sabato, Luglio 24

Italia: dopo Bruxelles che fare

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L’attacco di Martedì a Bruxelles ripropone con forza l’imperativo della sicurezza in Occidente. I vari governi nazionali ancora non sono riusciti a trovare una vera e propria formula per far fronte alla grave ondata di migranti arrivati dal medioriente e la preoccupazione per le minacce derivate dallo Stato Islamico.
Da una parte una grossa porzione di popolazione desidera vedere chiuse le frontiere con l’auspicio di una sorta di ‘pulizia sociale’ che garantisca ai sedicenti terroristi l’espatrio, dall’altra il richiamo all’umanitarismo tipico dell’Italia impone un discorso più ampio.

Così come in tutta Europa, anche Roma, è stata investita dall’allarme sicurezza nelle ore successive agli attentati di Bruxelles. In campo sono state schierate ulteriori unità, richiamati oltre mille uomini dalle varie caserme dell’Esercito, per incrementare il numerico dell’operazione strade sicure e diversi nucleo di Polizia e Carabinieri sono stati ricollocati nei luoghi sensibili. Ai Fori Imperiali il flusso delle volanti è pressochè continuo, il luogo frequentatissimo dai turismi sarebbe una meta molto ambita dai terroristi. Le camionette delle forze dell’ordine sostano ai due lati della via Sacra, con il motore acceso, pronte a intervenire, coadiuvate dalla presenta costante e capillare della Polizia di Stato. La presenza fortemente desiderata ( e al contempo osteggiata da una fetta della popolazione ) dei soldati del’esercito permette di avere un controllo su quelle zone più sensibili come autostazioni o ferrovie. La ronda tra i turisti è percettibile, i militari imbracciano ( a differenza dei colleghi ) armi lunghe per rispondere ad una minaccia di tipo non tradizionale nel modo tipico delle Forze Armate: ingaggiando la minaccia.

Guardando la rapidità di schieramento si direbbe che l’Italia sia pronta a far fronte alle emergenze che si potrebbero presentare. Obbiettivi primari come stazioni; aeroporti e principali eventi mondani sono stati letteralmente blindati e i servizi d’intelligence verificano la fondatezza delle centinaia di segnalazioni. L’avvento della Santa Pasqua e le celebrazioni giubilari hanno portato in tutta Italia un numero piuttosto ampio di turisti da ogni parte d’Europa, costringendo le nostre forze dell’ordine a fare fronte comune con l’Esercito per tentare di garantire la sicurezza di tutti i presenti.
Per quanto la logica e le analisi ci dicono che l’Italia rimane un paese piuttosto immune da attentati imminenti, la percezione generale è quella di un’insicurezza generale e una minaccia invisibile.

L’utilità delle misure preventive atte a garantire l’incolumità collettiva risultano ad occhi allenati solo dei palliativi, le ragioni sono diverse. La prima obbiezione è ovviamente legata al numerico, gli uomini schierati sono pochi per luoghi grandi come aeroporti e stazioni. Un terrorista per prendere in ostaggio una palazzina mediamente sfruttata ha bisogno di poco più di 3 persone, una volta asserragliati all’interno il danno in vite umane sarebbe tragico, per luoghi più sorvegliati e protetti di arriva a commando di anche 5 persone. Questi cinque terroristi hanno il vantaggio di essere entità occulte, che bene si devono mimetizzare nel contesto cui fanno riferimento, i militari dal canto loro invece devono tenere una visibilità alta per essere facilmente allertati in caso di evenienza. Tutto questo ovviamente va a far perdere d’efficienza alle Forze dell’Ordine che in una contesto di guerriglia asimmetrica come quello che si vive nelle città d’Europa saranno poco efficienti. Il vero lavoro che si dovrebbe svolgere è in realtà sotterraneo, mirato a contrastare la minaccia prima che questa si presenti direttamente a contatto con il pubblico.

Da questo punto di vista l’uso dell’Intelligence sul territorio nazionale e di personale qualificato operante “senza divisa” potrebbe essere premiante. Se è vero che non esiste una vera e propria analisi comportamentale del terrorista suicida è pur vero che un occhio allenato può osservare comportamenti che a normali agenti della sicurezza sfuggono per mancanza di esperienza e di addestramento. Nella lotta al terrorismo è centrale la comprensione del sistema di relazioni tra i diversi attori che pianificano ed eventualmente portano a termine gli attacchi, sarebbe essenziale poter arrestare terroristi e complici per smantellare queste reti prima che entrino in azione o si ramifichino sul territorio nazionale. Anche in questo caso il lavoro d’intelligence è la chiave di volta, senza un uso sempre più sistematico di operazioni atte a reperire informazioni ed elaborarle per stilare un profilo d’azione contro il terrorismo sarà difficile poterlo sconfiggere. In Italia, la questione delicata dell’impiego dei servizi segreti si collega troppo spesso con colorite storie di intrighi internazionali e colpi di stato. Quello che manca è però una comprensione della minaccia nuova che sta colpendo Roma e le altre città d’Italia, una minaccia che rimane latente e nell’ombra mentre chi la combatte deve operare allo scoperto. La prevenzione degli attacchi non passa solo dalla presenza di molti agenti sul terreno, che possono solo rendere meno facile il compito ai terroristi ma passa soprattutto dalla creazione di una fitta rete di informatori.

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