mercoledì, Agosto 4

Italia e sfide Mondiali

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Vasta eco ha riscosso l’articolo che Angelo Panebianco, sul ‘Corriere della sera’ di lunedì scorso, ha dedicato alle sfide con le quali deve confrontarsi, nella più viva attualità, la politica estera italiana. Sfide che tutti hanno o dovrebbero avere ben presenti, benchè l’autorevole professore-opinionista si sia sentito spinto a levare la propria voce innanzitutto da una disattenzione e un’inconsapevolezza che sembra rimproverare anche ai responsabili politici oltre che all’opinione pubblica in generale.

Forse, per la verità, non del tutto a torto. Ma ciò che maggiormente lo indispone e lo preoccupa sono le scelte o non-scelte degli addetti ai lavori, che a suo avviso ricalcano, colpevolmente, tendenze e abitudini da tempo ben radicate e prevalenti nel Paese. Panebianco si compiace, ad esempio, dell’arrivo alla testa della Farnesina di un politico esperto benchè non specialista della materia come Paolo Gentiloni. Lamenta però che anche lui indulga al vecchio gioco di un colpo al cerchio e uno alla botte proponendo formule del tipo “garantire sia l’autonomia ucraina che il ruolo della Russia”.

Secondo l’editorialista del ‘Corriere’, di fronte a crisi gravi come quella divampata nell’Est europeo o quella mediorientale e africana che incombe anch’essa, potenzialmente, sul vecchio continente, c’è poco da tergiversare. E’ invece imperativo schierarsi dalla parte giusta, adottare tutte le misure necessarie contro ulteriori o possibili aggressioni, smettere di pensare soprattutto agli “affari” e di coltivare il “dialogo” come unica via per risolvere qualsiasi problema.

In altre parole, bisogna «capire che di fronte alla violenza non si può altro che assumere una posizione intransigente o anche, se la situazione lo esige, fare uso della forza». Messa così, la tesi può suonare sensata e persino scontata, dato che in politica, prima ancora che ce la spiegasse Machiavelli, il precetto cristiano del “mostrare l’altra guancia” è sempre stato poco praticato a differenza del suo opposto, l’”occhio per occhio, dente per dente”. Esiste però il problema di come, dove e quando applicarlo, questo precetto di Panebianco, essendo ovvio che i politici e gli uomini in generale si devono misurare con situazioni concrete quasi sempre molto diverse l’una dall’altra oltre che passibili delle più diverse interpretazioni. Lo confermano del resto altre cose che si leggono nello stesso articolo in questione.

Il suo autore affronta per prima la crisi nell’Est europeo ma definisce “per noi più inquietante” l’altra. L’ultima edizione, cioè, di quella culminata nell’irruzione sulla scena mediorientale dello Stato islamico e resa particolarmente allarmante dalla proclamazione, da parte dell’autonominato Califfo, dell’intenzione di puntare alla conquista di Roma, preconizzata a suo tempo (ma il punto non è pacifico) dal Profeta in persona.

Secondo Panebianco non si tratta affatto di una sbruffonata, ma, passando al “che fare” per reagirvi, la sua ricetta si riduce a ben poco. Anche qui, infatti, egli si limita a raccomandare qualcosa di abbastanza scontato benchè suffragato, sostiene, da recenti pronunciamenti del presidente Giorgio Napolitano e del Ministro della difesa Roberta Pinotti: mantenere le forze armate nazionali in grado di respingere qualsiasi attacco diretto da terra o dal mare. Nella fattispecie il compito non dovrebbe essere proibitivo, si spera, nonostante i problemi di bilancio e la riduzione che sembra ormai assicurata del numero di F35 da acquistare. Quanto ad eventuali impegni militari collettivi, Panebianco non ne parla, forse perché non erano all’ordine del giorno al momento di scrivere l’articolo e il compito di arrestare l’avanzata dei nuovi jihadisti restava affidato alle milizie curde e all’aviazione americana.

Può darsi che adesso qualcosa cambi dopo l’apparente decisione post-elettorale di Barack Obama di tornare a perseguire il rovesciamento del regime di Bashar Assad in Siria nonchè il ripensamento americano sul ritiro pressocchè totale dall’Afghanistan. Se un cambiamento ci sarà, ci si deve augurare che nessuno dimentichi l’esito catastrofico (ora da quasi tutti riconosciuto) della seconda invasione dell’Irak e dell’intervento franco-britannico in Libia. Nessuno, compresa naturalmente l’Italia, che soffre tuttora per le conseguenze di quest’ultimo e che con Silvio Berlusconi premier collaborò entusiasticamente nel primo caso e più di contraggenio nel secondo. Ma sempre, se ricordiamo bene, con l’approvazione di Panebianco e di molti altri suoi colleghi.

Passando alla crisi ucraina, conviene richiamare innanzitutto l’attenzione su un duplice suo collegamento con quella mediorientale e africana. Da un lato, cioè, l’interesse russo, certamente non inferiore a quello di USA e UE, ad arrestare l’avanzata e possibilmente neutralizzare la minaccia dell’ISIS, o IS, ma quanto meno indebolito e paralizzato dallo scontro con l’Occidente riguardo all’Ucraina.

Dall’altro, la comprensibile riluttanza o vera e propria renitenza, finora, di gran parte dello schieramento occidentale sia a ridiscendere in campo con le armi in pugno in Medio Oriente sia a seguire docilmente gli Stati Uniti nel contrastare ad oltranza la Russia nella questione ucraina. Non è vero, infatti, che l’Italia, come scrive Panebianco, costituisca un’eccezione all’interno di quello schieramento mantenendo aperto in ogni modo il dialogo con Vladimir Putin, se è invece vero che lo fa o lo ha fatto fino a ieri persino Obama.

Corrispettivamente, non è neppure appropriato parlare, come fa altresì Panebianco, di un “riposizionamento strategico della Russia per la quale, ora, gli occidentali sono di nuovo potenziali nemici” e che l’Italia anche dopo l’arrivo di Gentiloni alla Farnesina continuerebbe a mostrare di ignorare. Non occorre essere estimatori dell’attuale numero uno del Cremlino e men che meno ammiratori del suo regime per sostenere, volendo, proprio il contrario.

Negli ultimi anni soltanto i repubblicani americani insistevano nel bollare anche la Russia post-comunista come “avversario strategico numero uno” degli USA, mentre Obama cercava di “riassestare” (reset) i rapporti già buoni ma poi un po’ peggiorati con Mosca a causa della crisi siriana. In Europa, persino la Polonia quasi visceralmente antirussa si muoveva nella stessa direzione, per non parlare di tanti altri Paesi più o meno pesantemente dipendenti dal gas russo ma comunque per nulla attratti dal ripristino di approcci da guerra fredda.

Poi è scoppiata la crisi ucraina, che certo ha provocato, via via aggravandosi, nuovi contrasti e tensioni di vecchio stampo. Anche oltre oceano, tuttavia, personalità prestigiose e addirittura autentici campioni della guerra fredda storica riconoscono che le pur dure reazioni di Mosca al rovesciamento del regime di Viktor Janukovic a Kiev non mancano di qualche giustificazione ovvero legittimazione quanto meno politica, mettendo nel conto tutti i precedenti posteriori al 1989-1991.

Mentre a Washington è comunque prevalso l’orientamento a considerare le suddette reazioni intollerabili, nel vecchio continente le posizioni di fondo si presentano largamente divise malgrado la tendenza dei governi ad accodarsi, magari a fatica e pigiando sui freni, al Paese guida dell’alleanza atlantica. Anche l’Italia ufficiale, naturalmente, applica le sanzioni contro Mosca subendone le ritorsioni, benchè dal mondo politico nazionale e dall’opinione pubblica più qualificata si levino molte e crescenti voci di dissenso.

Si possono anche ignorare, a fini di comprensione dei termini del problema, quelle ispirate da amicizie personali (tra Arcore e il Cremlino, per non fare nomi), facile demagogia (padana e non) o singolari nostalgie di sinistra del mondo bipolare. Si deve invece registrare ancora una volta, ad esempio, quella di un osservatore come Sergio Romano, l’ex ambasciatore che negli anni ‘80 si dimise essendo stato rimproverato da Ciriaco De Mita per non avere coadiuvato adeguatamente una missione amichevole a Mosca dell’allora premier DC.

L’attuale collaboratore del ‘Corriere’, rispondendo pochi giorni fa ad un lettore, è tornato a spiegare perché non lo convince l’accusa alla Russia di avere imperdonabilmente violato le norme internazionali riguardanti l’intangibilità delle frontiere europee.

Facendo eco a personaggi del calibro e del profilo di un Henry Kissinger, Romano ha ricordato che prima dell’intervento russo in Ucraina “gli Stati Uniti avevano già modificato la carta geopolitica europea  allargando la Nato fino a comprendere quasi tutti i Paesi che erano stati membri del Patto di Varsavia” e proposto poi anche l’estensione ad Ucraina e Georgia non  di un’organizzazione per la sicurezza collettiva dell’intera Europa ma di “un’alleanza politico-militare creata per fare fronte a un potenziale nemico”.

Il tutto accompagnato dall’installazione di una rete di nuove basi antimissilistiche presso i confini tra Europa orientale e Russia con la poco credibile funzione protettiva da minacce di provenienza mediorientale e africana. Pur rimproverando a Putin “mosse azzardate e imprudenti” come l’assistenza militare ai ribelli filorussi dell’Ucraina orientale, Romano conclude affermando di non credere che “l’estensione delle frontiere di un’area di influenza sia meno importante, per gli equilibri europei, della modifica di una frontiera statale”.

E’ una valutazione che potrebbe essere integrata rammentando che la Russia, oltre ai legami storici ed etnici con l’Ucraina in generale, vantava titoli particolarmente  forti per il recupero della Crimea. E che la contestazione occidentale della sua pur sbrigativa annessione non tiene conto dei multiformi appoggi dati dallo stesso Occidente alla rivolta di Kiev contro un governo, inetto, corrotto e impopolare quanto si voglia, che aveva finito con lo scegliere l’associazione economica con la Russia anziché con la UE.

Tirando infine le somme, si può senz’altro convenire con Panebianco quando afferma che “nessun mutamento territoriale può avvenire se non in modo consensuale”. Il consenso, però (e qui il politologo del ‘Corriere’ non dovrebbe a sua volta dissentire), non può essere raggiunto solo mediante un accordo tra governi sul tracciato delle frontiere che ignori la volontà delle popolazioni interessate e, al limite, non rispetti il principio dell’autodeterminazione dei popoli teoricamente sacrosanto.

Ebbene, nel caso ucraino la volontà popolare è stata in qualche modo espressa ancorchè senza tutti i crismi della prassi internazionale comunemente accettata, sia in Crimea sia nelle due province del Donbass tuttora fattivamente contese. E soprattutto, in compenso, la volontà espressa rispecchia quanto ci si poteva aspettare da un Paese che nella sua lunga storia non ha mai acquisito un’identità precisa e condivisa oltre a godere (se nella fattispecie è lecito usare questo verbo) dell’indipendenza statale da solo 23 anni.

La crisi attuale non ha fatto che approfondire ed esasperare una divisione di fatto tra le contrade e l’anima filo-occidentali della Rus’ (questo il suo nome originario) e quelle filorusse, nata dalle opposte attrazioni emerse durante la transizione dalla dominazione polacco-lituana a quella zarista e impersonate dall’antitesi tra due dei maggiori eroi nazionali, rispettivamente Bogdan Chmelnizkij e Ivan Mazepa. Una divisione ulteriormente accentuatasi, nel secolo scorso, per effetto dell’aggiunta di nuove terre a ovest e della russificazione etnica e culturale a est sotto la spinta dell’industrializzazione sovietica.

Preservare l’indipendenza e l’integrità di un simile Paese sarà sicuramente improbo se non impossibile applicando la ricetta di Panebianco, che vede i rapporti tra Russia e Occidente “irreversibilmente cambiati” e sembra dedurne l’inevitabilità di una prova di forza ad oltranza benchè, forse, non sul piano militare dal momento che lo schieramento occidentale, in questo caso con USA finora in testa, esclude un proprio intervento armato in Ucraina ed anche, allo stato attuale, la sua ammissione nella NATO.

Preservarne invece l’indipendenza ma non necessariamente l’integrità sarebbe invece meno arduo imboccando più decisamente la via del dialogo e del compromesso, che sarebbero comunque indispensabili anche qualora si ripiegasse su una divisione del Paese, che la maggioranza degli osservatori occidentali tendono a ritenere inevitabile a causa della mano pesante usata dal governo di Kiev nel tentativo, fallito, di piegare con le armi la ribellione del Donbass e dopo l’esito delle elezioni nelle province separatiste.

Inevitabile sarebbe comunque, con ogni probabilità, il protrarsi delle ostilità qualora di preferisse l’opzione opposta, perché ciascuna parte in causa cercherebbe di assicurarsi la porzione più ampia possibile di territorio sia nelle immediate adiacenze del Donbass sia in quella vasta zona “grigia” centrale rimasta sinora relativamente tranquilla ma la cui totale fedeltà a Kiev potrebbe rivelarsi non scontata.

Lo scorso 4 novembre il ‘Corriere della sera’ ha pubblicato anche un articolo di Antonio Armellini nel quale si sostiene che “una divisione dell’Ucraina aprirebbe una faglia dalle conseguenze imprevedibili” per il Paese e per l’Occidente e che qualsiasi alternativa alla salvaguardia della sua unità, anche mediante concessione delle necessarie autonomie, “sarebbe ad un tempo impraticabile e pericolosa”.

Sembra invece che sia vero il contrario, anche se un ultimo sforzo per uscire dalla crisi nel segno della continuità, ovvero del ristabilimento dello status quo ante con una presumibile eccezione per la Crimea, potrebbe essere sensato oltre che legittimo. Ma, comunque, senza soverchie illusioni.

 

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