martedì, Ottobre 19

Istanbul ferita dalla lunga ombra dell’IS

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Per Mosca, il nodo da far venire al pettine è l’abbattimento del jet russo sui cieli turco-siriani, nella visione strategica di Erdogan questo riavvicinamento avrebbe lo scopo di ristabilire gli scambi commerciali con il Paese. Per quanto attiene Israele, l’incidente del 2009 della Mavi Marmara, quando la nave battente bandiera turca tentò di forzare il blocco di Gaza e venne presa d’assalto dalle forze speciali israeliane è il torto per cui fare ammenda. Gli uomini del Califfo, è risaputo, non hanno piacere ad avere dei rivali, soprattutto se questo implica perdere uno dei più importanti sostenitori strategici e finanziari del progetto politico estremista. Le bandiere nere sono state indebolite in modo non poco significativo dalla stretta che il Governo turco ha effettuato sul confine siriano per evitare infiltrazioni e traffici da e verso il Califfato attraverso operazioni militari e bombardamenti sul confine. Appare dunque ragionevole che la mente dell’attentato sia da ricercare nella matrice dell’IS.

Questa volta, il Presidente Erdogan avrà molte difficoltà a puntare il dito contro i curdi, che notoriamente prediligono obiettivi militari, al fine di certificare l’uso politico delle loro azioni. Le modalità dell’attentato all’aeroporto Ataturk, non si discostano molto dalle tecniche operative già note e messe in atto dalle bandiere nere, le notizie, infatti, sembrano riportare alla mente l’attentato di Bruxelles del mese di marzo, rivendicato dal Califfato e sponsorizzato in ogni angolo di mondo dove fosse propagandato il jihad. Come per la capitale belga, coloro che sono interessati nell’evento terroristico dovrebbero essere almeno tre (ma qualcuno parla di sei persone se non sette) divisi tra i basisti all’interno dell’aeroporto e gli attentatori effettivi armati di kalashnikov e cinture esplosive. Presumibilmente un daghestano, un uzbeko e un kirghizo, frutto del Jihad proclamato nel Caucaso. L’identificazione (per il momento solo presunta ma abbastanza certa) è arrivata dopo una imponente operazione di Polizia condotta da Ankara che ha portato all’arresto di 22 persone facendo individuare una base operativa nel quartiere di Fatih. L’obiettivo, un aeroporto, è sicuramente complesso ma altrettanto appagante, considerata infrastruttura critica (soprattutto dopo i fatti di Bruxelles) assume un valore altamente simbolico e remunerativo per la strategia complessa del Califfato.

Le prime indiscrezioni, che potrebbero essere smentite, sarebbero di terroristi stranieri che prendono ordini direttamente dal leader Al Baghdadi in seria difficoltà dalle parti di Falluja. Gli attentatori potrebbero essere entrati in Turchia circa un mese fa, creando una base operativa da cui gestire l’assalto, come al solito una presenza definita di basso profilo che passa totalmente inosservata. Nonostante siano solo indiscrezioni, tutte queste informazioni sembrano portare ad un profilo degli attentatori e della cellula neonata che fa pensare a personale esperto, forse proveniente dalla guerriglia siriana, specializzati in ordigni e tecniche di combattimento.

Non sono, dunque, semplici combattenti devoti al martirio, ma armi umane proiettate in territori stranieri altamente remunerativi per la strategia del califfato che difficilmente possono sbagliare.
Un’analisi, quella della tecnica usata, decisamente importante che lascia spazio ad una seconda considerazione di carattere tattico. Lo Stato Islamico, nonostante abbia perso molto terreno in Iraq e Libia, e stia avendo una tenuta minore in Siria, ha ancora una forza militare e di resistenza evidente, che spinge gli analisti a non poter considerare sconfitto il progetto del Califfato in Medioriente. Quello che, però, dovrebbe far riflettere maggiormente è invece l’implementazione della capacità di adattamento sul terreno di scontro, che portano conseguentemente ad una strategia del terrorismo puro sempre più efficace. Questo perché l’imprevedibilità degli attentati rende frustrante, e quasi inutile, ogni precauzione e contromossa da parte delle autorità di tutti i Paesi, soft target, lupi solitari e terrore mediatico sono ancora terreno fertile per il jihad del Califfato. Il gigante turco, dunque, potrebbe essersi finalmente risvegliato da un torpore durato per troppo tempo, vedendo con chiarezza chi considerare amici e chi nemici.

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