sabato, Maggio 15

Italia divisa tra magia, riti e tradizioni popolari Un rapido (ma non esaustivo) percorso tra le tradizioni popolari legate al substrato pagano locale

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La convinzione che, tramite i riti propiziatori, o in generale la magia nera, si possano ‘arruolare’ le forze dell’oscurità o divine per raggiungere uno scopo preciso con una qualsiasi stregoneria che sia legata al diavolo o alla divinità, era stata espressa –seppure negandone la validità scientifica – anche alla fine del secolo scorso da autori importanti. Ernest H. Gombrich in sua conferenza tenuta a Strasburgo al Congresso Internazionale di Storia dell’Arte nel 1989 parlava dei concetti di magia, mito e metafora legati all’uso delle immagini in ambito pittorico nelle varie epoche storiche. Anche Aby Warburg in un suo analogo contributo (‘Rituale del serpente’) del 1923 parla dell’immagine che conserviamo nella nostra memoria e che produce una incarnazione religiosa delle cause (il feticcio o amuleto) presso i primitivi, mentre nell’uomo civilizzato crea un distacco verbale attuato mediante l’atto di denominare le cose, per dare loro significati diversi da quello che esse avrebbero in origine come raffigurazioni. Stabilire confini precisi tra religione e magia resta una questione insoluta, se la consideriamo sotto il profilo verbale; la deriva di alcuni amuleti è chiara nelle collane o oggetti appesi al collo, o pendagli che usiamo anche oggi. Accanto a tali ‘portafortuna’, alcuni eventi della vita di ciascun individuo (o civiltà) vengano a volte associati a rituali propiziatori, con i feticci di cui si diceva in precedenza, che diventano ‘amuleti’ o occasioni fortunose cui si legano le tradizioni locali.

L’offerta di ceri, di oggetti, il far voti o promesse, l’effettuare pellegrinaggi, novene, certi riti di circum-ambulazione o di navigazioni particolari, le abluzioni con acque ritenute miracolose e il berle mentre vi si è immersi, varie forme di penitenza, sono tutti esempi di una qualche azione ‘magica o sacra’ che interviene in favore dell’uomo manifestandosi come espressione di una potenza sovrannaturale, seguita ad una azione di umiltà da parte dell’uomo. Esempio biblico ben noto, quello di Giobbe e della sua pazienza, nella speranza della fine dei tormenti inviatigli dal Signore, che gli avrebbe restituito quanto tolto. Leggende popolari narrano di uomini che, per quanto bestemmiatori in vita, si facevano il segno della croce per fermare le precipitazioni atmosferiche dannose per i campi, salvo prendersela in seguito con Dio perché non li aveva ascoltati.

Nella vita contadina le pratiche magiche si connettono quindi alla fatica del lavoro nei campi, e in forme particolari in Lucania, dove le tempeste che distruggono i seminati hanno un loro nesso con gli incantesimi già esistenti sul posto fin dall’antichità. Il ‘precettare’ il tempo per dissolvere una tempesta che si avvicina, è in corso o minaccia gravemente il raccolto è stato argomento di trattazione dettagliata da parte di Ernesto De Martino in ‘Sud e magia’ del 1959, come fenomeno di folklore o legato al sacro, soprattutto nelle aree vicine a Potenza.  Secondo De Martino, certo don Pellettieri gli avrebbe riferito che agli inizi del Novecento a Marsico Nuovo viveva un contadino detto ‘Piè di Porco’, che conosceva o praticava ancora lo ‘scongiuro’ da recitare pro o contro la tempesta, a seconda delle varie esigenze: una formula mnemonica per facilitare l’apprendimento del catechismo, elaborata da qualche parroco locale (Uno: Dio il mondo mantiene;/due: il sole e la luna;/tre: i patriarchi/Abramo, Isacco e Giacobbe/quattro: i quattro evangelisti/Matteo, Marco, Luca e Giovanni/cantarono il Vangelo davanti a Cristo), da aggiungere a un cerchio magico sul terreno tracciato da una falce, poi sollevata verso il cielo in direzione del nembo minaccioso, recitando uno scongiuro vero e proprio (E tu nuvola brutta, oscura/che sei venuta a fare?/Ristuccia, ristuccia/no! vattene da quelle parti oscure/dove non canta gallo/e non venga ‘zampa di cavallo’). La formula andava ripetuta una seconda volta, aggiungendo l’esclamazione ‘Cale’ per quattro volte, l’ultima delle quali con voce vibrante e collerica, nell’intento di far cadere entro il cerchio fatale la tempesta. Va tenuto conto però che tali informazioni sull’uso della magia in Lucania, con aspetti folkloristici, si manifestano su larga scala, in ambienti storici diversissimi pur se con analoghe modalità, e sono oggetto di scandalo rispetto al rituale sacro, diffuso nel territorio. Appaiono reali anche in tempi di caccia alle streghe, ovvero tra Medioevo e Seicento, astraendosi da contesti culturali specifici e divenendo propri del mondo magico, sebbene senza isolarsi dall’ambito locale.

Con lo stesso intento magico, le falci dei contadini più zelanti venivano poste con le punte rivolte verso il cielo nelle aie al fine di ‘tagliare le nuvole’ che portavano la pioggia tanto temuta, nel caso in cui non avessero avuto esito né l’accensione dei ceri della Candelora fatta dalle donne dopo aver chiuso le finestre, né il suono delle campane locali unito a quello di altre chiese contro la grandine.

Magia e religione sono dunque congiunte anche in questo caso, come nel procedimento che la casalinga attua quando recita il Responsum di S. Antonio tutte le volte che vuole ritrovare le cose perdute: ciò fa sorridere chi non ha fede, perché non vi vede il valore propiziatorio, né il significato che si attribuisce alla preghiera. Il sentimento religioso legato alla pioggia fa nascere luoghi come il santuario della ‘Madonna delle Grazie’, che diventa meta di processioni nei periodi di siccità. Spesso in antico la mancanza d’acqua era imputabile alla trascuratezza verso doveri religiosi, o a relazioni adulterine o di concubinato, per ovviare ai quali si doveva effettuare una penitenza o compiere dei pellegrinaggi: una usanza ormai decaduta sin dagli anni venti del Novecento.

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