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Italia-Europa solo andata? field_506ffb1d3dbe2

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Bruxelles – Il 29 gennaio si è svolto presso il Parlamento europeo l’evento ITALIA A/R organizzato da Giovani Italiani Bruxelles con la partecipazione di tre europarlamentari: Lara Comi del PPE (Partito Popolare Europeo), Andrea Cozzolino S&D (Partito Socialista Europeo) Susy De Martini  dell’ECR (Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei). L’evento si incentrava sulla mancanza di collegamento tra istruzione e mondo del lavoro e delle disfunzioni che questo provoca in Italia. Gli interventi dei numerosi partecipanti sono avvenuti davanti ad un’aula gremita soprattutto da giovani che come in Italia anche a Bruxelles conoscono le difficoltà di una vita precaria fatta di stage, contratti a tempo determinato e che escludono spesso anche la garanzia pensionistica, collaborazioni gratuite e volontariato. La sensazione è sempre la stessa: che l’Europa sta facendo poco per ricomporre un mercato del lavoro così frammentato e ormai fin troppo spietato.

Uno dei fondatori, Daniel Puglisi ha introdotto l’evento chiarendo che non si trattava di disquisire sui famosi ‘cervelli in fuga’: «Giovani Italiani Bruxelles ha creato questo evento per discutere sul perché in Italia il legame tra scuola e lavoro non esiste. La nuova migrazione è spesso un viaggio di sola andata ma non è una fuga di cervelli. Bisogna smetterla di usare quest’espressione. La quasi totalità sono persone normali che nonostante abbiamo un livello di formazione elevato non trovano la possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro nazionale e sono costretti a scegliere l’Europa come casa». Francesca Romana Minniti, che insieme a Daniel ha fondato GIB un anno fa, ha aggiunto che «il gruppo non si fermerà con la messa l’organizzazione di eventi su questa tematica ma che , approfittando delle prossime elezioni europee, lancerà un appello rivolto ai candidati proprio sul tema delle politiche giovanili e su quello che l’ Italia e l’Europa insieme possono fare».

Lara Comi, ha affermato che il livello di disoccupazione in Italia è così alto che bisogna ripartire dalle basi: l’europarlamentare del PPE ha organizzato «un tour apartitico  allo scopo di mostrare come si scrive un cv, una lettera di motivazione e aiutare a capire quali opportunità l’Europa può offrire con i suoi programmi rivolti ai giovani». Andrea Cozzolino invece si è soffermato su come è stato speso il fondo sociale europeo e sull’urgenza per l’Italia di rivoluzionare la Pubblica Amministrazione. Il fondo sociale europeo, secondo l’Europarlamentare campano, «è stato investito in tutto tranne che nelle politiche giovanili. In Italia è stato utilizzato per coprire la cassa integrazione e per intervenire sul sistema pensionistico: i giovani non sono stati contemplati e le politiche di miglioramento dell’attuale legislazione in materia di stage e contratti di lavoro è rimasta ferma alle modifiche precedenti le ultime approvazioni di Strasburgo. Un’idea può essere quella di ripartire dal rivedere il settore pubblico. La pubblica amministrazione italiana, soprattutto al sud, contempla la popolazione più vecchia d’Europa. L’idea del PD è quella di inserire una nuova generazione gradualmente ma insistendo in una loro formazione all’estero. La PA italiana ha bisogno di idee che provengano da tutta Europa e in questo senso i giovani possono fare un’esperienza presso una PA di un paese membro e forti delle competenze acquisita, dare loro la possibilità di rientrare in Italia e portare una maggiore efficacia, efficienza ed economicità».

La seconda idea del PD riguarda la formazione professionale che soprattutto al mezzogiorno è servita a formare poco e male: questo periodo insieme a generale mal funzionamento dei centri pubblici per l’impiego può essere assorbito dalle imprese o dal settore pubblico con adeguate incentivazioni. Ciò abbatterebbe almeno del 5% il costo di una formazione che fa acqua da tutte le parti. L’ europarlamentare Susy De Martini è stata d’accordo nell’affermare che «l’Italia ha indirizzato poco i suoi fondi per le politiche giovanili e non ha incentivato il ritorno di ragazzi e ragazze che per fare ricerca sono stati costretti a trovare un’università straniera che li finanziasse. Il nostro Paese non è stato in grado di sfruttare la recente approvazione di Horizon 2020, programma cofinanziato tra istituzioni e stati membri, ponendo sul piatto una partecipazione in termini finanziari molto scarsa mentre di altro avviso è stato un paese come la Germania che grazie a questo programma riuscirà a contribuire alla ricerca in tutti i campi toccati da Horizon».

Il secondo panel ha riguardato gli esperti in materia e si è concentrato su diversi tipi di esperienza: Vincenzo Di Maria, giovane imprenditore siciliano, che ama definirsi ‘creativo e innovatore sociale’, è rientrato in Italia dopo un lungo periodo di spostamenti all’interno dell’Unione. Ha lavorato in Gran Bretagna e ha cercato di costruire una rete per ritornare in Sicilia. I suoi progetti si basano sull’imprenditoria sociale insieme alla sua attività di designer collega progetti che mirano ad aiutare i giovani siciliani a inserirsi nel mercato del lavoro, perché, secondo l’imprenditore «l’Europa bisogna considerarla come la nostra casa e non più come una terra straniera». La mobilità è sempre un arricchimento, fa vedere il punto di partenza con nuovi occhi. A questa teoria hanno dato man forte sia Tatiana Esposito, responsabile delle politiche sociali presso la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’UE e Giorgio Zecca, Policy and Advocacy Coordinator presso Youth Forum, organizzazione che si occupa di politiche giovanili. Alla dottoressa Esposito è stato chiesto cosa proporrà l’Italia da luglio in poi quando reggerà la presidenza del Consiglio dell’Unione. Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha proposto di parlare di disoccupazione giovanile e dell’ unemployement benefit scheme, per convincere alcuni Paesi membri che hanno approvato di recente legislazioni più restrittive anche verso i cittadini comunitari, che le quote di immigrazione bloccano la mobilità e la circolazione delle competenze all’interno dell’Unione. Più categorico è stato Giorgio Zecca che ha parlato di un vero e proprio ostacolo che alcuni stati membri hanno posto alle politiche di stage e che hanno reso quest’ultimi uno strumento che ha perso la sua identità iniziale. Secondo il policy and advocacy coordinator, alcuni stati reputano inaccettabile remunerare gli stage e alcuni come l’Italia li rendono un’esperienza inutile.

Arrivati a questo punto è comprensibile se un giovane che cerca lavoro si sente spaesato: se lo stage non forma ma ti fa lavorare meccanicamente senza acquisire competenze ragionate, come è possibile emergere e ottenere un lavoro in un mercato così frastagliato che ha perso l’obiettivo di premiare il merito o la capacità di ricoprire un determinato incarico?

 

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