo il Commissario agli affari economici, Paolo Gentiloni – esce solo che rafforzata da questo accordo bilaterale, paragonato più volte, in questi giorni, al Trattato dell’Eliseo tra Germania e Francia del 1963 e rinnovato ad Aquisgrana nel 2019. «La relazione franco-tedesca tra due ex nemici continuerà ovviamente ad esistere, è molto importante per tutta l’Europa. Il rapporto franco-italiano è diverso e più antico, sul piano umano, culturale, politico», ha sostenuto Clément Beaune, segretario di Stato agli Affari Ue e braccio destro di Macron nelle questioni europee.
È un paragone calzante? L’UE è davvero più forte? Lo abbiamo chiesto a Daniele Pasquinucci, Docente ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Siena.

Professor Pasquinucci, venerdì scorso, a Villa Madama, il Premier italiano, Mario Draghi, e il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, hanno siglato un patto di cooperazione rafforzata che ha preso il nome di ‘Trattato del Quirinale’. È stato presentato come un evento ‘storico’ in grado di avvicinare ancora di più i due Paesi, nel nome di una maggiore integrazione europea. Si è parlato, infatti, di ‘sovranismo europeo’: “la nostra sovranità, intesa come capacità di indirizzare il futuro come vogliamo noi, può rafforzarsi solo attraverso una gestione condivisa delle sfide comuni. Vogliamo favorire e accelerare il processo di integrazione europea”, ha affermato Mario Draghi. Il Commissario agli affari economici, Paolo Gentiloni, ha parlato di un’”Europa più forte”. Anche Lei crede sia un passo avanti nella costruzione dell’Unione Europea? Come valuta questo Trattato? 

Certamente, questo Trattato può essere interpretato come un contributo ad un consolidamento dell’Unione Europea in quanto recepisce i valori e gli obiettivi dell’UE. Naturalmente, è un Trattato bilaterale, per quanto rafforzato, e quindi è uno strumento ben diverso rispetto ai trattati fondativi dell’UE. Di sicuro, il più grande merito che ha questo Trattato è quello di rimettere su binari giusti il rapporto tra Italia e Francia, due Paesi importantissimi per l’Unione Europea, dopo un periodo conflittuale di cui siamo tutti consapevoli e, da questo punto di vista, è sicuramente un passaggio fondamentale, con tutti i limiti dei trattati bilaterali. C’è una famosa frase di Charles de Gaulle che diceva che ‘I trattati sono come le belle ragazze e le rose: durano finché durano’. La battuta, oggi, potrebbe essere considerata un po’ sessista, però c’è un fondo di verità nel senso che poi molto è legato alle dinamiche politiche interne di questi due Paesi.
La Francia, in quest’ottica, assume un ruolo centrale perché si pone come ‘cerniera’ tra Germania e Italia e, più in generale, tra il Nord e il Sud dell’Europa?
Esatto. Questa è un’osservazione giusta nel senso che la Francia diviene ‘cerniera’ tra Germania e Italia: da Paese che compone il cosiddetto ‘motore franco-tedesco’, è evidente che con il Trattato del Quirinale si mette al centro tra gli altri due Paesi e, quindi, anche tra Nord e Sud Europa. È sicuramente parte di una politica estera francese che sta cercando di porsi come fulcro, attraverso una serie di accordi (uno anche con l’Olanda, seppur di altro tipo), il che è abbastanza congruo allo stile del Presidente Macron.
Con il Trattato del Quirinale, anche l’Italia torna più centrale nella politica europea?
Questa è una domanda a cui non è facile rispondere in quanto la centralità dipende molto, secondo me, dagli equilibri interni che si stabiliscono all’interno del nostro Paese. È chiaro che l’attuale leadership italiana ha rivestito un ruolo molto importante per l’Italia: infatti, è chiaro a tutti che il perfezionamento di questo Trattato è il frutto dell’azione della Presidenza della Repubblica, cioè di Sergio Mattarella, e della Presidenza del Consiglio, cioè di Mario Draghi. Se pensiamo ai precedenti governi italiani e alle scelte fatte che hanno portato a conflitti tra Francia e Italia, ci rendiamo conto che la questione è abbastanza collegata alle dinamiche politiche interne e credo il successo di questo Trattato, che sulla carta è un contributo anche dal punto di vista dell’integrazione, dipenderà da come si svilupperanno le dinamiche politiche interne.
In quest’ottica, hanno fatto bene Draghi e Macron a ringraziare Mattarella per aver protetto e salvato le relazioni franco-italiane dalla ‘stagione dei populismi’ degli ultimi anni?
Certo, è stato fondamentale nel momento di conflitto e di crisi tra i due Paesi, è stato colui che ha cercato di tenerli uniti al di là delle polemiche e delle scelte, alcune delle quali sono state anche abbastanza dirompenti come il ritiro dell’ambasciatore da parte della Francia, un atto estremamente  grave e che non si verificava dalla Seconda Guerra Mondiale.
Senza Mario Draghi a Palazzo Chigi, il Trattato si sarebbe firmato lo stesso? In molti, a partire dai due diretti interessi, hanno sottolineato l’enorme stima reciproca tra Draghi e Macron. È anche vero, tuttavia, che i negoziati per questo Trattato hanno preso avvio quattro anni fa. Quindi, si potrebbe dire che Draghi sia stato l’uomo giusto al momento giusto? 
Sicuramente sì, di questo Trattato si parlava già da tanto tempo, le contingenze che tutti conosciamo lo hanno rallentato e, in alcuni momenti, anche messo in dubbio. La presenza di Draghi, unita a quella di Mattarella, è stato un acceleratore importante. Non saprei dire, però, se senza Draghi questo Trattato non si sarebbe firmato, ma è evidente che ha aiutato anche perché con Macron ha un rapporto di stima e di intesa, oltre che condivisione di fondo sui valori, sulle visioni geopolitiche.
Se il Trattato del Quirinale può essere considerato frutto del lavoro di Macron, Draghi e Mattarella, si può dire altrettanto dell’attuale Ministro degli Esteri, Luigi di Maio, che non molti anni fa andava ad incontrare i gilet gialli in Francia?
Direi proprio di no, visto che la visita resa da Di Maio, quando era Vicepresidente del Consiglio, ad una delegazione dei gilet gialli ha aperto una crisi diplomatica tra i due Paesi piuttosto vistosa. Poi i politici sanno essere molto pragmatici, ma annoverarlo come un successo dell’attuale Ministro degli Esteri sarebbe eccessivo.
Parlando di centralità italiana, c’è chi pensa che il post-Merkel, in Europa, si chiami Mario Draghi. È dello stesso parere?
Fare previsioni è sempre molto complesso. Dipenderà da quale ruolo avrà Draghi, se andrà al Quirinale, se rimarrà a Palazzo Chigi, se assumerà incarichi in qualche istituzione europea. Certamente, è una risorsa importante per l’Italia, poi bisognerà vedere quali saranno le scelte, le strategie che prenderà la Germania post-Merkel, che non è detto esca troppo indebolita da questa transizione. Ma è molto difficile fare previsioni in questo momento.
A questo proposito, considera calzante il paragone tra il Trattato del Quirinale e il Trattato dell’Eliseo, firmato nel 1963 tra la Germania di Konrad Adenauer e la Francia di Charles de Gaulle, rinnovato ad Aquisgrana nel 2019?
Sono due trattati diversi, che sono stati perfezionati e firmati in tempi storico-politici diversi. Il confronto è stato fatto perché viene quasi naturale, ha un senso e ci sono anche alcune analogie, ma occorre tener presente la diversità. Il confronto regge, ma fino ad un certo punto. Semmai va detto che, per la Francia il Trattato del Quirinale è il secondo trattato di questo tipo.
La diversità è anche data dalla differente centralità europea delle due relazioni?
Credo che nessuno nel nostro governo si illuda che l’Italia possa in qualche modo scalzare la Germania nel rapporto privilegiato con la Francia. È chiaro che il paragone viene naturale, ma occorre tenere presente la differenza dei tempi storici e dei contenuti. È vero che ci sono analogie, ma ci sono anche differenze.
Quali?
Bisognerebbe, ad esempio, ricordare quale fossa la finalità che si proponeva la Francia con il Trattato dell’Eliseo siglato con la Germania, ossia recuperate una centralità all’interno del panorama europeo, anche, in qualche modo, in contrasto con il ruolo guida americano in Europa. Cosa che oggi è un po’ diversa visto che il Trattato del Quirinale nasce anche perché gli Stati Uniti si stanno ritirando o, comunque, sono meno presenti in alcuni quadranti dove, tradizionalmente, lo erano di più: basti pensare al Mediterraneo o alla questione libica. Quindi, questo Trattato è anche una conseguenza di una maggiore assunzione di responsabilità da parte di Francia e Italia rispetto ad una strategia geopolitica americana che si sta spostando su altri quadranti come quello asiatico.
L’ex candidato socialdemocratico alla Cancelleria tedesca, Martin Schulz, si è detto convinto che “il ruolo dell’Italia in Europa non sia stato considerato a sufficienza. E che la passività di Merkel abbia favorito una convergenza tra Macron e Draghi. Non ci si può meravigliare: Parigi ha fatto una serie di proposte che sono state sostanzialmente ignorate da Merkel”. Sta in questi termini la questione?
Io francamente non credo sia utile e corretto analizzare questi movimenti in termini competitivi. Credo, invece, che il Trattato del Quirinale, se sarà ben interpretato, può essere letto come un contributo al rafforzamento di un rapporto che, comunque, può essere importante anche per la Germania.
A Villa Madama, Macron ha dichiarato: “In Francia si dice che quando le cose vanno male con la Germania, si guarda all’Italia. Ma non funziona così: l’Europa si costruisce a 27, non bisogna cercare nelle diverse alleanze i sostituti di uno o dell’altro”. Diversi osservatori si sono espressi sul Trattato del Quirinale definendolo uno strumento in mano a Parigi per bilanciare il rapporto con la Germania. È un’analisi condivisibile?
Il Trattato del Quirinale è qualcosa che nasce nel 2017. Collegarla agli eventi più recenti è, secondo me, un errore. Non credo che il modo più corretto di interpretare questo Trattato sia quello di vederlo come uno strumento per fare pressione su altri Paesi o per sostituire rapporti radicati nel tempo come quello tra Francia e Germania.
Come viene visto da Berlino il Trattato del Quirinale? Il quotidiano ‘Handelsblatt’ lo ha definito una ‘sfida’ al nuovo governo federale. 
In Germania, alcuni non lo vedono positivamente. Si è parlato anche di un’’alleanza del debito’, in riferimento agli elevati debiti pubblici di Italia e Francia. Una delle ragioni che ha spinto Mattarella, Draghi e Macron ad accelerare sul Trattato del Quirinale è la consapevolezza che il Patto di Stabilità e Crescita va modificato, non soltanto per quello che riguarda la pandemia e i suoi costi in termini economici, ma anche perché di fronte all’Europa ci sono sfide – come la transizione ecologica e quella digitale, gli investimenti nei semiconduttori – che avranno un costo elevatissimo e questo Trattato si costa all’interno di questa consapevolezza. Il timore di alcuni è che questo Trattato possa portare ad un allentamento di quelle regole che viene, in Germania, da molti considerato un ‘dogma’, non negoziabile. Altri, invece, lo vedono come un contributo al processo di integrazione europea. Ma è piuttosto limitato, secondo me, leggere questi trattati nei termini di ‘cosa ci guadagna un Paese e cosa ci guadagna l’altro’.
La coalizione appena formatasi in Germania, guidata dal prossimo Cancelliere Olaf Scholz, è un’incognita per Francia e Italia? 
Dopo i lunghi anni della Merkel, è chiaro che ci vorrà un assestamento, per molti motivi: anzitutto perché sono cambiati gli equilibri politici in Germania e poi perché Angela Merkel è stata, per tutti questi anni, ‘la’ leader dell’Unione Europea. Quindi, è evidente che c’è la necessità per Francia e Italia di osservare bene quale direzione prenderà la Germania.
Il Trattato del Quirinale con la Francia potrebbe essere un buon viatico per un Trattato equivalente con la Germania?
Sicuramente, questo potrebbe essere un buon viatico, ma, allo stesso tempo, spero non si esageri troppo con i trattati bilaterali, per quanto rafforzati e collegati agli obiettivi comunitari, perché i rapporti bilaterali sono una cosa, quelli multilaterali (come quelli dell’UE e del suo funzionamento) sono ben altra. L’Unione Europea è già abbastanza divisa (Gruppo di Visegrad, frugali, non frugali, Nord, Sud).
Schulz rilancia l’idea di un “maggiore coordinamento tra Scholz, Macron e Draghi”, forse pensando anche ad un patto di cooperazione tripartito tra i tre Paesi. Sarebbe un’ipotesi da prendere in considerazione oppure troppo avventata, senza un accordo bilaterale tra Germania e Italia, o, addirittura, potenzialmente controversa, venendosi a formalizzare il cosiddetto ‘direttorio europeo’?
La cosa che mi chiederei è quale reazione potrebbe indurre negli altri Paesi dell’UE. Potrebbe causare maggiore frammentazione e sospetti verso questo ‘direttorio’. Sono ipotesi, però, al momento, del tutto scolastiche.
Un coinvolgimento dell’Italia, peraltro, sarebbe funzionale anche ad un allargamento di questo Trattato anche alla Spagna, o no?
Non sarei troppo precipitoso, da questo punto di vista: tra poco andremo a votare in Italia e come andranno le elezioni nessuno lo può sapere, ma se diamo ascolto ai sondaggi potrebbe darsi che la prossima maggioranza di governo nel nostro Paese sia un po’ diversa e questo potrebbe cambiare le cose. La storia recente ci insegna che gli equilibri politici nel nostro Paese cambiano molto rapidamente e, con essi, la politica estera. Se pensiamo al nostro attuale Ministro degli Esteri …
“Le regole di bilancio in vigore fino alla pandemia già allora non erano sufficienti, erano regole pro-cicliche che per certi aspetti aggravavano il problema invece di aiutare a risolverli” – ha dichiarato Draghi – “E’ ora di “correggere il passato” e “disegnare il futuro” con nuove regole. Per quanto concerne la revisione del Patto di Stabilità che poco fa Lei ricordava, sappiamo che a Parigi è in corso la stesura di una bozza di proposta da presentare a Bruxelles a dicembre e dove in ballo c’è: la modifica della ‘regola del ventesimo’ (ogni Paese deve ridurre di un ventesimo all’anno lo stock di debito eccedente la soglia del 60% del PIL); l’inserimento della possibilità che ogni Paese concerti con la Commissione un piano pluriennale di riduzione del debito; la cosiddetta ‘golden rule’ per un trattamento differenziato della spesa pubblica ‘virtuosa’ in verde e digitale; la questione del debito comune, ossia rendere permanente il meccanismo del Recovery Fund, anche una volta superata la pandemia. Dato che, tra un mese, la Francia assumerà la Presidenza di turno semestrale dell’UE, il Trattato del Quirinale pone le giuste premesse, nonostante il prossimo Ministro delle Finanze tedesco sia il liberale Christian Lindner, un ‘falco’ del rigore nei conti pubblici?
Le intenzioni sono quelle di rafforzare l’idea di una riforma del Patto di Stabilità. Non solo la Germania, ma anche altri Paesi frugali hanno già fatto capire che, una volta superata la crisi pandemica, bisognerà tornare all’’antico regime’. Il Trattato del Quirinale lancia un chiaro messaggio da parte di Francia e Italia sulla necessità di cambiare registro. Anche qui, prevedere come andrà a finire è difficile, ma il Trattato è un buon primo passo perché la Francia ha un grande Paese e l’Italia, che è un grande Paese fondatore, è guidata, almeno per ora, da un leader stimato.
Un altro dossier nell’agenda del prossimo semestre di Presidenza francese è sicuramente la difesa comune europea. Draghi ha ribadito che per essere sovrani, gli europei devono poter difendere da soli i propri confini. Visto che è stata già preparata una Bussola Strategica, il Trattato del Quirinale è un alto tassello del mosaico per progredire in questa complessa sfida?
Sicuramente sì, ma su molti ambiti il Trattato getta buonissime premesse. Se pensiamo anche a quello che è accaduto in Libia, dove Italia e Francia si sono divise non facendo altro che favorire altri attori.
I detrattori del Trattato rimproverano gli scarsissimi riferimenti alla Libia. Si poteva fare diversamente?
La Libia c’è tra le righe, anche senza citarla espressamente. E poi, se un Trattato vuole avere una visione di lungo periodo, deve tralasciare le contingenze.
E poi lo stesso Draghi, alla Conferenza di Parigi di due settimane fa, aveva già sottolineato il riavvicinamento tra Francia e Italia sul dossier libico.
Sì, diciamo che la Libia è un sotto-testo di questo Trattato.
“Almeno una volta ogni trimestre un ministro italiano parteciperà a un consiglio dei ministri del governo francese e viceversa”, ha annunciato Draghi ed è forse questo (molto simile a quanto previsto dal Trattato dell’Eliseo), insieme ad una cooperazione strutturata tra le due Camere ed alla possibilità che i due Paesi si rappresentino reciprocamente nei forum in cui uno dei due non partecipa, uno degli aspetti più interessanti del Trattato del Quirinale. Concorda?
Sì, specialmente il primo che è uno degli aspetti che permette di fare un confronto col Trattato dell’Eliseo, poi rivisto ad Aquisgrana.
Perché stimola il confronto continuo anche a livello ministeriale.
Esatto. Mira ad un maggior coordinamento da parte dei due Paesi, anche a livello ministeriale. 
In queste settimane, soprattutto dopo COP26, si parla molto di energia a proposito del cambiamento climatico. Quello energetico è anche un capitolo del Trattato del Quirinale. La Francia ottiene circa i 4/5 della sua energia dal nucleare, al quale l’Italia ha rinunciato qualche decennio fa con un referendum. L’Italia, però, acquista parte della suo fabbisogno energetico dalla Francia. Come può il Trattato del Quirinale promuovere una visione comune a partire da presupposti così diversi? Alla fine, come sostengono i critici, è un favore all’industria energetica francese?
I Trattati sono delle cornici in cui si inseriscono alcune regole, alcune procedure, alcuni obiettivi su cui muoversi. Non si può pensare che due Paesi firmino un Trattato partendo da posizioni identiche o molto vicine su tutti i dossier. Certamente, la posizione sulla questione energetica differenza i due Paesi, però su un tema legato all’energia, cioè il cambiamento climatico, Italia e Francia prendono impegni chiari. Quindi, non vedrei questa differenza come un problema. Pensiamo poi anche alle divergenze sull’approvvigionamento energetico tra Francia e Germania che, però, tempo fa, ad Aquisgrana, hanno rinnovato il Trattato dell’Eliseo.
Dal punto di vista economico-aziendale, se pensiamo alla questione TIM, in Italia il capitalismo francese è stato spesso dipinto, soprattutto da una certa politica italiana, come ‘corsaro’ e spregiudicato, ma anche fortemente nazionalista, si veda il caso dei cantieri ‘Fintex’. Va detto che è ancora fortemente pendente a favore della Francia la bilancia commerciale tra i due Paesi. Tuttavia, il Trattato del Quirinale promuove una più forte relazione economica tra Italia e Francia, incentiva i rapporti tra i ‘forzieri’ nazionali, e questo non può che far piacere a gruppi come Stellantis, nata anche dalla forte collaborazione franco-italiana. Visto che casi come TIM o Oto Melara sono ancora di attualità, dal punto di vista economico, cosa cambierà tra i due Paesi con questo Trattato?
Nell’immediato credo ci si possa attendere una diminuzione della conflittualità. Penso anche che queste dinamiche debbano essere analizzate in Italia in maniera meno provinciale nel senso che ci sono anche molti investimenti italiani in Francia e, quindi, le critiche al ‘nazionalismo’ economico francese fanno sorridere.
Anche sul tema dell’immigrazione, Italia e Francia si sono impegnati a cooperare molto. Lo stesso segretario agli affari europei Beaune ha annunciato che presto ci saranno brigate miste al confine per gestire i movimenti secondari, ma nel Trattato i due Paesi si prendono anche l’impegno di collaborare per stimolare una revisione della gestione europea dei flussi primari. ‘Bardonecchia’ è, dunque, acqua passata?
Sì, il Trattato del Quirinale rafforza molto la cooperazione in tema di sicurezza e del controllo frontaliero, oltre che in politica estera e di difesa. Con questo Trattato, Parigi e Roma intendono sgombrare il terreno dalle incomprensioni che ci sono state recentemente su questi temi, ma anche intavolare un serio dibattito in Europa. Ecco perché questo Trattato è un contributo all’integrazione europea: Francia e Italia si pongono obiettivi che sono perseguibili solo se saranno accolti e accettati da altri Paesi dell’UE visto che non possono essere risolti solo da Roma e Parigi.
In tema di difesa, Draghi ha rimarcato che, con il Trattato del Quirinale, “la NATO è più forte” perché viene favorita la cooperazione militare tra i due Paesi. Questo avverrà sia dal punto di vista strategico che da quello industriale (l’Italia, al momento, non partecipa ad Airbus), anche per quel che concerne lo spazio? E per l’Italia può essere una grande opportunità?
La sponda francese può essere molto importante per l’Italia ed è anche per questo che trovo fuori luogo le critiche fatte a questo Trattato da parte di alcune forze politiche che lo hanno visto come un accordo dal quale ci guadagna solo la Francia. In realtà, questo Trattato può essere di grande aiuto per l’Italia.
Altrettanto fuori luogo non è anche la critica per cui l’Italia, con il Trattato appena siglato, si ritroverebbe al traino della Francia in teatri come l’Indo-Pacifico? Qualora l’Italia decidesse di impegnarsi lì, peraltro, sarebbe una sua decisione maturata anche all’interno dell’Alleanza Atlantica di cui fa parte, non certo per ordine di Parigi.
Esatto. La domanda che ci dovremmo porre è poi qual è il nostro ruolo in quello scenario. Inoltre, come detto, le scelte che farà l’Italia saranno prese in autonomia, questo Trattato non ci obbliga in alcun modo, da questo punto di vista. Visione strategica e capacità decisionale è quanto richiesto ai nostri decisori. Quindi, concordo che si tratti di critiche fuori luogo.
L’ha colpita l’iniziativa sul servizio civile?
Quella mi sembra un’iniziativa molto interessante perché sposta su un piano diverso alcuni elementi operativi di questo Trattato. Lo ritengo un elemento molto positivo, favorendo l’integrazione tra le generazioni più giovani. 
Come viene visto questo Trattato da Stati Uniti, Russia e Cina?
Non saprei. Quello che appare chiaro è che ai tempi di Donald Trump l’atteggiamento sarebbe stato diverso, vista la Sua considerazione dell’Unione Europea e di alcuni Paesi membri. Forse è prematuro rispondere a questa domanda.
Nei giorni scorsi, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha parlato di “scandalo” denunciando il mancato coinvolgimento del Parlamento che, tuttavia, sarà chiamato a ratificare il Trattato. Il Presidente del COPASIR, Adolfo Urso, esponente del partito della Meloni, ha convocato il Ministro Di Maio. Il Parlamento è stato effettivamente escluso? 
La procedura prevede la ratifica da parte del Parlamento e, quindi, le denunce mi sembrano beghe politiche tutte interne che hanno a che vedere con le dinamiche domestiche.
Sulla ratifica da parte dei due Parlamenti non ci sono dubbi, vero?
Non credo, i due Parlamenti approveranno. Il Parlamento francese ha già convocato audizioni quindi la sua approvazione sarà informata. Credo che avverrà lo stesso in Italia.
Questo Trattato può tornare utile a Macron in campagna elettorale, a riprova della sua autorevolezza in Europa?
Sarà un tassello e fa parte di una serie di iniziative che la Francia ha messo in campo a livello europeo per dimostrare la capacità di Macron di mettere il suo Paese, visto che dopo la Brexit e la fine dell’era Merkel, si è aperto uno spazio di iniziativa importante. Ovviamente, questo spazio deve essere riempito con progettualità che Macron sta cercando di attuare.

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