martedì, Ottobre 19

Italia e Palestina per la Natività field_506ffb1d3dbe2

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La Basilica della Natività a Betlemme (Foto: Emma Mancini)

La Basilica della Natività a Betlemme (Foto: Emma Mancini)

Betlemme – Mentre a Roma il premier italiano Letta e quello israeliano Netanyahu firmavano 12 accordi bilaterali per rafforzare i già stretti legami tra i due Paesi in campo economico e culturale, un altro pezzo d’Italia lavorava per la Palestina. Ad un anno dal riconoscimento della Basilica della Natività come patrimonio Unesco in terra palestinese, sono partiti i tanto attesi lavori di restauro. La chiesa è in fermento: dal 15 settembre scorso un team tutto italiano ha aperto la prima fase di un progetto che si prevede lungo e articolato.

Il bando di gara è stato lanciato dall’Autorità Palestinese – ci spiega Marcello Piacenti, direttore dei lavori per conto della Piacenti SpA, impresa privata di restauro di Prato – La nostra azienda, un’impresa familiare, si è aggiudicata la prima fase del progetto, in collaborazione con le Università di Carrara, Napoli, Siena e Roma La Sapienza, il Consorzio Ferrara Ricerche, il Cnr-Ivalsa”.

Un’esperienza tutta italiana quella che si prospetta per uno dei siti religiosi più noti e visitati al mondo: l’eccellenza della tradizione italiana sbarca così in Terra Santa per avviare un progetto dal valore complessivo di 2,6 milioni di dollari.

Noi ci occuperemo della messa in sicurezza e del restauro completo del tetto e delle vetrate sottostanti – continua Marcello – Sostituiremo la copertura in piombo con del piombo nuovo, ma manterremo le strutture lignee e i tavolati. Le vetrate risalgono agli anni ’60, non hanno grande valore storico né artistico, per cui le sostituiremo. Alcune travi primarie e secondarie sono collassate e, in questo caso, interverremo con delle protesi di legno antico, appositamente portato dall’Italia. Abbiamo deciso di non introdurre legno nuovo, è inutilizzabile perché i due materiali sono incompatibili e non reggerebbero. Il tetto sarà ventilato attraverso un’intercapedine tra il piombo e il primo strato di legno così da ridurre i pericoli sbalzi termici che hanno in questi anni danneggiato la struttura. Il legno non è in grado di sopportare a lungo umidità, calore eccessivo e poi ondate di freddo come quelle che caratterizzano l’inverno a Betlemme”.

Dei lavori necessari, anche per le continue infiltrazioni d’acqua piovana che hanno deteriorato il tetto, le pareti e le colonne: “Già due anni fa sono partiti studi approfonditi di ogni singolo elemento della Basilica: trave per trave, colonna per colonna, mosaico per mosaico. Il nostro team sta compiendo di nuovo tutti gli esami, prima di avviare i lavori veri e propri. il 15 settembre abbiamo iniziato a fotografare tutto, ogni singolo pezzo del pavimento e del tetto. Abbiamo messo in sicurezza le colonne e i mosaici e poi abbiamo costruito il ponteggio smontabile e rimontabile, così da poterlo spostare con facilità e ridurre tempi e costi. Ora partiamo con la costruzione di un contro tetto in pvc, due o tre metri più alto della Chiesa. Una volta terminato, scopriremo il tetto originale e inizieremo il restauro”.

Un’esperienza emozionante, dice Marcello, seppur abituato ormai a lavorare in luoghi ricchi di storia e arte: “Ho iniziato da piccolo, accanto a mio padre in bottega, sono ormai trent’anni che faccio il restauratore. Ho lavorato a Santa Maria del Fiore, a La Verna, a San Francesco ad Assisi, agli Uffizi. Ho restaurato opere di Michelangelo, ho viaggiato per lavoro a Mosca, a Panama, in Moldova.  Insomma, sono abituato ad ‘avere sotto mano’ opere di altissimo livello artistico, religioso e culturale. Ma stavolta l’emozione è ancora più forte: la Natività è l’embrione, il punto di partenza, la culla della nostra arte e cultura. Mi sembra di essere nel luogo esatto in cui tutto è iniziato, tutto è nato”.

Il team della Piacenti lavora di notte, per non disturbare i pellegrini in visita al luogo di culto per eccellenza, e questo dà un tocco di emozione in più: “Di notte vediamo arrivare i frati francescani, gli armeni e poi gli ortodossi – spiega Marcello – Li vediamo iniziare e praticare i loro riti, accendere le candele, pregare, cantare. Osserviamo la religione da una diversa prospettiva, tre diversi culti cristiani che si incontrano. E poi il canto del muezzin, all’alba”.

A pochi metri dalla Natività, dall’altra parte della Piazza della Mangiatoia, sta infatti la Moschea di Omar. A Betlemme le religioni si affiancano, come aveva spiegato il custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, al momento della firma del contratto per il progetto di restauro: “Mentre il Medio Oriente è un fuoco e vengono bruciate chiese e distrutte moschee, quello che noi facciamo qui è esattamente l’opposto: musulmani e cristiani costruiscono insieme per preservare non solo un patrimonio storico, ma un luogo simbolo di fede per miliardi di credenti nel mondo“.

E se per ridare nuova luce alla Basilica della Natività in campo sono scesi Paesi di tutto il mondo, ditte e università italiane e il governo palestinese, non mancano gli ostacoli posti dall’occupazione militare israeliana: “Il governo israeliano non ci rilascia visti di lavoro, anche se staremo qui per un anno per lavorare ad un progetto sponsorizzato dall’Italia, dal Vaticano, dai governi russo e francese – ci spiega Marcello – Siamo costretti a entrare con visti turistici di tre mesi e poi uscire di nuovo per poterli rinnovare, ma siamo sottoposti a controlli continui e estenuanti. Ma il vero problema è l’arrivo dei materiali dall’Italia: molti strumenti sono reperibili qui, grazie alla collaborazione che abbiamo con aziende e ingegneri palestinesi, ma molti altri li riceviamo dall’Italia”.

Ritardi alla dogana, controlli ai checkpoint, montagne di documenti da consegnare e quantità limitate in ingresso: “Paghiamo molto per le spese di sdoganamento e spesso i materiali vengono lasciati giorni ai checkpoint prima di raggiungere Betlemme. Altri costi, altro tempo perso”.

Ma il team tutto italiano non si arrende e, nonostante le difficoltà, continua nel suo lavoro. Per ridare nuova vita alla stella della Basilica della Natività che lo scorso anno è stata riconosciuta dall’Unesco primo sito palestinese patrimonio dell’umanità. Un successo dal valore inestimabile: nel 2011 l’agenzia Onu è stata la prima a riconoscere la Palestina Stato membro, scatenando le reazioni statunitensi e israeliane.

La prima richiesta ufficiale è stata presentata dieci anni fa, nel 2002 – ci aveva spiegato lo scorso anno il vice sindaco di Betlemme, George Sa’adadopo l’assedio di 39 giorni che l’esercito israeliano pose alla Chiesa della Natività. Ma allora non ottenemmo alcuna risposta”. Nel 2012 la svolta:Abbiamo optato per la procedura d’urgenza, prevista solo nei casi in cui l’esistenza stessa del sito sia minacciata. La Basilica ha bisogno di fondi – continua Sa’ada – e a causa dell’occupazione militare i nostri mezzi sono limitati. Ma ora, grazie all’agenzia ONU, arriveranno i finanziamenti necessari non solo a ristrutturare la Chiesa della Natività, ma anche la Città Vecchia di Betlemme”.

Subito dopo Stati Uniti e Israele hanno tagliato i fondi all’Unesco come “punizione” per l’accettazione della Palestina come Stato membro. Washington, il maggior contributore dell’agenzia, versava ogni anno circa 240 milioni di dollari, il 22% dell’intero budget: il mancato introito ha provocato gravi tagli al programma Unesco – il cui budget è stato ridotto della metà (oggi pari a 507 milioni di dollari) – e al personale, che nel 2012 ammontava a 2.100 impiegati.

Un anno dopo la decisione di boicottaggio dell’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite ha reagito togliendo a Washington e Tel Aviv il diritto di voto in assemblea: Israele e Stati Uniti sono stati cacciati dall’Unesco per il mancato pagamento delle quote di finanziamento annuali.

Alla preoccupazione statunitense ha fatto da contraltare l’indifferenza israeliana: «Eravamo pronti ad una simile azione – ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Ygal Palmor – Conseguenza della nostra scelta di due anni fa». Pochi i mal di pancia in casa del governo: lo scorso maggio le autorità israeliane avevano impedito l’ingresso ad una delegazione dell’Unesco, in missione a Gerusalemme per verificare lo stato di conservazione dei siti artistici e religiosi della Città Santa. 

 

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