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Israele, un 2015 controverso field_506ffb1d3dbe2

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E proprio in ottobre ha preso avvio la catena di attentati -tuttora in corso– scatenata dalla cosiddetta ‘intifada dei coltelli, che nel giro di tre mesi ha provocato 136 vittime palestinesi e 19 vittime israeliane, a cui va aggiunto uno studente americano. La stragrande maggioranza dei palestinesi uccisi ha commesso o tentato di commettere aggressioni con il coltello, ma qualcuno ha utilizzato l’auto per  speronare passanti o agenti e militari. La questione ha sollevato presso molti commentatori, sia locali che internazionali, il timore che accada una Terza ‘Intifada‘, termine arabo che significa ‘rivoluzione’, ‘sussulto’, e che da quasi un trentennio è stato assunto come appellativo delle rivolte di massa nei territori palestinesi nei confronti di cittadini e obiettivi israeliani.
La nuova sequenza di attacchi è iniziata giovedì 1 ottobre, quando una coppia di israeliani è stata uccisa durante un viaggio in macchina nel nord della Cisgiordania. Come misura punitiva, le autorità israeliane hanno vietato l’accesso alla città vecchia di Gerusalemme -ossia quella a maggioranza araba- a tutti i palestinesi non residenti nel quartiere, provocando diversi scontri e manifestazioni tra le popolazioni arabe in Israele e nei Territori occupati. Col passare dei giorni l’emergenza non è affatto rientrata, registrando, anzi, un continuo crescendo.

Le cause possono essere identificate nelle recenti misure restrittive adottate dal Governo israeliano nei confronti delle comunità di fede musulmana. In settembre, in concomitanza con le feste religiose ebraiche, il Governo israeliano ha proibito numerose volte l’accesso a Gerusalemme est e alla Moschea di Al-Aqsa ai musulmani, per consentirlo a gruppi di religiosi-nazionalisti ebrei legati al movimento dei coloni. In aggiunta, ha messo fuori legge i Mourabiteen, i guardiani della moschea, provocando per diverse settimane scontri tra religiosi e la Polizia di confine israeliana. Gerusalemme est è stata occupata e unilateralmente annessa da Israele nel 1980. I palestinesi ne vorrebbero fare la propria capitale. Il sito religioso -che gli ebrei chiamano Monte del Tempio- è sotto l’autorità giordana, che dal 1967 ne preserva lo status quo. A causa delle tensioni sulla Spianata, le relazioni tra Amman e Tel Aviv sono ai minimi storici. La deliberata escalation provocata da Israele ha fatto salire la tensione oltre la linea di sopportazione, dando luogo ad una reazione di massa spontanea, amplificata dal fatto che la gente, soprattutto i più giovani, non intravedono nessun orizzonte futuro

Gli attentati si sono susseguiti in sequenza quasi quotidiana, con un picco registrato quasi sempre nei ‘venerdì della rabbia’, come quello del 30 ottobre, quando gli scontri tra palestinesi e forze di sicurezza israeliane hanno causato cinque morti, tra cui un neonato di otto mesi per le esalazioni di gas lacrimogeni. La risposta di Israele è stata dura, con polizia ed esercito spesso accusati di reagire con eccessiva violenza. Si stima che il Governo israeliano tenga in stato di detenzione come prigionieri politici almeno 2.400 palestinesi, tra questi metà sarebbero bambini.

Rimarranno nelle cronache di questo ottobre israeliano anche le infelici dichiarazioni di Netanyahu su Hitler e Shoah. Nel suo intervento al Congresso sionista mondiale di Gerusalemme, il premier israeliano ha sostenuto che fu il mufti di Gerusalemme dell’epoca, Haj Amin al-Husseini, a suggerire ad Adolf Hitler l’idea dello sterminio degli ebrei perché il dittatore nazista in realtà intendeva solamente espellerli. «Hitler all’epoca non voleva sterminare gli ebrei, voleva espellerli. Ma Haj Amin al-Husseini andò da Hitler e disse, ‘se li espelli verranno tutti qui (in Palestina, ndr)’», ha detto Netanyahu nel ricostruire un incontro a Berlino del 1941 tra al-Husseini e Hitler. Il dittatore nazista, ha proseguito Netanyahu, chiese allora al mufti di Gerusalemme: «Cosa dovrei fare con loro?». La risposta fu: «Bruciateli». Travolto dalle critiche, Netanyahu, si è visto costretto a correggere il tiro, ma ha tuttavia insistito sul ruolo giocato all’epoca dal muftì, uno dei leader arabi nella Palestina sotto il Mandato Britannico, che «incoraggiò Hitler, Ribbentrop, Himmler a sterminare gli ebrei europei» e sarebbe assurdo, ha aggiunto, «girare il capo dall’altra parte» su questo.

Il mese di novembre è stato caratterizzato da un deterioramento delle relazioni esterne sia con l’Europa che con gli Stati Uniti. Sul primo punto, il governo Netanyahu non ha gradito la decisione di Bruxelles di procedere all’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti. In sostanza, l’Unione europea si è data nuove linee guida per disciplinare l’entrata dei prodotti israeliani provenienti dai Territori Occupati. Si tratta di una ‘nota interpretativa’ che si limita a imporre la denominazione di origine ai prodotti dei Territori Occupati che accedono al mercato Ue. Tale nota è stata recepita dal Governo israeliano come una sfida, l’ennesima manifestazione del doppio standard europeo nei confronti di Israele. Il Ministro della Giustizia, Tzipi Livni, ha parlato di boicottaggio economico; Avigdor Lieberman, del partito di estrema destra Israel Beitenu, ha equiparato l’etichettatura dei prodotti all’imposizione della stella di David agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ricorrendo ad una retorica ormai consueta nelle relazioni Ue-Israele; infine Netanyahu ha annunciato che il suo governo avrebbe sospeso di conseguenza tutti gli incontri tra alte autorità israeliane e diplomatici Ue.
In realtà, la nota Ue si inserisce in un percorso di approfondimento delle relazioni economiche con Israele, coronato nel 2012 dall’adozione di misure senza precedenti, tra le quali un accesso preferenziale di Israele al mercato unico europeo e una cooperazione rafforzata nei settori dei trasporti e dell’energia. Già nel 2012, Catherine Ashton, all’epoca Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Ue, si pronunciava a favore di un blocco delle relazioni con gli insediamenti, e un’ipotesi di disincentivazione alla collaborazione dei Paesi membri con gli insediamenti posti oltre la Linea verde -la linea di demarcazione che separa Israele dai Territori Occupati durante la Guerra del 1967- era già allo studio della Commissione Europea, ma l’attuale nota non include nessuna misura in tal senso. Tuttavia, l’opinione pubblica israeliana teme che essa costituisca il primo passo verso una campagna internazionale di delegittimazione delle colonie.

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