martedì, Maggio 17

Italia – Francia: il voto dell’ombelico, senza l’Ucraina Il voto non tiene conto della guerra, ma si basa solo sulle esigenze interne, dice Letta. Peccato che a furia di guardare solo il proprio ombelico, sono in pratica scomparse le forze politiche

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L’esito del primo voto in Francia, dà parecchio da pensare. Prova ne sia che perfino Enrico Letta comincia a porsi il problema di capire se quello che accade in Francia non possa riprodursi anche in Italia.
Letta, invero, dice prima di tutto una cosa giusta e, purtroppo, condivisibile: in Italia (e probabilmente anche in Francia) il voto non tiene conto della guerra ucraina, ma si basa solo sulle esigenze interne.
In sé la cosa non sarebbe del tutto male, se la conseguenza non fosse che in Francia, a furia di guardare solo il proprio ombelico, sono in pratica scomparse le forze politiche, i partiti. Non so in Francia, ma a guadare la cosa nell’ottica dell’Italia, mi sembra che stia accadendo qualcosa di assai simile, ma molto più pericoloso.
Anche in Italia, anzi, più in Italia che in Francia, i partiti sono pressoché scomparsi in quanto tali. Leforze politiche‘, spesso forze molto labili e instabili, sono ormai quasi tutte rappresentate dalle persone, spesso squallide, anzi, sempre, che li impersonano.
Se anche parli al bar, per strada, il discorso è sul ‘partito di Berlusconi’, che perde voti, su quello ‘di Meloni’ che ne guadagna, su quello ‘di Salvini’ in lotta con Giorgetti (che va anche in Francia, perché parla il francese?), su quello marginale ma rumoroso ‘di Renzi’ o ‘di Calenda’, e infine su quello vischioso e instabile, gassoso di … già, di chi? ‘di Conte’, ‘di Di Maio’ (mamma mia!), ‘di Grillo’ aspirante novello Zelenski?
Questo è il problema sempre più grave nel nostro Paese. Che poi non sia solo da noi così, non è che conforti molto. Però, in Germania, per esempio, non è così: lì i partiti contano, cioè contano le idee, per scadenti che siano, piuttosto che le persone e gli slogan. E Olaf Scholz ci pensa bene prima di mandare i Leopard a Zelenski.

 

È abbastanza significativo, anche se è quasi una barzelletta, che desti scandalo al punto di minacciare querele assurde, il fatto che uno del quale si può dire tutto il male che si vuole, ma che è certamente una persona non solo di alta cultura, ma specialmente di altissima conoscenza, osi parlare male (e ironicamente) di Giorgia Meloni, che appunto lo querela, perché Luciano Canfora la definisce ‘neonazista nell’anima’.
Siamo al ridicolo? Sì, ma.
C’è un ma grande come una casa. Eh sì, perché Luciano Canfora (ho deliberatamente evitato di chiamarlo, come sempre fanno molti, ‘intellettuale’, che, permettetemi il francesismo, non significa una mazza, anzi, significa una banalità) ha definito la signora Meloni –leader (come si chiamano tra di loro) di un partito, come gli altri personalizzato fino all’inverosimile, e di destra che più destra non si può, non priva di amicizie più o meno sconfessate con fascisti espliciti ed orgogliosi di esserloneonazista nell’anima‘. Che poi è un modo per dire che non lo è nella testa, ma lasciamo correre.
Guardiamo bene la frase, però, in cui quel giudizio era compreso. Attenti, prima di riportare la frase, attenti per favore, non ho usato a caso il termine ‘giudizio’. Perché nelle ovvie intenzioni di Luciano Canfora, quella era una valutazione, appunto un giudizio, sulle intime convinzioni della predetta. Non un insulto. Anche perché, diciamoci le cose con chiarezza, dire ad uno in una conversazione che ha l’animo del nazista può anche essere sgradevole, può essere una cosa offensiva culturalmente, ma che sia un insulto da lavare con una querela, mi sembra fuori della realtà.
Ma appunto, l’ira di Meloni, si comprende un po’ meglio, se la si ‘legge’ nel quadro del discorso, come sempre netto, ma aperto, di Luciano Canfora: «Se riesco a imporre l’idea che c’è un solo colpevole che bisogna demonizzare, ho vinto la partita. Ma nessuna guerra ha mai avuto una sola origine: dipende da come le propagande contrapposte riescano o meno a imporre una certa verità. Non vedo nello schieramento politico del nostro Paese forze capaci di dire ‘voglio capire’. Anche la terribilissima e sempre insultata leader di Fratelli d’Italia, trattata di solito come una mentecatta, pericolosissima, siccome essendo neonazista nell’animo si è subito schierata con i neonazisti ucraini è diventata una statista molto importante».
Il discorso di Canfora, mi dispiace che la signora Meloni non ne abbia colto il senso, era molto serio e concreto. E, in termini politici, ma appunto in termini politici, era una critica durissima (questa sì, ma proprio dura assai) alla signora Meloni in quanto donna politica.
Il professor Canfora, diceva una cosa importante, e cioè che su questa vicenda orribile dell’Ucraina si è inserita (a mio parere è stata determinata volutamente, ma lasciamo correre) una decisione esterna rispetto alla quale l’Ucraina non interessa affatto. Perché la questione è sostanzialmente uno strumento per cercare di accerchiare e di mettere in difficoltà il nemico vero: la Russia. Quella stessa Russia, diceva implicitamente Canfora, che la signora Meloni ha amato e ammirato fino ad ora. Ma -ed ecco perché la critica era durissima- di fronte al fatto che il Paese leader del cosiddetto Occidente aveva scatenato questa azione propagandistica, Meloni aveva scelto di schierarsi da quella parte, nel timore di restare isolata. Cosa che, del resto, hanno fatto puntualmente tutti i suoi colleghi di destra: da Salvini a Berlusconi, per non parlare degli altri che fingono di non essere di destra.

Insomma, il professor Canfora, faceva osservazioni non molto dissimili, benché molto più alte di quelle che sto cercando di fare anche io, scansandomi dagli insulti di Gramellini, che anche ieri urlava il suo livore. Purtroppo, come sto cercando di sostenere da tempo, sulla vicenda Ucraina, ormai si va a colpi di posizioni precostituite. Colpisce, ad esempio, un discorso condivisibile di Dacia Maraini, che poi a proposito del fatto che sarebbe meglio fare la pace, cioè parlarne, sbotta con una frase sorprendente: «Ma se per Putin la sola intesa possibile consiste nella resa totale e nella rinuncia a ogni libertà, come si può accedere a un accordo? Siamo di fronte a un autocrate». Al di là del fatto che non mi sembra che sia proprio così, che c’entra l’autocrate? Siamo di nuovo alla solita lotta del bene contro il male: il male è la Russia, anzi, l’autocrate Putin, il bene è gli USA e la NATO, fautori di democrazia … ma vogliamo scherzare!

 

E Letta, me lo sono dimenticato? no. È qui che torna in gioco.
Perché Letta dice che anche il voto italiano prescinderà dalla guerra in Ucraina e quant’altro, ma trascura (ed è grave, visto che dice di essere stato un professore di politologia o roba simile) il fatto fondamentale per il quale, al di sotto della propaganda anti-Putin, c’è una ideologia fortissima e invadente: quella dell’impero dell’Occidente. Non voglio entrare nel discorso qui, per carità. Voglio solo dire, e vorrei raccomandare (ma tanto è inutile) a Letta di tenere conto, che, specialmente per un partitodi sinistra‘ (ormai l’unico partito italiano), trascurare il modo in cui si propagano idee tutt’altro che di sinistra e, dal punto di vista internazionalistico, tutt’altro che democratiche (la sovranità limitata, intendo!), porta a non approfondire una parte costruttiva di ideologia della pratica politica. Secondo, insomma, il vecchio detto che anche le scelte più apparentemente secondarie o tecniche, sono scelte politiche.
Lo dico perché, in quella intervista, Letta arriva a dire, che il suo lavoro consiste nel mettere insieme il ‘centrismo’ di Renzi e Calenda con la sinistra degli stellini. Ma di che parla? Renzi è destra pura, Calenda è quello che dà le soluzioni alla destra. Gli stellini sono qualunquismo e populismo, spesso inconscio se non ignorante (basta vedere le sceneggiate sulle spese militari!) che con la sinistra non ha nulla da vedere.
Da ciò la domanda: ma il PD (di Letta) è un partito di sinistra? Letta dice: «noi dobbiamo essere seri, lineari, mai cedere sui valori non negoziabili, ma non sono la guerra o Putin che ci faranno vincere le elezioni. Anche da noi il voto si giocherà su lavori e salari, potere d’acquisto e inflazione. Sulle risposte al disagio e all’inquietudine. Che dobbiamo capire bene e dimostrare di saper risolvere senza più perdere tempo». Se è così, se la risposta del PD (di Letta) è che bisogna risolvere i problemi, allora siamo alla frutta. Tolti i valori non negoziabili che non ci dice quali siano, sul saper risolvere i problemi è lo slogan degli stellini: niente idee (loro dicono ideologie) risolviamo i problemi, Di Maio docet.
Stiamo freschi, signori!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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