lunedì, Giugno 27

Italia e Mezzogiorno: un destino comune La Svimez descrive un territorio in declino, ma è l'Italia intera che deve reagire

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Qualche anno fa sono stato a Ragusa, in Sicilia. Verso le nove di una bellissima serata estiva, mi sono ritrovato nella piazza principale della città. Mi sono seduto al bar. Non c’era un’anima. “Scusi“, ho chiesto al cameriere, “ma dove sono i cittadini?“. “A casa“, mi ha risposto, “qui si pensa a risparmiare e ad investire“. “Ed in cosa investono?“. “In case“. Questo episodio per dire con leggerezza come gli italiani (non soltanto i meridionali) siano stati liberi di decidere i loro investimenti, derivanti anche da fondi pubblici ridistribuiti. Magari, sanando dopo i loro continui abusi edilizi.
Un Paese amministra e riordina il territorio, fa corretta politica industriale, orienta le scelte della popolazione: in Italia non è avvenuto. E’ prevalsa la ricerca clientelare del consenso politico. L’Italia è il più bel Paese del mondo. Lo era ancor più, prima che venisse attuato questo scempio. Comunque, una sana gestione avrebbe dovuto tenerne conto. Ci voleva, forse, la sfera di cristallo per immaginare un futuro turistico e culturale per il Sud ricco anche di testimonianze artistiche ed archeologiche, oltre che di sole e di mare? O per accompagnare la specializzazione del Nord verso la sua vocazione manifatturiera orientata all’export? Certamente no.

In Germania hanno realizzato l’unificazione in dieci anni. Facendo anche lì delle scorrettezze, specialmente con le privatizzazioni dell’industria orientale, ma sono riusciti nell’intento. Hanno incluso un intero popolo ed un grande territorio, spendendo soldi e facendo quello che andava fatto.
In Italia non ci siamo riusciti, ma non possiamo arrenderci.
Le risorse finanziarie, pur carenti rispetto al passato, sono sempre reperibili con l’aiuto dei fondi europei. Anche un questo l’Europa può essere un utile aiuto, qualcosa su cui fare leva, non un handicap. Presentare i progetti giusti e realizzarli nell’ottica di quella specializzazione del Mezzogiorno che non dimentichi anche le sue punte di eccellenza produttiva, come l’agricoltura di pregio, l’aerospazio, l’automotive. Impostare, soprattutto, una politica fiscale che richiami investimenti produttivi. E’ quello che fanno da tempo, con successo, in Irlanda. Per esempio, le zone franche mi sembrano una buona idea. Anni fa se ne parlò a Napoli. Tutta l’area orientale ex industriale insiste praticamente sul porto. Fu presentato un progetto di riqualificazione con insediamenti che avrebbero dovuto trasformare materie prime e semilavorati in arrivo del mare, riesportandoli in regime di esenzione fiscale. Magari lo Stato non ci guadagna niente, ma intanto crea reddito e lavoro. Alla fine dell’incontro, avvicinai l’imprenditore che aveva illustrato il progetto e chiesi: “mi sembra una buona idea, perchè non si fa?” “Ma se lo Stato e le banche non mi danno i soldi“, rispose, “io come faccio?“. Strano modo di assumersi il rischio d’impresa, pensai. Ovviamente non se ne fece mai niente…

La Svimez auspica una riqualificazione dei centri urbani. A Napoli se ne è discusso per anni. Convegni a iosa e perfino libri. I Campi Flegrei sarebbero dovuti diventare una nuova costa azzurra, il carcere di Procida (un antico maniero) sarebbe diventato un albergo di lusso, l’area ex Italsider di Bagnoli una nuova realtà turistica e residenziale. Non è stato fatto mai niente. Adesso, il Ministro Federica Guidi propone investimenti in infrastrutture per circa 80 miliardi in 15 anni. Bene, ce n’è tanto bisogno, le carenze sono molteplici. Però, è il caso di preoccuparsi di come accelerare la realizzazione delle opere ed evitare le infiltrazioni criminali. Gli esempi del passato non depongono bene.

L’intervento vero va fatto a livello amministrativo. Per togliere potere a quelle burocratiche incrostazioni locali, dedite a fare i propri interessi e quelli della cordata di appartenenza, non quelli dei cittadini. Insistere per un accentramento, la creazione di macroregioni, se necessario. Tornare ad impadronirsi del territorio. Anche con fermezza, con la presenza costante di forze di sicurezza, dell’Esercito, di una giustizia efficiente e rapida. Nel ventennio il prefetto Cesare Mori ci riuscì. Il sindaco Rudolph Giuliani ha reso New York città sicura in dieci anni.

E’ fondamentale il capitale umano. Bisogna invogliare le intelligenze migliori del Mezzogiorno a tornare, aiutandole a fare là quello che stanno facendo splendidamente altrove. Anche nei palazzi del potere ci sono italiani capaci, motivati e decisi, che possono favorire il cambiamento. In fondo, è in giuoco la loro stessa esistenza come governanti, amministratori e statisti.

 

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