mercoledì, Giugno 16

Italia e Terzo Settore produttivo field_506ffb1d3dbe2

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Il 30 gennaio a Roma Unioncamere e Aiccon hanno organizzato un seminario sul valore aggiunto dell’economia sociale. Sono stati discussi i temi emersi dall’ultima edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, incontro annuale organizzato dal 2001 e al quale Aiccon invita a partecipare associazioni, fondazioni, cooperative, università, istituzioni e imprese: il cosiddetto Terzo Settore produttivo.

Appartengono al cosiddetto Terzo Settore (TS) le organizzazioni che si pongono tra lo Stato e il mercato, soddisfacendo una finalità di interesse pubblico. Si considera produttivo il TS se si guarda al contributo anche ‘umano e culturale’ che le relative imprese portano nello sviluppo sociale complessivo.

Le Giornate di Bertinoro e le attività di Aiccon intendono anticipare le sfide del futuro e con l’obiettivo di diffondere le migliori strategie per affrontarle. In questo modo le voci del TS si proiettano sullo sfondo dello scenario economico, che sempre di più si dimostra prossimo e in certi casi si sovrappone al relativo campo di interesse.

Ogni anno a Bertinoro la discussione è impostata su un argomento generale. Si era partiti nella prima edizione del 2001 con il raffronto tra modello europeo e americano (nel primo si tende a considerare la TS anche secondo la forma organizzativa, nel secondo solo in base alla tipologia dei prodotti). Pochi anni dopo si è esaminato il paradigma dei diritti di cittadinanza e governance riferiti all’impresa sociale. Le due edizioni 2009 e 2010 hanno trattato l’economia civile nella società del rischio e l’economia del ben-essere. Qui gli interventi dell’edizione 2013, sul contributo dell’economia civile alla riforma delle Istituzioni. Sugli esiti di questo incontro è stato pensato il seminario del 30 gennaio scorso.

Un punto centrale della discussione, a Bertinoro e a Roma, ha riguardato la crisi del welfare state. Secondo Stefano Zamagni (Università di Bologna) nell’ultimo quarto di secolo questo modello si è affievolito e oggi lo sta sostituendo «il modello di welfare society -cioè società del benessere- che deve ereditarne lo spirito e gli obiettivi iniziali, mutandone però la filosofia di fondo e soprattutto la struttura di governance». Dallo stato alla società, dunque, attraverso un principio di sussidiarietà circolare che permetta « la transizione, senza costi umani e inaccettabili iniquità, dal vecchio al nuovo modello. »

Quante sono le imprese del TS? Riferisce Domenico Mauriello (Responsabile Centro Studi Unioncamere) che: «A fine 2013 sono 76.774 le imprese cooperative attive iscritte al Registro delle imprese (operanti in tutte le attività economiche), pari all’1,5% del totale complessivo delle imprese attive». La cooperazione crea valore, 66 miliardi di euro solo per il 2012: il 4,7% del reddito complessivo del nostro Paese. Si contano nel TS «77.000 imprese attive iscritte a fine 2013 nei Registri delle Camere di commercio, 1 milione e 200mila occupati censiti nel 2011; una domanda di lavoro programmata per il 2013 che raggiunge le 73.500 unità». Un comparto di tutto rispetto, che si fa forte dell’alta qualificazione delle risorse umane, sulla capacità di inclusione sociale, su una forza lavoro giovane e motivata, sulla capacità di produrre valore sociale.

Un settore così trainante della nostra economia eppure lo conosciamo poco e superficialmente. Abbiamo recentemente parlato di scandali dei contratti, di lavori sottopagati nel mondo delle cooperative (Lampedusa servizi e altro), poi abbiamo anche parlato di diritti civili e umani alla prova delle economie globali.

Oggi chiediamo al Presidente di Aiccon, Franco Marzocchi, di raccontarci il suo punto di vista, a partire da una definizione del campo operativo della sua associazione.

«Quando parliamo di Terzo Settore parliamo di una realtà complessa, fatta di soggetti diversi tra loro. Nel caso delle cooperative abbiamo un quadro ben definito. Se allarghiamo lo sguardo alle diverse organizzazioni che appartengono al TS noteremo che entrano in campo diverse forme giuridiche e soggetti con altre finalità, tra cui il volontariato». Un settore frainteso, dunque, che non è solo cooperazione o volontariato, ma include anche il mondo universitario, quello delle fondazioni, oltre ovviamente alle cooperative e al mondo del no profit. Aiccon circoscrive il suo campo operativo al terzo settore produttivo, quello che produce beni e servizi. Include imprese sociali con diverse forme giuridiche.

Si tratta di uno dei settori più importanti per quanto riguarda i servizi alla persona e che sta attraversando un cambiamento profondo e strutturale. Il Terzo Settore non è infatti solo un luogo di ‘redistribuzione’ dei redditi, caratterizzato da ciò che realizza o produce (per esempio servizi di assistenza). È anche un luogo dove si produce ‘ricchezza sociale’, che anche il mondo imprenditoriale tradizionale comincia a prendere in considerazione come segno di piena efficienza.

«Il Terzo Settore» prosegue Marzocchi, «pur essendo una realtà che ha avuto un altissimo grado di resilienza, che è la capacità di resistere alla crisi, comincia a percepire la crisi in atto in tutto il Paese. Subisce gli effetti della contrazione della capacità di spesa dello Stato, che si riflette nelle attività degli Enti Pubblici e sulle capacità delle famiglie, anche per via della disoccupazione». Come hanno fatto le imprese ‘sociali’ ad assorbire la crisi? «Per un certo periodo -risponde il presidente – la stragrande maggioranza delle cooperative e imprese sociali hanno assorbito il calo di fatturato riducendo tutte le marginalità e concentrando le entrate sul solo costo del lavoro. In alcuni settori questo però non è bastato». Secondo Marzocchi, però, le situazioni controverse: «sono casi singoli, anche individuabili facilmente ed esprimono situazioni patologiche ma non interessano l’intero settore».

La maggiore tenuta alla crisi da parte delle imprese sociali rispetto alle altre sembra comprovata dai numeri: il mondo dell’impresa sociale produttiva occupa personale più qualificato (un quarto sono laureati), ma soprattutto più giovane: 84% dei lavoratori sono giovani, contro il 76% delle altre imprese. La responsabilizzazione dei lavoratori nella gestione aziendale e il beneficio sociale prodotto rientrano in una recente definizione del sociologo indiano Arjun Appadurai, che le definisce parti della ‘capacità di aspirazione’ (nel senso di ambire a qualcosa), cioè la misura del grado di partecipazione delle persone alla costruzione degli scenari del futuro, orizzonti di attese cui tende la società con i progetti di vita dei cittadini. Dall’ampiezza della capacità di aspirazione dipende il progresso civile ed economico di una società.

Il TS che profila un modello di ‘sussidiarietà circolare’ fonda una parte importante del suo funzionamento sulla cultura: «La componente culturale nelle attività svolte dalle organizzazioni produttive del Terzo Settore è una componente importante e connaturata. In realtà chiamiamo queste organizzazioni come ‘imprese sociali’, in modo generico».

Come dovremmo invece chiamarle, presidente? «La questione è che nella definizione ‘imprese sociali’ si ricomprendono soggetti giuridicamente diversi, che operano sia come associazioni o fondazioni o cooperative, ma anche nelle forme tradizionali dell’impresa. Nel mondo anglosassone, ad esempio, le imprese sono sociali in base a ciò che producono. La posizione italiana è -invece- che un’impresa sia sociale nella misura in cui la stessa organizzazione possieda marcate caratteristiche di tipo sociale».

Pertanto, «La dimensione culturale e la relazione che queste imprese determinano con gli stakeholder interni, i portatori di interesse, è centrale. Anzitutto perché parliamo di imprese ‘pluristakeholder’, cioè con più portatori di interesse rappresentati al loro interno. Un’impresa è sociale quando si preoccupa degli interessi di lavoratori, degli azionisti, ma anche dei destinatari e degli eventuali volontari. Questa attenzione allargata produce valore aggiunto sociale e ricchezza sociale ed è anche la nostra posizione nel dibattito europeo».

Il passaggio dal welfare state alla welfare society porta la questione sul piano del rapporto che si determina tra le imprese sociali e la società che le contiene e nella quale operano. Così Marzocchi: « Dobbiamo ragionare del tipo di prospettiva necessaria allo Stato per creare un sistema in grado di dare risposte ai cittadini sui bisogni sanitari, sociali, educativi, culturali, occupazionali… il baricentro si deve spostare dalla vecchia idea del ‘welfare state’ in cui lo Stato si occupa dei cittadini all’idea del ‘welfare society’, con il coinvolgimento dei cittadini in cerca di un equilibrio dei ruoli e dei rapporti. Bisogna ri-generare le Istituzioni, cambiarne il modello».

«Il fine non è cambiare le Istituzioni, ma i loro livelli di funzionamento. È necessario ripensare le relazioni tra i tre livelli del mercato, dello stato e della società civile per generare un circuito virtuoso -per la circolazione di queste risorse- che oggi non esiste». In merito alla spinosa questione delle ingiustizie economiche, della diseguaglianza e della redistribuzione delle risorse, non si dovrebbe dunque cercare una soluzione nuova con strumenti vecchi. Esiste oggi un modello di circolazione non-virtuosa nel quale lo Stato acquisisce risorse fiscali dal mercato e dai cittadini, i quali pagano sempre meno perché i servizi non sono efficienti. Con meno pagamenti i servizi diventano sempre meno efficienti, i cittadini si sentono ingiustamente legittimati a eludere o evadere il fisco. «Questo meccanismo va rivisto, non perché non sia giusto nei principi -il dovere fiscale è e resta centrale- ma perché bisogna ‘rompere’ gli alibi che oggi stanno minando profondamente la tenuta di un sistema. È dovere comune corrispondere alla fiscalità generale nell’interesse comune del bilancio dello Stato».

Conclude il presidente Franco Marzocchi: « Ri-generare le istituzioni significa rimettere in moto una circolazione virtuosa delle risorse e per fare ciò è indispensabile comprendere, definire e diffondere un ruolo più forte e riconosciuto del Terzo Settore nel suo complesso. »

 

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