martedì, Giugno 15

Italia: disuguaglianza e stagnazione field_506ffb1d3dbe2

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La disuguaglianza è il primo nemico da combattere per uscire dalla crisi? Uno dei massimi sostenitori di questa ipotesi è Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001.

In inglese ‘disuguaglianza’ si dice ‘inequality’, che è anche ‘mancanza di equità’. Se ci concentriamo sull’aspetto lessicale sarà più facile capire che la disuguaglianza pesa sullo sviluppo come una zavorra, quella che rallenta la crescita e blocca la permeabilità sociale. 

Una ricerca della Banca d’Italia sul peso della disuguaglianza nella ricchezza dei nostri concittadini, Ricchezza e disuguaglianza in Italia firmata da Giovanni D’Alessio, indica da un lato che la disuguaglianza tra le ricchezza d’Italia (a partire dal 1965) non ha mai smesso di aumentare, nonostante il rallentamento che risale alla fine degli anni Novanta e una leggera ripresa successiva. La forbice tra i patrimoni degli italiani si allarga molto più lentamente che in passato, però continua a crescere.

Istat e Eurostat affermano che in Italia «il 29,9% dei residenti è a rischio povertà o esclusione sociale». A rischio povertà significa che: vive in una famiglia con reddito sotto la soglia di povertà (60% del reddito medio nazionale), vive mancanze materiali come l’impossibilità di sostenere di spese impreviste e di alimentarsi con carne e proteine, non può riscaldare la casa, non ha l’auto, vive in una famiglia in cui si lavora per il 10% del ‘normale’ di un tempo pieno.

Per gli standard dei Millennium Development Goals (obiettivi del millennio, MDG) la povertà assoluta si determina per chi vive con meno di 1 dollaro  e 25 al giorno. Eradicare questo fenomeno è uno degli obiettivi prioritari per il 2015, ma per eliminarlo occorre anche misurarsi con il tema della disuguaglianza.

«La ricchezza – dice il rapporto della Banca d’Italia nella sua introduzione – rappresenta una caratteristica fondamentale per il benessere degli individui e delle comunità nel loro complesso. Nei paesi più ricchi si osservano più elevati livelli di consumo, più lunghe aspettative di vita, superiori livelli di istruzione; alle privazioni materiali tipiche della povertà, si accompagnano invece le cattive condizioni di salute, l’elevata mortalità infantile, l’ignoranza». Uno dei principali obiettivi della politica è dunque ridurre il divario economico tra i cittadini, non solo per questioni morali, ma anche per mere questioni economiche. «Nel 2010 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8.638 miliardi di euro, più di 7,5 volte il corrispondente valore del 1965 misurato sempre a prezzi 2010, con una crescita media annua del 4,6 per cento».

Tale ricchezza si pone in un preciso rapporto con il debito pubblico (che compete a tutti i cittadini, non solo a quelli più abbienti): «Esso viene alimentato dallo sbilancio tra le spese dello Stato rispetto alle entrate; un bilancio in pareggio, sia che fosse stato realizzato con una minore spesa per servizi o con più tasse, avrebbe sottratto risorse alle famiglie per l’accumulazione».

Il rapporto tra ricchezza e PIL e i relativi dati testimonia «che il nostro paese ha in questi cinquant’anni incrementato la propria ricchezza più di quanto abbia incrementato la produzione» e che in Italia «i 10 individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza che è all’incirca equivalente a quella dei 3 milioni di italiani più poveri [Cannari e D’Alessio 2006]».

Il vero traguardo è dunque, da più punti di vista, la ristrutturazione del bilancio dello Stato, ormai indispensabile anche per spostare l’asse della disuguaglianza e garantire una ripresa effettiva (le politiche di austerity non sembrano essere state capaci di farlo). Secondo Gfk Eurisko proprio la ristrutturazione del bilancio pubblico è «uno dei più grossi problemi degli italiani, insieme alla disoccupazione» Con un debito di quasi 9 miliardi di euro a luglio 2013, cioè ben prima della crisi di governo che si è appena risolta, il debito sfiorava il 130% del PIL nazionale. Siamo più ricchi che produttivi, e siamo molto ‘disuguali’ (su Sbilanciamoci, le ‘radici’ della diseguaglianza in Italia).

Lo scorso 20 gennaio Joseph Stiglitz (Nobel per l’Economia 2001), ha partecipato a una tavola rotonda presso l’ONU, con un intervento su ‘The threat of growing inequalities’ (La minaccia della crescente disuguaglianza). A partire dal mancato raggiungimento dei MDG, Stiglitz ha rilevato che, come è noto, «alcuni obiettivi, come dimezzare la proporzione delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà [con meno di 1,25$ al giorno], sono stati conseguiti a livello complessivo, ma nessuno è stato pienamente raggiunto in tutti i paesi».

I MDG sono stati concordati nel 2000 e periodicamente vengono integrati con altri obiettivi. Nel 2005 una Risoluzione dell’Assemblea ONU [0/1. 2005 World Summit Outcome, paras. 57(g) and 58(c)] ha per esempio integrato il ‘diritto alla riproduzione’, cioè la tutela della gravidanza e della maternità come diritti umani e di sviluppo, mentre si stanno aggiungendo altri obiettivi, tra i quali alcuni tematizzati su aspetti di ‘governance’. 

Che la disuguaglianza sia un freno allo sviluppo dei popoli è un concetto accolto anche da IDLO (International Development Law Organization o Organizzazione per il diritto dello sviluppo), organizzazione intergovernativa che ha sede a Roma e riveste un ruolo di osservatore presso le Nazioni Unite. L’idea è aggiungere l’obiettivo “Eliminare l’estrema disuguaglianza” tra le priorità globali per il 2015.

Si dovrà agire sulle disuguaglianza estreme e che evidenziano effetti negativi negli ambiti sociali, economici e politici, ma il peggiore danno della disuguaglianza, e su questo Stiglitz e la Banca d’Italia concordano, è la sua incidenza nel campo delle pari opportunità. Le opportunità ‘non pari’ producono divari di reddito, una sostanziale inefficienza economica di sistema, un freno allo sviluppo.

Infine, la disuguaglianza è un indicatore indiretto dello sviluppo. e i Paesi con maggiori livelli di disuguaglianza (tra i quali il nostro) mostrano rispetto agli altri minori livelli di spesa per beni e servizi pubblici.

Non dimentichiamo il valore aggiunto del sommerso. 333 miliardi è la dimensione della nostra economia sommersa, di poco inferiore ai 351 miliardi ‘vantati’ dalla Germania. Le stime sono contenute nel primo numero 2013 di “Rassegna Economica”, intitolato Ampiezza e dinamiche dell’economia sommersa e illegale. Ma in Germania l’impatto del sommerso sul PIL è del 13 %, mentre da noi è del 16,5%, che non include il 10% aggiuntivo dell’economia illegale e malavitosa.

Disuguaglianza, sommerso ed economia illegale spostano infine e tutti insieme l’asse della crescita, già appesantito dalla crisi economica e che assume in tal modo un segno specialmente negativo, tra gli elementi che continuano a tenere bloccata la nostra economia. «Dopo ben cinque anni dall’inizio della crisi, -ha detto Stiglitz presso l’Italian Academy della Columbia University- in Italia le condizioni dell’economia non sono tornate al livello precedente».

 

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