mercoledì, Aprile 21

Italia – Cina: questione di feeling

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«Questione di feeling» recitava una famosa canzone cantata da Mina e Riccardo Cocciante. E di feeling si parla se guardiamo all’incontro avvenuto più di un mese fa, a Pechino, tra il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella e Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, che ci fornisce lo spunto per approfondire, come avvenuto precedentemente, con l’aiuto di Michele De Gasperis, Presidente dell’Ufficio per l’Italia dell’OIUC (Overseas Investment Union of The Investment Association of China), Alessandro Bravin e Marco Vinciguerra, avvocati  rispettivamente degli studi legali Law Offices di Beijing e per DeHeng Shanghai Law Office di Shangai, i rapporti economici tra le due nazioni, soffermandoci, soprattutto, su quanto il mercato tricolore attragga gli investitori cinesi.

Come precisato da Bravin, “se un’ impresa guarda all’Unione Europea, diciamo che l’Italia è un obiettivo di secondo o terzo livello perché prima viene l’Inghilterra oppure la Francia o la Germania. Quando decide di investire in Italia, è perché, probabilmente, in quel settore, l’Italia è più competitiva e più all’avanguardia”.  Circostanza che ci viene confermata dalla mappa sottostante, contenuta in un recente rapporto MERICS (Mercator Institute for China Studies).

Investimenti Cinesi in Europa
Fonte: MERICS

Ma tra le autorità cinesi, oramai, si parla di “New Normal”, ossia della fine della crescita esponenziale di Pechino e l’inizio di una nuova fase, in cui a farla da padrone, come ci ribadiranno i nostri interlocutori, non sarà più la quantità, ma la qualità. Caratteristica, quest’ultima, che all’Italia non manca. Quella che Marco Vinciguerra ha definito precedentemente “fame di tecnologia”, porta la Cina ad investire in Europa, ma soprattutto in quei settori che ritiene strategici per superare il gap tecnologico che la dividono dall’Occidente, saltando a piedi uniti anni di ricerche. E questo è quello che si evince da un altro grafico MERICS, che ci suggerisce gli ambiti dai quali è più attratto l’investimento del Dragone: assets infrastrutturali, high tech, servizi, macchine industriali.

Settori di investimento cinese in Europa
Fonte: MERICS

Stando ai dati contenuti nel Rapporto 2016 della Fondazione Italia – Cina,  a fine 2015 risultano direttamente presenti in Italia, attraverso la partecipazione almeno in un’ impresa, 162 gruppi cinesi e 69 gruppi con sede principale a Hong Kong. La quota di imprese italiane da essi partecipate ammonta a 417, di cui 313 partecipate da investitori cinesi e 104 da investitori di Hong Kong. L’occupazione delle imprese partecipate si attesta sulle 22.800 unità, mentre il giro di affari complessivo delle imprese italiane partecipate da investitori cinesi e di Hong Kong supera i 12,2 miliardi di euro.

In particolare, delle 417 imprese in cui si concretizza l’asse sino-italiana, le 313 imprese italiane a partecipazione cinese occupano all’incirca 17.600 dipendenti, mentre il loro giro d’affari tocca i 9,5 miliardi di euro; le 104 imprese partecipate da multinazionali di Hong Kong garantiscono l’occupazione a 5.270 dipendenti, con un giro d’affari vicino ai 2,8 miliardi di euro. Secondo lo stesso report annuale della Fondazione Italia – Cina, la tendenza sarebbe positiva, sostenuta anche dall’ aumento del 32% dei gruppi investitori rispetto all’ anno precedente.

“La nascita della classe media” – continua De Gasperis – “rappresenta un fatto nuovo e fortemente interessante nel panorama economico mondiale: un enorme numero di potenziali clienti con buone capacità di spesa si apre al resto del mondo. Negli ultimi anni le relazioni economiche tra Italia e Cina si sono molto intensificate, anche se siamo ancora lontani dal volume di affari generato da Germania e Francia. Ovviamente per l’Italia e le sue imprese rappresenta un fatto più che positivo. L’‘Italian life style’ si declina oggi sicuramente nei brand di lusso, in cui primeggiamo, ma anche in prodotti con prezzi più accessibili: parliamo di moda, design (automotive, oggettistica, arredi), food and beverage, health-care e cura della persona. E questa nuova classe media cinese, fortemente in crescita nelle zone costiere, oggi sta emergendo anche in città meno conosciute. Noi, per esempio, stiamo seguendo il programma IUCInternational Urban Cooperation, piano per favorire la collaborazione e lo scambio di buone prassi tra città cinesi e l’Europa, in cui noi seguiamo la parte del programma dedicato all’Italia. Il piano coinvolge, lato Cina, città più conosciute come Chongqing ma anche meno note al grande pubblico ma ad alta potenzialità come Shantou, Zhengzhou, Changchun e Longyan. Oggi è proprio lì, visto l’ampio margine di crescita, che si trova il nuovo ceto medio che i brand e i beni italiani devono intercettare. In questo senso, aggiungo che il nostro Ufficio di Pechino ci inoltra opportunità di finanziamento per favorire scambi imprenditoriali di diverso tipo e quindi anche l’export, a tutto vantaggio della diffusione dei beni Made in Italy anche in queste zone”.

 

Alla domanda su quali siano le caratteristiche delle imprese cinesi che decidono di investire all’estero, in particolare in Italia, Bravin ricorda che “quando un imprenditore decide di andare all’estero, deve richiedere una serie di autorizzazioni che devono essere concesse dallo Stato. Una volta raggiunto questo status, l’imprenditore si rivolge a tanti advisors, richiedendo di investire in altri Paesi”. Dovendo disegnare un profilo, Bravin non esita a dire che “gli imprenditori cinesi che investono in occidente non hanno più soldi delle imprese che vogliono acquistare. Le imprese cinesi, paradossalmente, hanno una grandissima disponibilità di credito quindi vi può essere benissimo un imprenditore con 100-200 milioni di euro di capitale investito che tenti di acquistare imprese italiane che sono in fase di concordato preventivo o di insolvenza conclamata che però sono più grandi dell’ investitore cinese. L’imprenditore cinese tenta l’impresa”.

A questo Vinciguerra aggiunge che “essenzialmente gli investitori sono di due tipi: o sono società di Stato, quindi in mano pubblica cioè o per la proprietà o per il controllo legate al potere statale ed il presidente di queste imprese, se c’è, è un funzionario pubblico e quindi risponde a logiche che non sono puramente economiche, ma anche politiche e governative; oppure imprenditori privati, che hanno avuto un enorme successo, per cui hanno delle grandi disponibilità monetarie da utilizzare al meglio per loro o per l’ impresa che dirigono. Le piccole imprese cinesi mirano più a qualcosa di stampo commerciale ossia partnership, ma non hanno né il potere né i mezzi né la cultura per potere affrontare un discorso di acquisizioni per le quali ci vogliono delle sinergie a livello industriale che richiedono qualità che loro magari non hanno. Il piccolo imprenditore cinese è più simile all’ imprenditore familiare italiano degli anni ‘ 50- ’60 che magari è dinamico, ma non a livello delle logiche industriali”.

De Gasperis, inoltre, specifica che “oggi l’investitore cinese ha un approccio senz’ altro profit, ma proiettato sulla lunga distanza, e cerca di valorizzare al massimo il brand e i siti produttivi di cui va a disporre: un modo di pensare più simile al nostro, un approccio per il quale le fabbriche non vengono più smantellate ma anzi valorizzate, la storia aziendale viene riconosciuta e si investe sul territorio, proprio perché parte del valore non è solo il design o la tecnologia, ma anche la manifattura ‘Made in Italy’. Ci sono diversi esempi di operazioni realizzate negli ultimi anni che vanno in questo senso. Ricordo tra i più noti Pirelli ma anche Fosber (macchinari per la carta), Cifa (macchinari per l’edilizia) e tanti altri “.  A tal proposito, per fare dei nomi, ricordiamo anche Ansaldo Energia, di cui la Shangai Electric ha conquistato il 40%, oppure la presenza, anche se piccola (circa il 2%), di People’s Bank of China in Telecom, Saipem, Prysmilan, Eni oppure l’assunzione del controllo da parte di imprenditori cinesi di marchi della moda come Krizia o della cantieristica di lusso come Ferretti.

Aggiunge De Gasperis che “l’Italia è una scoperta relativamente recente per gli investitori cinesi, e che le aziende italiane hanno grossi margini di miglioramento, ma devono sviluppare maggiormente le proprie capacità di interagire e trattare con imprese e investitori cinesi. Questo è un gap evidente, e a questo proposito stiamo mettendo a punto programmi di formazione a supporto delle nostre aziende che vadano proprio in questa direzione. Sul fronte della collaborazione sino-italiana nutriamo pertanto ottime speranze per il futuro, visto anche il ruolo che la Cina ricopre sul panorama economico mondiale e che, presumibilmente, andrà via via a occupare anche sul fronte degli investimenti nel nostro Paese”.

Chiaramente, come afferma De Gasperis, “dipende dalle dimensioni imprenditoriali dell’investitore e dalla sua capacità finanziaria. L’Italia, infatti, ha la capacità di rivolgersi sia a grandi investitori sia a piccole e medie imprese in cerca di partnership e altre forme di collaborazione. Va però ricordato che diversi comparti sono monitorati dal Governo cinese, sia per impedire fughe di ingenti capitali all’estero, sia come forma di salvaguardia degli interessi delle aziende cinesi. Premesso ciò, i settori in cui si registra maggiore interesse da parte dei cinesi sono senz’ altro quelli in cui eccelliamo come food and beverage, moda e lusso, ma anche il real estate, le infrastrutture, le green technology e – è tema degli ultimi mesi – il calcio, dove il Governo cinese ha avviato un grande piano di grandi investimenti con scadenza nel 2050. Inoltre, partecipando al Tavolo Intergovernativo Sino-Italiano sulla sanità, ritengo che anche questo sia uno degli ambiti dove l’Italia, che eccelle per tecnologie e conoscenze, può dare un significativo apporto alle imprese cinesi del settore. Infine, arte e cultura, campi in cui primeggiano – l’ex presidente statunitense Barack Obama, durante una sua recente visita a Roma, ha definito l’Italia una «superpotenza culturale» – e strettamente legati al tema del turismo: l’Italia è la meta europea preferita dai visitatori cinesi, e il 2018 è stato dichiarato anno del turismo cinese in Europa. L’Ufficio per l’Italia di OIUC è già pronto sul lato Cina, e le istituzioni e le aziende interessate possono già contattarci per lavorare con noi a programmi di sviluppo. Mi permetto inoltre di aggiungere che questi sono i settori più interessanti per gli investitori presenti sul mercato cinese, ma grazie alla nostra capillare presenza in quasi tutti i paesi del mondo siamo in grado di presentare le opportunità commerciali anche alle sedi estere dove operano investitori e imprese cinesi “.

Incontro tra Sergio Mattarella e Xi Jinping

Durante l’ultimo incontro tenutosi a febbraio, se Xi Jinping ha invitato le imprese italiane a operare in Cina, Mattarella ha assicurato che «gli investimenti produttivi cinesi trovano – e troveranno – nel nostro paese una destinazione sicura e un clima incoraggiante». Dunque stabilità del sistema Paese, al di là delle fibrillazioni politiche, e grande sintonia, oltre alle «riforme promosse per attrarre sempre maggiori investimenti esteri». Tutto ovviamente nel rispetto delle regole del mercato, quindi con una reciprocità sul ‘made in’ e sull’applicazione di eguali limitazioni al protezionismo. Ed in tale occasione, a margine del Business Forum, sono stati firmati 12 accordi economico-commerciali tra i due Paesi oltre che 12 partnership tra siti Unesco dei due paesi e varie collaborazioni in altri settori culturali.

Vinciguerra, a proposito di quanto possa fare il governo italiano per rendere queste opportunità non più virtuali e potenziali, ma renderle concrete, si sofferma sul fatto che “può aiutare molto una semplificazione normativa cioè i cinesi vedono l’Italia, per certi versi, come un duplicato della Cina: come un paese altamente burocratizzato e questa complessità normativa li spaventa un po’ . Io azzardo una soluzione, ma forse temono di ritrovare lo stesso caos burocratico – normativo che hanno in Cina e di ritrovarlo in un terreno a loro ignoto come quello di un altro paese. Mentre invece i paesi che hanno una normativa più lineare, più chiara, più snella come Inghilterra, Germania o Australia sono visti con più favore. In un progetto di acquisizione, il cinese guarda molto l’aspetto pratico, non guarda i dettagli operativi che sono le varie autorizzazioni, le varie norme che si applicano solo localmente, ecc.”

De Gasperis evidenzia “che l’Italia non ha ancora rilasciato un programma attrattivo rispetto ad altri paesi, anche europei. Notiamo però che la situazione tende a migliorare: l’Italia vanta know-how, tecnologie e tradizioni imprenditoriali tra più alti al mondo, e ciò ben si sposa con quelle che sono i desiderata degli imprenditori cinesi. Condivido pertanto il pensiero del nostro Presidente della Repubblica: l’Italia ha molto da offrire alle imprese cinesi. A testimoniarlo, i 10 punti sviluppati dal Ministero dello Sviluppo economico sul ‘Perché investire in Italia’, un documento prezioso che l’Ufficio per l’Italia di OIUC sostiene e che abbiamo tradotto e inoltrato ai nostri colleghi in Cina affinché venga promosso alle aziende. Inoltre, il disegno di legge di Bilancio 2017 ha previsto misure volte all’ attrazione di investitori che si concretizzano nel ‘visto per investitori’, una disposizione ad hoc per consentire a coloro che desiderino effettuare duraturi investimenti in Italia di poter fruire di particolari agevolazioni”.

“Oggi l’Italia” – puntualizza De Gasperis – ” è pronta più di ieri ad accogliere partner cinesi interessati alle sue tecniche, alle sue filiere produttive e ai suoi beni e servizi. I cinesi riconoscono nella nostra industria un sinonimo di tecnologie avanzate, forti tradizioni e storia, ma soprattutto un’altissima qualità. Valori che sono riassumibili nella formula Made in Italy, e che gli imprenditori e il pubblico cinese hanno ormai imparato a conoscere e ad apprezzare. Istituzioni, associazioni ed enti devono però affrettarsi: il prossimo obiettivo dell’industria cinese sarà quello di innalzare la qualità delle proprie produzioni. Per farlo, il Governo sta procedendo in due direzioni: investire fortemente in ricerca e sviluppo, per recuperare il gap tecnologico con i paesi occidentali e il Giappone, e favorire acquisizioni e partnership coi paesi tecnologicamente più avanzati, per dotare le proprie imprese di quel background industriale necessario per competere da protagonista col resto del mondo”.

 Bravin sottolinea che bisogna “ far leva sulle peculiarità italiane. Noi facciamo legal marketing quindi cerchiamo di attirare per poi fare contratti. Però ci deve essere la volontà da parte italiana” di entrare nell’ orizzonte del mercato cinese .

In conclusione, sulla base anche delle impressioni raccolte, occorrerebbe fare una valutazione seria e non di superficie nell’ambito della capacità attrattiva del nostro mercato e, più in generale del nostro Paese,  tenendo conto di tutti i parametri economici, ma anche giuridici e sociali e delle lacune italiane che gli investitori lamentano. Per far questo, è necessaria la volontà politica di mantenere vivo questo ‘feeling’ con chi vuole entrare a far parte della realtà italiana, e quindi essere sempre più protagonisti del mondo e non semplici comparse.

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