giovedì, Dicembre 9

Italia-ASEAN: un rapporto tutto da raccontare Intervista all'ex Premier e Accademico Enrico Letta, Presidente dell'Associazione Italia-ASEAN

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In che modo l’Italia si presenta sulla scena Sud Est asiatico, nel mondo del commercio, dell’economia e della finanza, oltre che nei settori attigui alla Diplomazia internazionale? Spesso si sono ventilate critiche su una mancanza di strategia d’azione comune e che marcasse più chiaramente la presenza del made in Italy con un taglio ‘alto’ in quel quadrante geopolitico. Ma -come spesso accade- la realtà è più variegata e complessa di quel che si potrebbe ritenere a prima vista.

La Associazione ItaliaASEAN– è una di quelle entità che operano proprio in questo settore e con una visione non solo aggiornata e capillare ma, soprattutto, con un approccio molto partecipato ed estremamente aggiornato circa lo stato delle cose relativo all’area geopolitica, geografica ed economica dell’ASEAN. Come precisato nella presentazione del sito, «L’Associazione Italia-ASEAN, nasce con l’obiettivo di rafforzare il dialogo, la conoscenza e gli scambi tra il nostro Paese e quelli dell’Asean. Il Presidente è Enrico Letta, ex premier ed ex Ministro dell’Industria. L’obiettivo è rendere il nostro Paese più rapido ad essere leader nei paesi ASEAN. L’Asia non è solo la Cina. Ci sono paesi più piccoli ma di una dimensione tale da poter affrontare le crisi e gli “urti’ di questi tempi. Come ha ricordato Lim Hong Hin, Vice Segretario Generale ASEAN, “con un prodotto di 2.6 trilioni di dollari, l’ASEAN è la settima economia a livello mondiale. Abbiamo creato un mercato unico integrato con l’economia internazionale. Per le imprese italiane l’ASEAN rappresenta una via d’accesso per raggiungere, oltre al nostro importante mercato, anche le altre economie asiatiche».

Ne parliamo col Presidente, Professor Enrico Letta , noto per la sua attività istituzionale ma anche per quella in ambito accademico. Nato a Pisa il 20 agosto 1966 è stato Presidente del Consiglio dal 24 aprile 2013 al 21 febbraio 2014. Eletto alla Camera dal 2001 al 2013 si è dimesso due volte da deputato. La prima nel 2004, optando per il seggio all’Europarlamento, la seconda nel luglio 2015 per andare a dirigere la Paris School of International Affairs (PSIA) di Sciences Po a Parigi, dove era già professore dall’aprile 2014.

Sulle piazze estere, Sud Est Asia compresa, l’Italia sembra piuttosto muoversi in modo individuale e non integrato, a differenza di quanto accade per altre Nazioni (esempio Germania, Francia) in fase di progettazione ed attuazione di investimenti e/o esportazione. Sta cambiando qualcosa -dal suo punto di vista- nell’approccio dell’Italia nei confronti dell’ASEAN?

In Italia, dalla riforma del Ministero degli Esteri del 2010, si sta tentando di utilizzare un approccio, se non integrato, almeno non schizofrenico o competitivo. Secondo me, la nostra Direzione Generale Sistema Paese sta facendo un grande lavoro e penso lo stesso di quanto sta facendo il MiSE, in coordinamento con la DG Trade dell’UE. Se la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione, non è così per le strategie di promozione e di diplomazia economica. Nel mondo non c’è un modello univoco da seguire. Stati Uniti, Cina e Francia delegano la diplomazia economica soprattutto al ministero del Commercio; Germania, Giappone e Corea del Sud si affidano ad agenzie ad hoc, soggette al ministero del commercio; Gran Bretagna e Singapore hanno creato agenzie specifiche ma con supervisione congiunta dei ministeri degli esteri e del commercio; gli scandinavi delegano al personale delle ambasciate che si coordina con i colleghi dei rispettivi ministeri del commercio. Questa è chiaramente una di quelle materie in cui la distinzione tra politica interna ed estera non funziona. Sempre più spesso nel policy making bisognerà tenere presente che il campo d’azione è il mondo; tante categorie stanno perdendo di senso e la politica e la pubblica amministrazione devono sbrigarsi a tenere il passo.

L’ASEAN -nella fase di progettazione e concretizzazione- ha guardato a quanto è stato fatto in Unione Europea con molta attenzione. Ma ha evidentemente scelto altre strade (no cessione di sovranità, no moneta unica…) come ad esempio la strutturazione di un mercato interno auto-protetto verso l’esterno (dazi doganali alti sui prodotti importati, cartelli interni facilitatori del commercio interno all’ASEAN…). Qual è il suo punto di vista in merito?

L’Unione Europea non può che essere il modello per tutte quelle realtà che vogliono puntare a realizzare una più ampia condivisione dei benefici, delle responsabilità e del potenziale di influire ai tempi della globalizzazione. Però, è indubbio che, qualsiasi abito, anche se fatto dal miglior sarto, non può calzare bene a chiunque. Se da un lato, i nostri amici dell’Asean hanno reso il funzionalismo di Jean Monnet uno dei cardini dell’Asean Way, lo stesso non può dirsi a proposito del nostro tentativo di creare una comunità politica e di valori. Però bisogna tenere in considerazione che nel 1967, anno di fondazione dell’Asean, le storie politiche e statuali di Indonesia, Malaysia, Thailandia, Singapore e Filippine erano decisamente più distanti tra loro di quanto potessero esserlo, nel 1957, quelle di Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. La creazione del mercato unico dell’Asean è da considerarsi un passo in avanti epocale. Se da un lato sono state create delle forti barriere all’ingresso, non bisogna dimenticare che l’ASEAN, e molti dei suoi Paesi membri, stanno lavorando ad un’ambiziosa agenda di negoziati di libero scambio. Tra UE e Vietnam è già in vigore, per quanto riguarda quello tra UE e Singapore, si attende il processo di ratifica. Di grande prospettiva sono il RCEP, tra Asean, Cina, Giappone, India, Corea, Australia e Nuova Zelanda, e il negoziato region-region tra UE e Asean. Per non parlare dei Paesi membri firmatari del TPP-11.

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