mercoledì, Settembre 22

Italia: dopo Bruxelles che fare

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Durante l’ultimo Vertice dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei Paesi dell’Unione europea a Bruxelles per l’emergenza attentati, l’Italia si è fatta portavoce di un progetto che non è solo militare ma anche socio-culturale.
La rete d’informatori sopracitata non sarebbe mai portuta esistere in un paese come Molenbeek. Il distretto belga era ed è chiuso dall’infiltrazione esterna di chi non è musulmano o mediorientale, un problema che oltre a ghettizzare la popolazione rende impossibile i necessari controlli sull’estremizzazione religiosa e ancora meno un possibile coordinamento con le autorità locali. La soluzione proposta dai dicasteri di Roma è quella di lavorare finemente non solo nella prevenzione militare del problema terrorismo ma di prestare attenzione anche al lato culturale e sociale.
Un tema quello dell’integrazione molto discusso in Italia, che vede gran parte della popolazione ostile convinta che la cultura contro la violenza non possa funzionare.

L’Italia dunque punta soprattutto sul contrasto alla minaccia attraverso una ‘strategia nazionale anti radicalizzazione’ che eviti di piantare il germe dell’odio e dell’intolleranza religiosa. Un progetto difficilmente applicabile visto le sempre più complesse ostilità espresse dalla popolazione che è più incline a sopportare qualche espulsione sommaria rispetto all’arginamento vero del problema terroristico.

Per quanto ci si possa sforzare di ricercare sempre nuove soluzioni è difficile che queste facciano presa realmente in un contesto come quello italiano.
L’azzeramento dell’indice di rischio non può essere garantito in nessun caso, le variabili da considerare sono così vaste che è difficile persino avvicinarsi allo zero.
L’innalzamento del livello di coordinamento negli attentanti e lo scegliere obbiettivi meno protetti ma sempre psicologicamente destabilizzanti è incompatibile con un sistema di sicurezza capillare e totale. Quella che si sta combattendo è una guerra sotterranea, non gestibile attraverso i normali canali diplomatici o militari, bisogna spingere il concetto di sicurezza oltre la visione stagnante che si è tenuta in questi anni ed iniziare a creare un sistema ibrido che preveda collaborazione d’intelligence e Forze dell’Ordine. Fino ad ora l’Italia ha proposto un piano d’azione realistico, ma che ancora non si è concretizzato nella realtà.

 

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