venerdì, Luglio 30

Italia e Mezzogiorno: un destino comune La Svimez descrive un territorio in declino, ma è l'Italia intera che deve reagire

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Mi sono occupato del rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno per parecchi anni sul finire del secolo scorso. Ho anche incontrato ed intervistato uno dei padri fondatori dell’Associazione, quel Pasquale Saraceno che tanto ha lavorato per lo sviluppo dell’economia italiana.
Avevo scoperto dove si stampava il rapporto e, con noncuranza ed allegria, riuscivo ad ottenere una copia in anticipo, che commentavo, uno o due giorni prima della conferenza stampa. Come si può immaginare, con grande scorno e forti arrabbiature per organizzatori e studiosi. Ma, a parte questa nota di colore, devo dire che, da questo tomo ponderoso e ricco di dati e cifre, si aveva un quadro esaustivo dell’economia meridionale. Sistema economico che, in quegli anni, tutto sommato, reggeva e contribuiva alla formazione del Pil nazionale, dando un certo benessere e garantendo una certa coesione sociale.
Negli ultimi sette anni le cose sono cambiate radicalmente e, se torno sull’argomento, è perchè le cifre illustrate sono realmente brutte. Riassumo le principali: dal 2008 al 214 il pil si è contratto del 13%, l’occupazione del 9%, i consumi del 13%, i redditi del 13%, il valore aggiunto manifatturiero del 34,8%. Al Sud si rischia un sottosviluppo strutturale, permanente. Incombe una emergenza povertà per una persona su tre; si rischia la desertificazione demografica, industriale, del capitale umano.

La cosa ha avuto un certo scalpore sulla stampa. I commenti si sono sprecati. Tra coloro che hanno la responsabilità di governare ed amministrare il nostro bel Paese ho avuto, però, l’impressione che molti non si rendano neanche conto della gravità della situazione, mentre altri sono spesso collusi o accettano lo status quo per mantenere la poltrona.

C’è, da tempo, un processo di rimozione, non solo dai pensieri, ma addirittura dalle coscienze. Il Mezzogiorno è un peso. Forse molti sono giunti alla conclusione che non ci sia più nulla da fare. Ma non è così. L’Italia, senza il Mezzogiorno, non va da nessuna parte. Le colpe sono dei meridionali del Paese intero che, nello stesso lasso di tempo, è regredito in modo impressionante. Le colpe sono anche dello Stato che ha consentito che quattro regioni importanti del Paese finissero in mano alle organizzazioni criminali ed ai fiancheggiatori politici. In questi ultimi due decenni il Mezzogiorno si è impoverito, non solo di mezzi materiali ma, soprattutto, di intelligenze: i meridionali migliori stanno andando via. L’economia langue, perchè manca ogni possibilità pratica di fare impresa in quel territorio che, nello stesso tempo, è stato depredato in tutti i modi. Per esempio, dalle imprese che hanno trovato comodo sversarvi i residui nocivi di lavorazione, con la complice alleanza della peggiore criminalità locale. Il Mezzogiorno non è più un problema di Pil che non decolla o di lavoro che non c’è. E’ una grave emergenza sociale. Ho scritto recentemente ad un amico economista che si ostina a commentare dati e tabelle: «questo tempo è finito. Bisogna valutare quella società globalmente, integrando lo studio dell’economista con quello del sociologo. E l’amministratore deve intervenire con fermezza».

Eppure, c’è stato un periodo in cui il Mezzogiorno sembrava avviarsi verso una stagione felice. Nella metà degli anni settanta la Cassa per il Mezzogiorno aveva fatto cose egregie. L’industria, specialmente quella delle partecipazioni statali, si era insediata stabilmente e con un certo successo. Le opere pubbliche stavano avvicinando rapidamente il Mezzogiorno al resto del Paese. Poi le cose sono cominciate a cambiare…  Stranamente, in coincidenza con l’istituzione delle Regioni, che ha dato maggiore autonomia decisionale e creato centri di spesa a livello locale. Eppure, c’era già l’esempio dell’autonomia siciliana, che non aveva brillato per efficienza. A quel punto, l’idea di aiutare la parte meno fortunata d’Italia è diventata quella di depredarla.
Industriali e multinazionali si sono insediati con i loro capannoni, hanno intascato i contributi pubblici e sono spariti, lasciandosi alle spalle terra bruciata. La peggiore politica si è impadronita del potere locale. Magari ha stretto anche solida alleanza con la criminalità organizzata. Il debito pubblico italiano, che cominciava a gonfiarsi a dismisura, ha fornito elementi di sostegno surrettizio ai ceti impiegatizi e burocratici. L’impiego pubblico è subentrato a quel poco di iniziativa privata che si stava radicando. Facendo dire ad un noto economista napoletano che «nel Mezzogiorno si pagano stipendi veri per falsi lavori». Un andazzo che si è ben presto esteso anche al Nord, con il crescente compiacimento della politica.
L’Italia, che aveva uno status di potenza economica mondiale ed era diventata il secondo Paese manifatturiero d’Europa, ha perso i suoi primati. La pressione fiscale è cresciuta troppo ed il gettito non è più servito per pagare solo stipendi pubblici e pensioni, ma per pagare gli interessi agli usurai internazionali, che hanno tolto autonomia al Paese.
Questo, per dire che la crisi del Mezzogiorno si confonde con la crisi dell’Italia intera ed affonda le sue radici anche negli investimenti sbagliati degli ultimi decenni, pubblici e privati. Lo Stato ha costruito mega impianti industriali nei luoghi più belli (Saline Joniche, Gela, Bagnoli, per fare qualche esempio) che spesso sono diventati luoghi desolati, inquinati ed impraticabili. Gli italiani, dal canto loro, hanno cominciato a costruire case ovunque e comunque, trascurando tutto il resto. La rendita pubblica (c’è stato un periodo in cui i rendimenti dei Bot erano anche a due cifre) ha fornito loro introiti alternativi impiegati, appunto, nel cementificare la penisola.

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