mercoledì, Giugno 23

Italia 6° investitore in Africa, tra legale e illegale Una sorta di ‘monopolio’ degli investimenti è detenuto da ENI e da un pugno di grandi aziende italiane. I piccoli imprenditori non ‘capiscono’ l’Africa. Ma dal Kenya, al Burundi, alla Nigeria passando dall’Uganda fioriscono gli investimenti ‘sporchi’

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Secondo United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), l’Italia, dal 2018, è il sesto investitore in Africa, dopo Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Regno Unito e Cina, con 28 miliardi di euro di investimenti diretti. Gli investimenti privilegiano i Paesi del Nord Africa, Nigeria e Sudafrica.

Una sorta dimonopoliodegli investimenti è detenuto da ENI e da un pugno di grandi aziende italiane.
Otto miliardi di investimenti e presenza in 14 Paesi nel continente, tra cui Angola, Egitto, Ghana, Mozambico, per ENI, che rappresenta il 50% della produzione ENI e il 60% delle sue riserve, secondo i dati forniti dalla stessa azienda. La perdita del monopolio sugli idrocarburi della Libia (a causa della guerra perduta da Roma contro Parigi sul destino del Paese Muammar Gheddafi) viene parzialmente compensata dal mega giacimento di gas di Zohr, in Egitto.
Il settore delle energie puliteMade in Italyè monopolizzato da Enel Green Power. Sotto la guida di Francesco Starace, Enel è diventata una dei principali operatori privati in Africa nelle energie rinnovabili. Presente in particolare in Sudafrica, Zambia, Etiopia, Kenya e Marocco, l’azienda ha recentemente lanciato la Fondazione RES4Africa, una piattaforma dedicata alla formazione, all’assistenza tecnica e allo sviluppo delle competenze.

Altro protagonista di rilievo, la Salini Impregilo. L’azienda -presente in più di 50 Paesi- è impegnata nella realizzazione di centrali idroelettriche e opere idrauliche. Da settant’anni cresce costantemente in Africa, area che oggi rappresenta il 17% del suo fatturato. L’Etiopia gli deve grandi dighe, come Gibe III e la Renaissance Dam; Zimbabwe, Kariba e Ghana, Akosombo. Nel sud della Namibia, la multinazionale ha appena completato la costruzione della diga di acqua piovana Neckartal, destinata all’irrigazione dei terreni agricoli.

Nel settore agroalimentare la Ferrero è riuscita a mantenere sempre una ottima presenza sul mercato africano grazie al suo prodotto di punta: la Nutella. Questa azienda di Alba conta su una presenza commerciale nei 54 Paesi del continente e su una presenza industriale in Sudafrica e Camerun, dove nella capitale Yaoundé ha uno stabilimento produttivo che fornisce i mercati di Camerun, Nigeria e della zona di libero scambio CEMAC. In tutti gli ipermercati e supermercati africani la Nutella è un prodotto immancabile e facile da vendere anche a prezzi maggiorati. Qualunque negozietto di alimentari africano che si vuole differenziare dagli altri espone orgoglioso la Nutella.

Questi colossi italiani, che sono diventati i maggior investitori nostrani in Africa, nascondono spesso una politica aggressiva, incurante dell’impatto ambientale e dei diritti umani.
ENI è stata coinvolta in diverse dispute legali, soprattutto in Nigeria, per disastri ambientali e danni alla salute pubblica causati (secondo gli atti di tribunale) per risparmiare sulle costose operazioni di bonifica dei giacimenti in disuso o sui costi legati al contenimento ambientale dei danni causati da prodotti chimici utilizzati durante le fasi di estrazione del greggio.

ENI è anche coinvolta in una pericolosa disputa delle frontiere marittime tra Kenya e Somalia riguardo giacimenti off-shore. L’azienda avrebbe stretto accordi di sfruttamento con il governo keniota, accettando la rivendicazione di queste acque territoriali che a tutti gli effetti appartengono alla Somalia, attirandosi le ire del governo di Mogadiscio, il quale ha impedito alla multinazionale italiana ogni attività di esplorazione nelle sue acque.

Salini Impregilo è stata l’unica azienda di costruzioni ad accettare la commessa per la realizzazione della controversa Diga Grande Rinascita (GERD), in Etiopia, diga al centro di una disputa internazionale dell’Etiopia contro Egitto e Sudan sullo sfruttamento delle acque del Nilo.
Alcune associazioni internazionali in difesa dei diritti umani ritengono Salini corresponsabile della trasferimento forzato di quasi 200.000 cittadini che risiedevano nell’area destinata alla GERD. Salini ha sempre goduto di un trattamento di privilegio in Etiopia, grazie ai buoni rapporti tenuti con il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) ora caduto in disgrazia. L’importanza della diga GERD mette comunque al riparo la Salini da eventuali rivincite o vendette da parte del Primo Ministro Abiy Ahmed Ali e della leadership Amhara. La ditta italiana è troppo indispensabile per terminare i lavori della diga per apporre ragioni di indesiderate alleanze politiche del recente passato.

Altra ditta italiana che avrebbe investito in Etiopia grazie ai buoni rapporti con il TPLF è la Calzadonia, che ha aperto tre anni fa uno stabilimento di produzione calzature e vestiario in pelle proprio a Mekelle, nel Tigray. Una scelta geografica strettamente politica, visto che la zona dello stabilimento è lontana dal principale nodo di smistamento aereo del Paese, Addis Ababa, distanza che aumenta i costi di trasporto dei prodotti finiti destinati al mercato italiano e agli altri mercati europei.
Calzadonia in questo momento sembra pagare questa scelta geografica: il suo stabilimento è oracoinvolto nel conflitto che si sta consumando nel Tigray. Non si hanno notizie di eventuali danni allo stabilimento provocati dai bombardamenti aerei o dai combattimenti, né si hanno notizie circa la sorte dei suoi dipendenti. La produzione è stata interrotta il 15 novembre 2020 e 6 dipendenti italiani risultavano bloccati in Tigray.

Se alcuni grandi gruppi italiani sono presenti nel continente, i grandi assenti sono le medie industrie, ancora riluttanti a investire in Africa, forse incapaci di comprendere le potenzialità che offre l’Africa.

Per promuovere gli investimenti in Africa delle medie industrie sono sorte associazioni come UNIAFRICA, creata dieci anni fa dalla Camera di Commercio Italiana e guidata da Ancor Marzio Lenardon, un italo-beninese. Alcune aziende emiliane e venete, prima concentrate sui mercati russi o americani, stanno ora prendendo in considerazione alcuni mercati selezionati in Africa.

La UNIAFRICA afferma che nel 2019 le richieste di consulenza per studi di fattibilità collegati a possibilità di investimento nel continente sono aumentate del 30%. Non mancano gli eventi commerciali, organizzati da UNIAFRICA, come la IABW (Italia Africa Business Week) che riunisce in Italia, una volta all’anno, tutti i partner diplomatici ed economici dell’Africa, privati e pubblici. Nonostante il Covid-19 la quarta edizione dell’evento si è tenuta (online) il 9 novembre 2020 e vi hanno partecipato più di 650 persone da circa 40 Paesi, compresi tre ministri africani.

Secondo il Presidente di UNIAFRICA, Lenardon, la IABW è un incontro importante per gli operatori economici italiani, in quanto aiuta a educare e informare coloro che vogliono investire in Africa, e a «mostrare loro che l’Africa non è un problema, ma un’opportunità».

Nel 2010 è stato creato il progetto ETC (Export Trading Cooperation ) con l’obiettivo di migliorare la conoscenza dell’Africa per le aziende pubbliche e private italiane. L’entità ha una partecipazione mista (privata e pubblica) ed è stata costituita su iniziativa della Confederazione Generale dell’Industria Italiana (Confindustria), con il patrocinio della Camera di Commercio di Treviso

Gli ideatori del progetto offrono agli imprenditori italiani azioni di supporto, informazione e formazione, in collaborazione con la ITA (Italian Trade Agency). Inoltre, la ETC sta cercando di stringere partnership con gruppi stranieri più esperti nel continente. L’idea, «è quella di utilizzare l’esperienza che i nostri partner europei (francesi, tedeschi, ecc.) possono avere in determinati mercati, per promuovere la nostra competenza industriale», ha affermato il Presidente di ETC. La partnership sta producendo risultati positivi, soprattutto nel settore agroalimentare dove il know-how italiano è molto ricercato e apprezzato.

Altra piattaforma di supporto commerciale per investimenti in Africa, nata dalla iniziativa privata di Martino Ghielmi, è Vadoincafrica.com. Una iniziativa che aggrega una rete di professionisti, con profonda conoscenza del continente africano, che orienta gli imprenditori italiani ad operare nei Paesi africani con conoscenza di causa, in un clima di franchezza e reciproca convenienza.

«Crediamo che il futuro dell’Europa passi da un nuovo rapporto con l’Africa. Lavoriamo per costruire nuovi scenari connettendo imprenditori e professionisti. Sfidiamo luoghi comuni e interessi per rimettere al centro la capacità creativa delle persone. Affianchiamo aziende e organizzazioni interessate a creare valore con il continente africano», spiega Ghielmi, fondatore di Vadoincafrica.com. Classe 1985, Martino ventenne scopre l’Africa a Nairobi, Kenya, trascorrendo un anno di ricerche a completamento della laurea in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e la specializzazione in Studi Afro-Asiatici presso l’Università degli Studi di Pavia.

Vadoinafrica.com offre assistenza e ottima informazione su specifici e selezionati Paesi africani: Angola, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Kenya, Madagascar, Malawi, Mali, Marocco, Mozambico, Nigeria, RDC, Rwanda, Senegal, Sierra Leone, Sudafrica, Tanzania, Togo, Uganda. L’assistenza è offerta per settori economici che offrono ottime opportunità di guadagni in Africa: agroalimentare, architettura e design, artigianato, cinema, cosmesi, costruzioni, moda, energie rinnovabili, Media, musica, sport e turismo.

Nonostante queste iniziative di sostegno la piccola e media industria italiana rimane restia a investire in Africa, considerando -spesso e ancora- chi intende avviare attività produttive nel continente un fallito in Italia che cerca di rifarsi una vita in Africa. Questa categoria esiste ed è stata molto visibile tra il 2005 e il 2015 nell’Africa Orientale, improvvisamente invasa da pseudo imprenditori italiani con, però, cronica penuria di liquidità per investimenti. In Uganda è passata una discreta ‘fauna’ di investitori italiani che vantavano immense liquidità, proponendo addirittura al governo progetti faraonici per poi chiedere finanziamenti per la loro realizzazione al circuito finanziario ugandese. Di solito questo tipo di investitori dura nel Paese ospitante circa un anno, prima di scomparire e ritornare in Italia con un nulla di fatto.

L’incapacità della media industria italiana di comprendere le potenzialità del continente africano favorisce gli imprenditori cinesi, egiziani e turchi che dispongono di liquidità sufficiente per aprire realtà produttive o commerciali di rilievo dopo una sola visita di assesment di circa un mese, per calcolare rischi e opportunità. A differenza degli imprenditori nostrani, quelli cinesi, egiziani e turchi non hanno preconcetti e hanno una buona autonomia nel valutare la fattibilità dell’investimento. Per esempio la Turchia sta prendendo piede nel settore edile e dell’abbigliamento in vari Paesi del Nord Africa, in particolare in Sudan e Etiopia.

Infine, non mancano gli investimentisporchi’, che sono tutt’altra cosa da eventuali investimenti ‘a rischio’ o irrispettosi dell’ambiente e dei diritti umani che alcuni grandi gruppi industriali italiani possono scegliere di avviare. Qui si tratta di criminalità, di mezzo c’è il riciclaggio di denaro, infiltrazioni nella rotta della droga dal Sud America all’Europa, di tentativi di infiltrarsi nel mercato illegale dei materiali preziosi provenienti dall’est del Congo, di vendita di armi.

Le varie organizzazioni criminali italiane sono padroni indiscussi. Tutti gli investimenti sono fatti nella massima discrezione, agganciando governi corrotti o dittatoriali tramite agenti (italiani) che già operano nel Paese prescelto.

Il cuore degli affari della mafia italiana era, fino a due anni fa, il Kenya, più precisamente la fascia costiera di Malindi, dove vi era una alta percentuali di ‘profughi’ italiani: politici dei maggiori partiti della prima Repubblica sfuggiti dalle ire giudiziarie di Mani Pulite e mafiosi ricercati in Italia. Il Presidente Uhuru Kenyatta, per riabilitare il suo nome a livello internazionale, dopo il processo subito presso la Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità commessi durante le violenze post-elettorali del 2007 (processo archiviato per ragioni politiche), ha deciso di spezzare la catena di interessi comuni, corruzione e omertà che si era instaurata tra lacomunità italiana a Malindi, la Polizia, i servizi segreti, e il mondo politico keniota.

Questo network criminale, spesso infiltratosi nelle attività di ristorazione e intrattenimento, inserite nell’industria del turismo della fascia littorale del Kenya, è stato costretto a migrare nella vicina Tanzania per evitare di correre il rischio di estradizione in Italia per saldare i conti con la giustizia, sospesi da decenni. All’epoca del suo massimo splendore, la ‘little Italy’ mafiosa, mascherata da onesti imprenditori, era particolarmente attenta e agguerrita contro ogni giornalista che ficcasse il naso nei loro affari. Da campagne social contro giornalisti stranieri (anche italiani) a veri e propri omicidi di giornalisti kenioti, rimasti fino ad ora dossier giudiziari aperti senza soluzione.

Altro Paese africano che sta attirando gli investimentisporchiitaliani è il Burundi, grazie a uomini di fiduciaoperanti da tempo in loco e ben inseriti nelle stanze del potere della giunta militare che controlla il Paese con la violenza e contro la volontà popolare.
Il Burundi è un Paese ben conosciuto dalla Mafia italiana. Alcuni investimenti sospetti sono sotto discreta analisi della Interpol e dei servizi segreti italiani. Tra questi investimenti, uno di 30 milioni di euro per la realizzazione un fantomatico centro congressi e per il processo di privatizzazione di aziende pubbliche avviato dai militari burundesi del CNDD-FDD, al vertice dei quali vi è il generale Evariste Ndayishimiye (attuale Presidente). Vi sono forti indizi che le organizzazioni mafiose italiane possano infiltrarsi nel progetto di privatizzazione tramite ‘agenti fidati’ in loco, per attivare un colossale riciclo di denaro proveniente da attività illegali e criminali in Italia ed Europa.

Altro settore lucrativo che attira questi investimenti italiani ‘sporchi’, come risaputo, è il traffico di esseri umani dalle coste libiche e tunisine. Gli indizi sulla connessione tra governi dittatoriali e corrotti africani, scafisti e mafie italiane sono ormai troppi ed evidenti per ignorarli. Secondo alcune stime approssimative, il traffico di esseri umani tra Libia, Tunisia e l’Europa, in particolare le coste italiane, genererebbe un volume d’affari annuale di circa 400 milioni di euro.

Assai interessante per la mafia italiana è la Nigeria. Mentre si hanno informazioni sui patti tra la mafia nigeriana, la Camorra e l’Ndragheta per le attività criminali condotte in Italia -dallo spaccio di droga allo sfruttamento della prostituzione- le informazioni circa le attività criminali della mafia italiana in Nigeria sono al momento ben protette.

Per concludere servirebbe guardare ‘dentro’ i dati United Nations Conference on Trade and Development. Se dal 2018 l’Italia occupa il sesto posto tra gli investitori più importanti in Africa, nel 2017 occupava il terzo posto. A cosa è dovuta questa consistente retrocessione? Forse gli imprenditori italiani non hanno ben compreso l’analisi del 2017 di Andrea Novelli, Direttore Generale SUMEST: «Ci sono grandi opportunità nell’ area sub-shariana oltre ai Paesi africani che si affacciano al Mediterraneo. L’Italia, per la sua collocazione geografica, è il Paese meglio posizionato a fare il salto che permetta, oltre alle grandi aziende, anche alle piccole e medie aziende manifatturiere italiane di avere una presenza in Africa”. La pandemia da Covid19 si prevede porterà a una nuova diminuzione degli investimenti italiani in Africa.

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