sabato, ottobre 20

Italia e Libia come nel 2008: ma è ancora possibile? Il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi punta sul rilancio del Trattato 2008 Berlusconi-Gheddafi: della fattibilità o meno ne parliamo con l’analista Claudio Bertolotti e con il ricercatore libico Murad Elhoni

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Giorni di intensa attività sul fronte Libia per il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi. Il 7 luglio il Ministro si è recato a Tripoli per incontrare il Presidente libico (riconosciuto dall’ONU) Fayez al-Serraj ed il suo entourage; oggi 9 luglio, invece, a Roma Moavero Milanesi ha incontrato Ghessan Salamé, Rappresentante Speciale dell’ONU per la Libia.

Ciò che ha colpito di più, durante la visita di Moavero Milanesi a Tripoli, è stato il richiamo all’Accordo di Amicizia del 2008, voluto dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal rais libico Muhammar Gheddafi.

Il Trattato Italia-Libia di Amicizia, Partenariato e  Cooperazione del 2008 è stato, in realtà, il punto di arrivo di una politica che, con una serie di accordi bilaterali, era stata avviata dai Governi italiani già dal 1998. Nonostante il processo di normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, era andato avanti a fasi alterne, nel 2008 si arrivò alla firma del trattato.

Il Trattato del 2008 era molto ambizioso e non si limitava a stabilire degli amichevoli rapporti economici, bensì si proponeva di stabilire un rapporto di partenariato che avrebbe dovuto svolgere la funzione diponteverso un più completo accordo tra Libia ed Unione Europea (le trattative per tale accordo, in effetti, vennero fatte partire alla fine del 2008). Il Trattato, ci dice Claudio Bertolotti, analista strategico ISPI e ITSTIME, “è un vero e proprio accordo programmatico che guarda(va) a un rapporto speciale e privilegiato di partenariato tra i due Paesi, in particolare nell’ambito dell’Unione Europea e in quello dell’Unione Africana, in un’ottica di cooperazione Europeo-libica in cui ad avvantaggiarsi sarebbero entrambe le parti”.

La natura autoritaria del Governo di Gheddafi rendeva necessaria una serie di specificazioni nel trattato: in primo luogo, i contraenti di impegnavano al rispetto del Diritto Internazionale, ovvero a non aggredire altri Stati e a non violare i Diritti Umani sul proprio territorio; si tratta chiaramente di indicazioni che dovevano mitigare l’imbarazzo italiano per l’accordo con il dittatore libico.

Le parti più interessanti dell’accordo del 2008, però, sono quelle che riguardano economia e migrazione.
Per quanto riguarda l’economia, l’Italia si impegnava a realizzare in Libia infrastrutture di base per un valore complessivo di 5 miliardi di dollari (250 milioni all’anno per vent’anni). Si sarebbe dovuto trattare di lavori svolti da imprese italiane in territorio libico. Inoltre, le imprese italiane avrebbero dovuto realizzare lavori per la costruzione di unità abitative. Un ruolo oneroso, quello dell’Italia, “totalmente a carico dell’ENI, attraverso un’imposta sul reddito della società”, spiega Bertolotti. Un vincolo, imposto dalla Libia, per chiudere qualunque contenzioso riferito alpassato colonialedell’Italia. In questo caso potrebbe esserci un vantaggio relativo da parte dell’Italia per chiudere un’annosa questione che di per sé non avrebbe ragione d’essere non essendo il colonialismo all’epoca un fatto contrario al diritto internazionale. Ma tant’è, la rilettura dei fatti storici passa anche attraverso l’opportunità del momento”.

Nel campo della difesa e della sicurezza nel Trattato viene preso impegno a realizzare ‘un forte ed ampio’ partenariato industriale e delle industrie militari, sottolinea Bertolotti, nonché la conduzione di manovre congiunte.
I due Paesi, inoltre, si impegnavano a delle reciproche restituzioni: da un lato, l’Italia si impegnava alla restituzione di reperti archeologici trafugati nel periodo coloniale (1911-1951); dall’altro, la Libia si impegnava a restituire i crediti vantati da aziende italiane con lo Stato nordafricano e mai riscossi a causa della rivoluzione di Gheddafi nel 1969 (a questo proposito, l’impegno prevedeva anche il superamento del divieto, per gli esuli italiani partiti dopo il 1969, a rientrare in territorio libico).

La questione che oggi pare essere quella più rilevante è quella relativa al contrasto all’immigrazione clandestina attraverso la Libia e il Mediterraneo e al terrorismo. Per quanto riguarda la lotta all’immigrazione clandestina, “l’art. 19 del Trattato del 2008 ribadisce la disponibilità delle due parti al pattugliamento con equipaggi misti con motovedette messe a disposizione dall’Italia  -cessione di motovedette che è già stata in parte effettuate e in parte è in corso”, sottolinea Bertolotti. “Un’altra opzione che l’Italia ha proposto e la Libia ha accettato è la realizzazione di un sistema di telerilevamento alle frontiere terrestri libiche, in affidamento a società italiane. Un sistema piuttosto oneroso per l’Italia in termini di risorse economiche (previsto per metà a carico dell’Italia e per l’altra metà dell’Unione Europea) ma non di personale, in quanto non prevede il dislocamento di forze di polizia italiane. Ma al tempo stesso una scelta di opportunità che al momento non vede possibilità di realizzazione a causa della sostanziale assenza di controllo territoriale sui confini da parte delle forze di sicurezza facenti capo al presidente al-Sarraj. Va tenuto poi conto che la frontiera sud, quella con il Niger   -dove l’impegno economico dell’Unione Europea si è rivelato tutt’altro che soddisfacente-, vede un’ampia presenza di forze militari francesi, sostanzialmente disinteressate ai flussi migratori attraverso il territorio nigerino e verso la Libia”.

Lo scoppio della guerra civile e la caduta di Gheddafi nel 2011 hanno trasformato in carta straccia l’accordo, tanto più che la Libia è uscita estremamente frammentata dal conflitto e, attualmente, il potere reale è in mano a delle milizie che controllano vaste aree: al Governo di Tripoli, riconosciuto dall’ONU e guidato da al-Serraj, si contrappone, in primo luogo la Cirenaica, sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar, ma molte altre sono le zone sotto il controllo di milizie che si alleano ora con uno, ora con l’altro aspirante Presidente.

L’applicazione dell’accordo del 2008 potrebbe non essere così scontata a causa delle condizioni differenti sia in Italia che in Libia.

Per quanto riguarda l’Italia, il fatto che il nuovo Governo di Roma, a guida grillino-leghista, abbia ripreso in mano l’accordo del 2008 comporta alcune riflessioni. Da un lato, la parte leghista, che nel 2008 era al fianco di Berlusconi, non ha difficoltà nel rivendicare una scelta del genere. Qualche problema in più potrebbe arrivare da parte grillina: il movimento di Casaleggio, infatti, ha sempre ribadito come sua caratteristica intrinseca, la distanza tra la propria politica e quella di tutti gli altri gruppi; il fatto che ora, il Ministro degli Esteri del loro Governo sia costretto a recuperare una accordo firmato da Berlusconi, potrebbe mettere in imbarazzo i grillini più oltranzisti. D’altra parte, non bisogna dimenticare che Moavero Milanesi era già Ministro per gli Affari Europei nel Governo Letta (a guida PD): si tratta, quindi, di un professionista della politica che, è lecito immaginare, agisce in chiave più realistica che ideologica. Il vantaggio principale che ne avrebbe l’Italia, secondo Bertolotti, è “relativamente all’attività di cooperazione sul piano dello sviluppo imprenditoriale e del commercio, riguarda i crediti vantati da aziende italiane verso amministrazioni ed enti libici, calcolato in quasi 700milioni di euro, solo in conto capitale, a fronte di un credito complessivo stimato in circa 2miliardi di euro. Se l’accordo dovesse essere in qualche misura riattivato, allora le imprese italiane dovrebbero riuscire a recuperare qualcosa di quanto perso, sebbene sorgano forti dubbi sulla fattibilità di questa opzione. Un’interferenza francese avrebbe dirette ripercussioni sull’economia nazionale italiana, già fortemente provata”. Un altro grande vantaggio fondamentale che l’Italia, attraverso l’ENI, punta a ristabilire “è l’accesso alle risorse energetiche ai livelli pre-2011, momento dell’abbattimento del regime di Gheddafi. Allora l’Italia importava dalla Libia il 25% del proprio fabbisogno energetico, oggi meno dell’8%; un’opzione strategica, quella libica, a cui l’Italia non può rinunciare, tenendo altresì conto dei contratti in essere tra l’ENI e il Governo libico (quale che sarà) teoricamente validi fino al 2047”.

Per quanto riguarda la Libia, invece, la situazione è piuttosto complessa. Nel 2008, la Libia era saldamente nelle mani di Gheddafi; oggi, l’assenza di un potere centrale non permette di fare previsioni sull’applicazione o meno di un nuovo accordo. Ce lo conferma Murad Elhoni, giornalista e ricercatore libico, il quale afferma: “nel 2008 in Libia esisteva allora un Governo autoritario che poteva applicare sulla realtà il contenuto dell’accordo raggiunto tra la Libia e l’Italia ma adesso ci troviamo davanti a una realtà assai diversa e cambiata che non aiuta di certo ad applicare l’accordo”.

Il Governo di Tripoli, infatti, controlla una parte limitata di territorio e, sebbene si sia mostrato molto lieto di collaborare con il nuovo Governo di Roma, difficilmente potrà essere in grado di adempiere al Trattato, come ci conferma Bertolotti. Pesa, e molto, “il fatto che la Libia sia sostanzialmente divisa in feudi e centri di potere, con due parti principali contrapposte, Tripoli e Tobruch, rispettivamente rappresentate dal Presidente Fayez Al-Sarraj e dal generale Kalifa Haftar, e sostenute da attori che hanno una visione differente di quella che dovrebbe essere la Libia. Da una parte la maggior parte della comunità internazionale, con un ruolo importante dell’Italia a sostegno di al-Sarraj, forte del riconoscimento della Nazioni Unite, ma sempre più marginale e ininfluente; dall’altra parte, con Haftar, l’Egitto, la Russia, e anche una Francia sempre più ambigua e monocratica nelle sue prese di posizioni in seno all’Unione Europea e al Mediterraneo. Certamente a Tripoli si guarda con favore alla nuova politica italiana, molto meno diplomatica rispetto alla precedente, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con il generale Khalīfa Ḥaftar; se il Governo Gentiloni aveva tentato una mediazione tra i due principali attori della politica libica post-Gheddafi, il nuova Governo sembra schierarsi nettamente a favore di Serraj contro Haftar, probabilmente anche in chiave anti-francese.

Un fattore fortemente determinante, ai fini della realizzabilità del Trattato del 2008, “è dato dal fatto che oggi, volenti o nolenti, il business criminale legato al traffico illegale di esseri umani rappresenta più del 40% del Pil libico”, sottolinea Bertolotti, “e insieme a questo anche il business del traffico illegale, di cui una buona parte destinato all’Italia, di idrocarburi, beni di contrabbando e archeologici. Difficile pensare di contrastare una così estesa economia parallela senza andare a toccare gli interessi, non solamente delle organizzazioni criminali, ma anche quelli delle famiglie e dei tanti cittadini libici (e non solo) che vivono grazie a questa”.

A ciò si aggiunga il contrasto economico tra Roma e Parigi per le risorse petrolifere libiche, che non è una novità, ma in questo momento, alle questioni economiche sembrano aggiungersi questioni più prettamente politiche interne alla UE. Il vantaggio di un ristabilimento di quanto previsto dal Trattato è evidente, sarebbe per entrambi gli attori, Libia e Italia, ma sarebbe guardato con grande diffidenza dalla Francia che, con ogni probabilità, farà il possibile affinché tale scenario possa realizzarsi”, sostiene Bertolotti. Il quale conclude sottolineando che grandi scogli “si frappongono fra le ambizioni italiane, l’interesse nazionale e la stabilità della Libia: in primis le spinte centripete che vengono impresse dagli attori che giocano sotto banco una partita controproducente per l’Italia e per la stessa Europa.

Sappiamo benissimo, afferma Elhoni “che l’Italia ha congelato l’accordo dopo la reazione violenta del regime di Gheddafi nei confronti dei dimostranti libici, e non è mai stato ripristinato malgrado la buona volontà dei Governi libici dopo la rivoluzione del 2011 e la richiesta del Governo italiano nel 2016. Attivare l’accordo in questo momento è considerato per tutti quanti un segno di solidarietà e sostegno al Governo d’accordo nazionale”, per questo l’annuncio, prosegue  Elhoni, è stato accoltocon molta soddisfazione e approvazione”, sottolineando che “questa mossa potrà dare i suoi frutti per consolidare i rapporti già forti tra i due governi, anche se questo gesto è passato in qualche modo inosservato per la situazione critica che sta attraversando il Paese, e malgrado la propaganda anti-italiana da parte degli avversari politici di Serraj vicini al generale Hafter”.

Ma quali i punti forti dell’Italia rispetto alla Francia? L’Italia, secondo Elhoni,con la sua lunga esperienza politica e sociale in Libia, può dare di più rispetto la Francia in quanto la maggior parte dei libici crede ancora nella possibilità che l’Italia possa esercitare un ruolo molto concreto e reale per la riconciliazione sociale e nel sostegno all’Autorità a porre fine alle ostilità e a cercare di instaurare la stabilità”.
Al centro dell’attenzione dei libici, secondo Elhoni, è il piano per portare riconciliazione, pace, stabilità, senza dimenticare il rafforzamento degli scambi commerciali e dei confini per sconfiggere l’immigrazione illegale. Su questo la proposta italiana dovrà dimostrarsi vincente.

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