mercoledì, Ottobre 27

Israele, verso un apartheid istituzionalizzato

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Rafforzare il carattere ebraico dello Stato di Israele è l’obiettivo di un progetto di legge adottato, questa settimana, dal governo israeliano. Il testo, la cui stesura è stata istigata dall’estrema destra di cui fanno parte il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dai suoi sostenitori radicali, mira a ridefinire la denominazione d’Israele quale “Stato ebraico e democratico” iscritta fino ad oggi nelle leggi fondamentali del Paese che rappresentano la Costituzione in “Stato nazionale del popolo ebraico”. Favorevoli quattordici ministri e contrari 6 tra cui i deputati del centro e della sinistra, guidati dai ministri della giustizia TzipiLivni e delle finanze Yair Lapid che hanno fortemente criticato questo progetto correndo il rischio di essere espulsi dal governo. Un’opposizione che ha spinto il dibattito per una settimana al fine di trovare una soluzione e che minaccia l’attuale coalizione del governo di un’implosione, nel bel mezzo di strategie e calcoli politici nebulosi.

Anche la “legge dello Stato nazione” è stata ugualmente criticata dal corpo giuridico e dal Presidente israeliano Reuven Rivlin che ha dubitato dell’interesse di una tale prospettiva. Temono che il carattere ebraico di Israele possa interferire sul suo carattere democratico. La Knesset (Parlamento) deve ormai pronunciarsi, dopo diverse letture, su questo testo che deve essere ugualmente sottoposto a numerose commissioni prima di una sua adozione definitiva. Benjamin Netanyahu ha assicurato che lo farà adottare a tutti i costi. Intende dare il massimo alla destra del suo partito Likud per non essere messo alla porta alle prossime primarie. È anche un modo per contrastare il suo rivale Naftali Bennet, ministro dell’economia, molto benvisto dai religiosi ultra ortodossi di cui sposa gli ideali radicali e che continua, a suo disappunto, a salire nei sondaggi. Oggi, infatti, in Israele più si è estremisti più si ha la possibilità di vincere le elezioni.

L’altro obiettivo cui mira la messa a punto di questa nuova legge che sancisce il primato dell’ebraismo sulla democrazia è quello di fare pressione sulla Corte suprema, spesso oppostasi alle decisioni del governo ritenute illegali o anti costituzionali. Si tratta di un modo per legarle le mani dato che numerose decisioni arbitrarie relative alle demolizioni di case, alla confisca dei beni di proprietà dei palestinesi o all’incarcerazione non sono state applicate in seguito a dei rigetti formulati da questa Corte suprema. Diventerebbe, grazie a questa legge, più difficile rendere tali giudizi possibili. Alcuni movimenti pacifisti israeliani affermano in effetti che la legge faciliterà il voto in favore di leggi discriminatorie in seno alla Knesset e la loro difesa davanti ai tribunali.

Questa decisione controversa non sorprende. Da anni, orami, i responsabili israeliani continuano a  mettere avanti il carattere ebraico di Israele nelle discussioni con i loro omologhi palestinesi riconoscendo tale aspetto una conditio sine qua non per ulteriori negoziati e per il processo di pace. Se non ha sorpreso, ha però sollevato delle proteste e rafforzato lo scetticismo e il timore dei palestinesi dei Territori Occupati e di quelli che risiedono in Israele. Per questi ultimi è semplice: lo Stato ebraico mira a ufficializzare e istituzionalizzare un razzismo già esistente nelle strade, nei testi di legge e nel sistema politico.

«La democrazia garantisce che tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e sono uguali davanti allo Stato, ma quest’emendamento razzista introduce una distinzione sulla base della religione» ha dichiarato Majd Khayal, portavoce del Centro giuridico “Adala” per i diritti della minoranza araba in Israele. Vale a dire che le minoranze araba musulmana, cristiana, drusa e le altre non avranno gli stessi diritti di cui godono i loro concittadini di confessione ebraica in base a delle leggi che governeranno il Paese in futuro. La presentazione di questa legge ha rafforzato il sentimento di esclusione e  discriminazione soprattutto nei cittadini arabi che si considerano “cittadini di seconda classe” e che non esitano a parlare di Apartheid.

In effetti, una vera e propria politica discriminatoria contro un milione e duecentomila arabi che vivono in Israele dura da anni. Oltre al fatto che solo il 7% del budget statale è allocato ai loro comuni, subiscono delle espulsioni arbitrarie dalle loro proprietà, non possono acquistare beni, i loro salari medi sono inferiori del 60% rispetto a quelli dei cittadini ebrei anche se a parità di qualifiche, percepiscono il 35% degli assegni familiari in meno e non hanno il diritto di sposare cittadini di confessione ebraica né i palestinesi dei territori occupati. Ogni cittadino palestinese di Israele che desidera vivere con una coniuge dei Territori Occupati è costretto a lasciare il suolo israeliano e i figli nati da questi matrimoni non possono avere diritto alla cittadinanza. Uno stratagemma che mira a spingere i Palestinesi d’Israele ad abbandonare la loro terra natale e frenare la crescita demografica. Dei provvedimenti ben calcolati, volti ad attuare un “trasferimento” della popolazione in piccole dosi.

Elenco che non comprende tutte le difficoltà che la minoranza araba musulmana e cristiana incontra nella quotidianità. È, infatti, ancora lungo. Lo Stato ebraico vuole altresì revocare la loro cittadinanza. Nella giornata di domenica 23 novembre Benjamin Neanyahu ha dichiarato che il governo israeliano intende richiedere le prerogative che gli diano pieni poteri per privare i palestinesi d’Israele e di Gerusalemme Est del loro status di residenza e dei loro diritti sociali come la sicurezza sociale, se loro o i loro parenti sono sospettati di essere coinvolti nei disturbi, anche se si tratta di gettare pietre.

Proposte che completano la politica di demolizione delle case, come punizioni collettive non solo contro coloro che sono coinvolti negli attacchi anti israeliani ma anche le loro famiglie. Una politica che Tel Aviv ha adottato a Gerusalemme Est annessa all’inizio di questo mese, malgrado le accuse delle organizzazioni dei diritti umani. Esse si aggiungono alla situazione miserabile che prevale nei territori occupati dove la quotidianità è diventata un incubo per i cittadini. Oltre all’aumento degli insediamenti ebrei, Israele ha instaurato, nel corso di questi ultimi anni, un sistema drastico di controllo e d’identificazione dei palestinesi, attuato una separazione delle strade e dei trasporti per gli israeliani e i palestinesi, moltiplicato i posti di blocco, eretto un muro di separazione che, con la colonizzazione, ha trasformato la Cisgiordania in isolotti senza contiguità territoriale, oltre alle difficoltà di accesso alla terra e all’acqua deviata verso le colonie.

L’Autorità palestinese, l’OLP e il governo di consenso nazionale hanno condannato fortemente il progetto di legge, qualificandolo come “razzismo ideologico”. Per loro è l’istituzione di uno Stato palestinese vitale a trovarsi nel mirino del governo israeliano, il quale, mediante questa nuova legge, intende cancellare del tutto la soluzione dei due Stati sostituendo a quest’ultima il progetto del grande Israele quale Stato ebraico sul suolo della Palestina storica”. Questo testo, accusa l’OLP, è un «tentativo di deformare e occultare la versione palestinese della Storia e mira a cancellare la presenza palestinese». Se verrà votato, sottolinea l’OLP, metterà fine al diritto di ritorno dei rifugiati palestinesi, fuggiti dalle loro terre nel 1948, anno della creazione dello Stato d’Israele, ed esonererebbe «l’occupazione dalle sue responsabilità per la tragedia umana e i crimini storici commessi contro i rifugiati palestinesi».

Anche l’opinione palestinese considera questo progetto l’annuncio chiaro dell’istituzione di uno Stato in cui l’ingiustizia, la repressione, la segregazione razziale regnano sovrane a colpi di incursioni, muri, bulldozer e leggi razziste. Non vi è alcun dubbio, oggi, che Israele confermi con questa legge la sua volontà di instaurare e istituzionalizzare un Apartheid senza osare pronunciarne il nome.

 

Traduzione di Patrizia Stellato

 

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