lunedì, Luglio 26

Italia, debutto europeo In Iraq, raid al confine con la Siria contro l'ISIS. Per l'Onu oltre 1.000 morti dal 5 giugno. La Libia al voto

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L’Italia debutta, di fatto, alla guida del semestre europeo, con il via libera del Consiglio degli Affari Generali delle tre future presidenze dell’Unione Europea (UE).
Dalla Farnesina è trapelato che il programma per i prossimi 18 mesi – dopo l’Italia, Lettonia e Lussemburgo assumeranno successivamente il coordinamento delle politiche economiche comuni – ha al centro iniziative per favorire la crescita e l’occupazione, soprattutto giovanile.
«L’Italia va a Bruxelles puntando su un pacchetto di riforme puntuale, specifico, legato a visione di insieme. In cambio», ha puntualizzato il Premier Matteo Renzi, presentando il semestre italiano, «chiediamo un riconoscimento di quella flessibilità che sta dentro le regole Ue».
Stroncando sul nascere i richiami al rigore della Germania, per bocca del Ministro alle Finanze Wolfgang Schäuble e del falco a capo della Bundesbank Jens Weidmann, Renzi ha ribadito che il «semestre europeo non è soltanto il luogo dove discutere di regole, vincoli, parametri». «La moneta unica non basta. O l’Europa cambia direzione di marcia o non esiste possibilità di sviluppo e crescita».

Dall’Europa al Medio Oriente, più di mille morti in Iraq, la maggior parte civili, tra il 5 e il 22 giugno è il tragico bilancio dell’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani.
Solo a maggio, sempre secondo le informazioni delle Nazioni Unite, altre 900 persone avevano perso la vita nel Paese, poi sprofondato nella guerra contro l’ISIS, i jihadisti dello Stato islamico della Siria e del Levante che si sono impadroniti del nord del Paese.
Nel dettaglio, «tra il 5 e il 22 giugno almeno 757 civili sono stati uccisi e 599 feriti nelle province di Ninive (antico nome di Mosul, ndr), Diyala e Salaheddine, mentre almeno altre 318 hanno trovato la morte e 590 sono state ferite, sempre nello stesso periodo a Baghdad e nelle regioni del sud». L’Agenzia ONU di Ginevra segnala inoltre che «continuano i rapimenti nelle province del nord del Paese e a Baghdad».
I più indifesi sono, come sempre, i minori: l’UNICEF stima che, dalla crisi iniziata l’11 giugno, «la metà dei circa 500 mila sfollati siano bambini». In totale, la missione delle Nazioni Unite nel Paese ha contato il record di oltre 1,2 milioni dei sfollati dal gennaio 2014.

Sul terreno prosegue l’avanzata degli estremisti islamici sunniti, con la presa della base militare di Haditha, nella regione occidentale di al Anbar. La tivù irachena ‘al Iraqiya’ ha lanciato la notizia di «raid dei droni Usa contro le postazioni qaediste al confine con Iraq e Siria, nei pressi del valico di al Qaim», anch’esse nell’al Anbar. Via Twitter, il Pentagono ha però smentito seccamente aerei senza pilota statunitensi lungo il confine con la Siria, «voci sui media non vere».
Si è poi saputo che i raid contro i miliziani dell’ISIS, confermati all”Ansa‘ da testimoni oculari, erano opera dell’aviazione siriana, non dagli americani. Ad al Qaim, secondo il network saudita ‘al Arabiya‘, hanno bombardato anche le forze irachene. Lo stesso sarebbe avvenuto attorno alle raffinerie di Baiji, a nord di Baghdad, per il controllo delle quali Esercito e jihadisti lottano da 10 giorni.
Baghdad ha negato, come riportato invece dalla ‘Bbc‘, che l’impianto petrolifero produttore di un terzo del fabbisogno di petrolio del Paese fosse ricaduto in mano all’ISIS. Anche i valichi di frontiera di Turaybil e di Walid, con Giordania e Siria, sarebbero sotto il controllo governativo. Le notizie, comunque, sono molto confuse.

Per il Segretario di Stato americano John Kerry, in visita a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dopo le tappe in Egitto e a Baghdad, la soluzione alla crisi «non può essere solo militare». Così sarebbe «difficile avere successo», ha ammesso il braccio destro di Barack Obama, confermando la linea non interventista degli Usa.
Discusso con il Premier iracheno, lo sciita Nouri al Maliki. e vari esponenti politici e religiosi, incluso il Presidente della regione autonoma curda Massoud Barzani, Kerry si è convinto che la chiave di volta sia far dimettere al Maliki e formare, prima possibile, un Governo di unità nazionale. «I leader iracheni hanno compreso di non poter più andare avanti con le divisioni interconfessionali. L’essenziale», ha chiosato Kerry, «è non ripetere gli errori degli ultimi anni».
Dopo il caos sui raid al confine tra Iraq e Siria è chiaro, comunque, come qualsiasi azione contro l’ISIS sia da compiere a livello transnazionale. Non si può intervenire in sostegno di Baghdad senza difendere anche il feudo siriano di Bashar al Assad, che ha fatto imbarcare l’ultimo e più pericoloso carico di armi chimiche verso il porto italiano di Gioia Tauro, dove è atteso attraccare il 1 luglio.

In Siria, nella Homs rasa al suolo dai bombardamenti, un attentato ha squassato il quartiere sciita dei pro Assad. Ma i contraccolpi della guerra a cavallo tra i Iraq e Siria raggiungono sovente anche Stati confinanti come il Libano. Nella notte, un’autobomba è esplosa nella periferia meridionale, a maggioranza sciita, della capitale Beirut, facendo due morti e 20 feriti.
In Egitto, con un colpo di teatro l’ex Capo di Stato maggiore, eletto Presidente, Abdel Fattah al Sisi ha annunciato, in segno d’austerity, di «dimezzarsi lo stipendio, donando metà dei suoi beni famigliari allo Stato». «Non ci sono soldi per il Paese e sono necessari grandi sacrifici per superare la crisi economica. Non possiamo fare sempre affidamento sui fratelli arabi che ci hanno sostenuto finora», ha dichiarato al Sisi, riferendosi ai 12 miliardi di dollari arrivati da Arabia saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.

La vicina Libia è alla vigilia del voto per il nuovo Parlamento, trasferito a Bengasi. Alle elezioni del 25 giugno si è registrato un milione e mezzo di cittadini dei 3,4 aventi diritto: quasi la metà dei 2,7 milioni del 2012. Con 200 membri, la nuova Camera dei Rappresentanti sostituirà l’attuale Congresso nazionale, eletto due anni fa nelle prime elezioni libere del Paese: 32 seggi saranno riservati alle donne. I primi risultati dovrebbero essere resi noti il 27 giugno, per i definitivi occorrerà metà luglio.

In Africa, i fatti più tumultuosi della giornata sono avvenuti nella fascia centrale, terrorizzata dalle bande di jihadisti criminali. In Nigeria, la setta dei Boko Haram ha rapito altre 60 ragazze e 31 ragazzi, in aggiunta alle 300 liceali nelle mani fondamentalisti armati. Tra i sequestrati ci sarebbero anche dei minori. Gli attacchi sono avvenuti tra il 19 e il 22 giugno scorso, nei villaggi del Borno, nel nord-est del Paese, provocando almeno 30 vittime.
Dopo l’attentato in Kenya dei miliziani somali dello Shabaab, un altro attacco terrorista, nella località costiera di Witu a 20 chilometri dalla prima strage, ha fatto almeno altre cinque morti.

Nell’Ucraina si continua a combattere, nonostante la tregua annunciata dai filorussi e le prove di disgelo dei leader politici.
Alla richiesta di «passi concreti» a Mosca del Presidente ucraino Petro Poroshenko per il piano di pace nell’Ucraina dell’est, il Presidente russo Vladimir Putin ha proposto alla Camera alta del Parlamento la revoca del permesso per l’uso delle forze armate del Cremlin nel territorio ucraino.
La risoluzione era stata adottata dalla Duma il 1 marzo scorso, per «normalizzare la situazione nelle regioni orientali dell’Ucraina». In giornata c’è anche stata la telefonata tra il Presidente del Parlamento ucraino Oleksandr Turcinov e l’omologa del Senato russo Valentina Matvienko.
Ma sul campo, nell’est, il cessate il fuoco è stato violato più volte. Le forze ucraine hanno anche denunciato un loro elicottero militare (M-8) abbattuto sopra Sloviansk, roccaforte dei filorussi nell’Ucraina orientale, con almeno nove morti. Ma l’Onu, su Kiev, è ottimista: «Segnali incoraggianti».

 

 

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