martedì, Settembre 28

Israeliani in Siria, siriani in Israele field_506ffb1d3dbe2

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Abdul Ilah al-Bashir Siria

 

Amman – Ginevra 2 ha fallito. Il meeting svizzero, tenuto il mese scorso, ha dimostrato l’impossibilità di arrivare ad una soluzione reale, ed in seguito a ciò, gli scontri in Siria si sono intensificati. I ribelli del Free Sirian Army (, rappresentati da Salim Idriss, hanno così pubblicato un comunicato on-line, annunciando un cambio al vertice. Lo scontento nei confronti del generale è dovuto a diversi fattori: la sua scarsa moderazione lo ha impossibilitato a tenere rapporti duraturi con le varie milizie, lo ha allontanato dal dialogo coi partner occidentali e gli ha impedito di raggiungere punti significativi al vertice ginevrino.

Le conseguenze sul campo sono state dirette ed i ribelli dell’FSA, negli ultimi mesi, hanno perso terreno. L’apice si sarebbe raggiunto dopo il sequestro di un carico di armi da parte di una milizia di estremisti islamici ed a seguito della pesante sconfitta dei ribelli nella regione del Qalamoun. , che si è guadagnato la fiducia delle fondamentali aree rurali del Paese dopo il suo operato nell’area di Quneitra e Daraa, fino i confini delle alture occupate del Golan.  Proprio nell’area di Daraa suo figlio Talal, anche lui ribelle dell’FSA, è morto lo scorso anno. «Il suo valore per i ribelli è enorme, era al comando delle fazioni nelle aree di Daraa e del Golan, le aree a sud più vicine a Damasco» ha dichiarato Mustafa Alani, Direttore del Dipartimento di Sicurezza al Centro di Ricerche ‘Ginevra’ nel Golfo.

Indipendentemente dalla presentazione fornita dai comunicati, quello che salta all’occhio è che chiunque venga selezionato per gestire le operazioni nel Golan, deve necessariamente essere in grado di tenere forti relazioni diplomatiche. Il Golan, infatti, rappresenta la zona di confine con Israele, tecnicamente in guerra con la Siria da oltre trent’anni, zona rossa per eccellenza. Il Generale Al-Bashir ha dovuto, quindi, trovare un dialogo nell’area per mantenere il fronte di scontro unilaterale verso Damasco, ed il sostegno ritrovato dalle forze occidentali indica che questo dialogo c’è stato. Lo scorso anno a seguito di un ferimento subito nell’area di Daraa, le notizie che lo riguardavano hanno parlato di scomparsa e decesso. Ma i media regionali hanno, in seguito, letto queste informazioni come depistaggi per deviare l’attenzione dalla reale situazione: al-Bashir si sarebbe recato in Israele per un addestramento da parte dei servizi di sicurezza, per intavolare un dialogo con le forze israeliane, americane e giordane per poi riapparire a capo dell’Esercito Libero.

Il ruolo di Israele infatti nella crisi siriana è attivo: le alture del Golan sono occupate dal 1981 (la comunità internazionale non ne riconosce l’annessione), su queste aree nel corso degli ormai quattro anni di conflitto gli scambi fra i confinanti si sono infittiti. Una serie di ospedali da campo segreti dotati di farmacie, sale operatorie, macchine a raggi x sono stati impiantati da Israele per coadiuvare la gestione dei feriti. 
L’FSA non ha i mezzi necessari per far fronte alla gestione dei feriti e le cliniche mobili interne alla Siria non sono affidabili: nonostante la professionalità del personale, non hanno reparti di terapia intensiva, rianimazione, sale operatorie polivalenti e spesso si trovano sprovviste di anti-dolorifici. Senza considerare le frequenti incursioni dei lealisti che, profittando dello stato di degenza, interrogano i feriti, impedendone le cure fino a che non collaborano.

Nel corso dei mesi, quindi, i ribelli hanno fatto sempre maggiore ricorso ai presidi israeliani, che, dopo il vertice europeo fallito, hanno semplificato gli scambi. Quando le condizioni di salute del paziente non sono affrontabili negli ospedali da campo, le truppe israeliane, dopo ispezione di sicurezza,  trasportano il ferito oltre confine, fino agli ospedali cittadini, dove il paziente viene curato rifocillato, spesso fornito di medicine e contanti fino a mille dollari, ed in seguito riaccompagnato oltre confine. Quando le condizioni del paziente determinano la morte, invece, la salma viene riaccompagnata al confine, ricomposta, pulita ed accompagnata da referto autoptico ed un biglietto di condoglianze scritti in arabo.

La notizia che nel Golan vi fossero punti di copertura sanitaria si è così amplificata nel corso dei mesi anche alla popolazione civile della zona, e per la prima volta, durante i primi giorni di febbraio, le telecamere dell’emittente Channel 2 hanno filmato e trasmesso le immagini di un presidio. Gli ospedali della Galilea, nel nord del Paese, hanno trattato fin’ora un numero fra i 200 ed i 700 pazienti siriani, 230 avrebbero ricevuto le cure necessarie nella città di Safed, al nosocomio di Rebecca Sieff Hospital distribuendo i costi fra i Ministeri di Difesa e Salute e la Direzione Ospedaliera che secondo il Dr. Masad Barhoum, direttore generale degli ospedali di Nahariya, ammonterebbero a 2.6 milioni di dollari. Dei pazienti trattati, non viene resa nota l’identità, questo perché le forze lealiste considerano tradimento il contatto col nemico israeliano, e se fosse nota l’identità di coloro che varcano il confine, una volta tornati in Siria subirebbero sicuramente conseguenze.

Sul confine giordano invece, la presenza israeliana coadiuva attivamente la gestione dei campi profughi: Mafraq, nello specifico, centomila siriani ospitati nel campo, riceve continuativamente parte del suo sostentamento da IsraAid: organizzazione non governativa di cooperazione ed aiuto ai rifugiati attiva in tutto il mondo: dall’assistenza psicologica ai terremotati in Giappone ed Haiti, alle forniture ai profughi kenioti. I beni forniti non presentano marchi riconducibili alla fonte, e sono estremamente utili al sostentamento dell’oltre mezzo milione di profughi che nel Regno Hashemita hanno trovato un’area sicura in cui rifugiarsi, le dichiarazioni dell’organizzazione no-profit parlano di centomila dollari di aiuti dall’inizio dell’anno.

Nonostante gli israeliani possano viaggiare liberamente in Giordania, dalla scorsa settimana gli accordi fra Ong si sono evoluti per facilitare ulteriormente il transito di volontari ed aiuti. Ma poiché la situazione ufficiale dei rapporti fra Israele e Siria è uno stato di guerra, le identità vengono secretate anche per gli israeliani. Lavorare con loro su qualunque territorio, infatti,  metterebbe in pericolo la vita delle persone che aiutano. Quindi gli operatori di sicurezza giordani si fanno carico di mantenere questa riservatezza, e gli operatori assumono sembianze, lingua ed abitudini arabe.

La politica di aiuti resta comunque chiara, nonostante il Ministro della Difesa Moshe Yaalon abbia dichiarato questa settimana che «Israele non può restare indifferente», si vuole evitare un assiepamento dei profughi lungo il confine Nord con la Siria, che non saranno comunque ammessi all’interno dei confini, così come i feriti vengono rimpatriati dopo la stabilizzazione fisica. «Gli israeliani sono principalmente interessati gli islamici , vogliono conoscere i loro numeri e informazioni e anche i dettagli più insignificanti su di loro , vogliono anche sapere che tipo di armi i ribelli hanno, in quali quantitativi , quali capacità»  ha affermato un altro comandante dei ribelli che ha inviato combattenti feriti oltre il confine.

Non si può ignorare che la necessità israeliana di lavorare in prospettiva su un governo siriano con cui mantenere rapporti civili sia un obiettivo, in un ottica di diminuzione dell’influenza iraniana sull’area. Le recenti scelte politiche, nonostante vadano di pari passo con gli interessi occidentali, sono da leggere nel contesto di tensione delle scorse settimane, durante le quali Israele è stato accusato da Hezbollah di bombardamenti missilistici nell’area di confine fra Libano e Siria, lungo la valle della Bekaa, al fine di impedire rifornimenti di armi al regime.

Il tentativo di distensione lungo i confini è evidente, da sud con l’Arabia Saudita e l’incredibile assenso sulla fornitura tedesca di carri Leopard nel 2013, a Nord col dialogo con le forze ribelli anti-Asad, al centro con la pacifica presenza giordana, Israele cerca di diminuire il numero di nemici diretti attraverso interventi diplomatici mirati. Che questa notizia arrivi durante la Settimana dell’ Apartheid, è elemento importante di cui dare conto, in particolare dopo i recenti casi di disinvestimento finanziario arrivati dal Nord Europa, e non si può nemmeno tralasciare la pressione internazionale per l’evoluzione del Piano Kerry per trovare un definitivo accordo di pace coi palestinesi.

E sicuramente un contesto più sereno in cui poter dialogare positivamente coi vicini oltre confine, non potrebbe che aiutare le trattative di pacificazione. Ampliando, però, il punto di vista a quanto riportato sabato da Al-Akhbar, quotidiano indipendente e progressista libanese, nell’articolo di Youseff Harb, questi meccanismi farebbero parte di un piano di maggiore portata. Harb, infatti, vede la presenza di al-Bashir in Israele, la rivalutazione del Golan, gli scontri feroci fra Qenitra e Daraa, e la maggiore influenza giordana come effetto collaterale della totale disfatta di Ginevra 2 . Recentemente si sono avuti importanti meeting in territorio giordano fra i vari leader della Coalizione Nazionale Siriana, cioè la coalizione anti-Asad fondata a Doha nel 2012 che riunisce oltre sessanta gruppi ribelli, i cui leader sarebbero ora rientrati in Europa.

La fonte interna alle riunioni ha riferito ad al-Akhbar che il punto di discussione è stato la creazione di una zona-cuscinetto, totalmente inaccessibile per le forze che fanno capo ad Asad, che permetta l’organizzazione di un offensiva contro le forze governative tale da  riportare il fronte ribelle in vantaggio. Se si considera il differenziale di potenza di fuoco, tenendo conto degli equipaggiamenti di Hezbollah e sopratutto della forza aerea di Bashar al-Asad, i ribelli vorrebbero poter contare su una dotazione anti-carro e di missili anti-aereo efficaci, oppure di un’area in cui sia internazionalmente garantibile una no-fly zone. La risoluzione 338/74 del Consiglio di Sicurezza, ha già creato un’area cuscinetto di questo tipo che si estende per dieci chilometri verso l’interno della Siria dai territori occupati del Golan, e la recente fondazione del Fronte del Sud, un’alleanza composta da quarantanove forze armate, ha lavorato insieme al FSA negli ultimi mesi per occupare i governatorati di Quneitra e Daraa.

L’obiettivo sarebbe quello di creare un’area totalmente fuori dal controllo delle forze governative che si estenda per quaranta chilometri dal punto di confine in cui convergono Giordania, Irsaele e Libano, per poi spingere le truppe ribelli verso Damasco da Sud. La formazione militare per procedere in questo senso sarebbe già avvenuta e terminata nei territori giordani e israeliani da parte dei rispettivi trainer , sotto il patrocinio degli Stati Uniti, che avrebbero svolto la funzione di mediatori, funzione fondamentale atta a vincere la riluttanza di Israele a formare e far circolare nei suoi pressi gruppi islamici completamente imprevedibili.

L’ultimo punto vitale è l’ equipaggiamento: le armi strategiche anti-aereo non sono mai state fornite ai ribelli, e nei trenta chilometri interni a Quneitra e Daraa, oltre il Golan , saranno fondamentali per il presidio della zona, al sicuro dai raid aerei siriani. A questo proposito la Coalizione scommette su un cambio diametrale del punto di vista americano, il famoso “Costo” della vicenda ucraina che oltretutto distrarrà l’attenzione russa dalle vicende mediorientali, scommessa facilitata anche dallo sconfinamento missilistico di Hezbollah che nei giorni scorsi ha inquadrato per la prima volta il Golan nei suoi raid. L’ostacolo più difficile da trattare al momento, nella definizione della zona-cuscinetto per le parti americane e giordane, sarebbero i gruppi radicali islamici della zona, come al-Nusra, che ha una presenza pesante in queste regioni.

La Giordania, come Israele, è preoccupata delle ricadute di tali presenze radicali sul Regno, e questo sarebbe il motivo dell’utilizzo, fin’ora, delle aree di confine come soluzione alla crisi dei rifugiati, piuttosto che come banco di prova militare. La posizione dei campi di Zaatari e Mafraq lungo le aree di confine, infatti, non è casuale. 

In conclusione il piano delle opposizioni di ribilanciare il conflitto fino almeno ad una situazione di parità, si presenterebbe come estremamente ambizioso e difficile, ma un qualsivoglia avanzamento in questo senso sarebbe comunque una leva utile in un ipotetico Ginevra 3 futuro, sopratutto in un ottica di peso nelle trattative.

 

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