giovedì, Ottobre 28

Israele – Turchia, ecco l'accordo di riconciliazione field_506ffbaa4a8d4

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Tunisia – L’unità nazionale per le inchieste sul terrorismo ha smantellato una cellula di jihadisti attivi nella città di Tunisi, specializzati nel reclutamento di giovani da inviare nelle zone di combattimento di Siria, Iraq e Libia. Lo ha reso noto il ministero dell’Interno tunisino sottolineando che gli arrestati hanno confessato di aver abbracciato un ideologia estremista a causa dell’influenza dell’imam della moschea Sidi Hassine nella capitale e di volersi loro stessi recare nei territori del jihad per partecipare ad operazioni militari tra le fila dell’Isis. Lo stesso imam ha confessato di aver incitato i fedeli della sua moschea a partire per la Siria e affermato ripetutamente la sua volontà di far cadere i regimi arabi per instaurare al loro posto il Califfato. Dopo essere stati deferiti tutti al centro giudiziario per la lotta al terrorismo della capitale, le autorità giudiziarie hanno emesso nei loro confronti un ordinanza di custodia in carcere.

«Con l’approssimarsi delle feste di fine anno, verrà rafforzato lo stato di allerta su tutto il territorio tunisino a partire dal 22 dicembre». Lo ha annunciato il ministro dell’Interno tunisino specificando si tratta di una misura precauzionale che serve a rispondere ad ogni eventuale minaccia visto la concomitanza delle festività religiose musulmane (Mouled), cristiane (Natale) e dei festeggiamenti di fine anno. Seppur la situazione della sicurezza sia nettamente migliorata, il ministro ha affermato che la minaccia terroristica permane, ma la vigilanza resta alta. «Noi vogliamo garantire la sicurezza e la libertà dei tunisini e preservare il nostro stile di vita», ha ribadito Gharsalli sottolineando che «le forze dell’ordine non hanno intenzione di imporre restrizioni agli spostamenti dei cittadini». Nel Paese vige lo stato di emergenza, proclamato a seguito dell’attentato al bus degli agenti della Guardia presidenziale del 24 novembre scorso.

Libia – È «incostituzionale» l’accordo per la formazione di un governo di unità nazionale in Libia, firmato ieri in Marocco da alcuni rappresentanti del Parlamento islamico di Tripoli e da quello esiliato a Tobruk e riconosciuto dalla comunità internazionale. Lo dichiara il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, al sito Internet al-Wasat. «I libici non accetteranno l’imposizione di un governo che va completamente contro la dignità nazionale», ha detto Saleh ad al-Wasat. «La decisione presa all’estero in nome della Camera dei rappresentanti non è né costituzionale, né legale», ha aggiunto. L’accordo politico firmato a Skhirat, in Marocco, da Saleh Makhzoum, secondo vice presidente del Congresso nazionale generale di Tripoli, ed Emhmed Shaib, deputato del Parlamento di Tobruk, è il risultato di circa un anno di negoziati mediati dalle Nazioni Unite. Il vuoto politico creato dalla presenza di due governi, ognuno con le proprie milizie, ha creato terreno fertile per i jihadisti del sedicente Stato islamico (Is).

Un gruppo di una ventina di militari delle forze speciali degli Stati Uniti che era arrivato in Libia «in modo inaspettato» è stato invitato ad andare via da forze armate fedeli al governo di Tobruk. Lo ho riferito il sito del Libya Herald e lo ha confermato il Pentagono. Secondo il sito, i militari erano atterrati alla base aerea di al-Wattiyah, a sud-ovest di Tripoli, «ben equipaggiati», con «fucili d’assalto» e con un «dune buggy», un veicolo per la marcia su sabbia. «I comandanti locali, perplessi, hanno detto agli stranieri di non essere a conoscenza di alcuna missione e hanno intimato loro di partire», ha riferito ancora il Libya Herald. Secondo una fonte del Pentagono citata dalla Nbc, invece, i militari Usa erano in Libia per «promuovere le relazioni», «d’accordo con le autorità libiche». Ma invitati da una «milizia locale» a partire, hanno lasciato il paese «senza incidenti». Come si vede in una foto pubblicata dal Libya Herald, i militari americani indossavano abiti civili. Secondo analisti contattati dal sito, si trattava forse di una squadra incaricata di colpire il sedicente Stato islamico (Is) nei pressi di Sabratha. I 20 militari sono arrivati in Libia e sono ripartiti a bordo di un aereo registrato negli Emirati.

L’Italia è «pronta a fare tutta la propria parte, anche a guidare la missione internazionale in Libia». Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al termine del vertice Ue dei capi di Stato e di governo dopo l’accordo fra le parti per formare un governo di unità nazionale in Libia.

Niger – Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha rivelato che è stato «sventato» giovedì un tentativo di colpo di Stato. In un messaggio trasmesso nella serata di ieri dalla tv di stato alla vigilia delle celebrazioni della festa nazionale, che cade oggi, Issoufou ha detto che «il governo ha sventato un tentativo di destabilizzare le istituzioni». Diversi sospettati, almeno quattro, sono stati arrestati tra le file delle forze armate, ha aggiunto il capo di Stato, precisando che queste persone «prevedevano di utilizzare mezzi aerei per rovesciare il governo». Tra questi figurano l’ex capo di stato maggiore Souleymane Salou e il capo della base aerea di Niamey Dan Haoua. Questa mobilitazione di sicurezza giunge dopo che nei giorni scorsi degli individui non ancora identificati hanno colpito la sede in costruzione del partito al governo. Alcuni osservatori sostengono che gli ufficiali arrestati potrebbero essere sostenitori di Hama Amadou, ex presidente dell’Assemblea nazionale e principale avversario di Issoufou, arrestato a novembre dopo il suo ritorno dall’esilio in Francia, dove si era rifugiato poiché sospettato di essere coinvolto, assieme alla moglie, in un vasto traffico di neonati. Mahamadou Issoufou è stato eletto nel 2011, un anno dopo il colpo di stato che aveva deposto l’ex presidente Mamadou Tandja. Si è candidato a un secondo mandato alle elezioni presidenziali che si svolgeranno a febbraio e attualmente risulta il candidato favorito, anche se l’opposizione lo accusa di reprimere le attività dei suoi avversari.

Ruanda – Ruandesi chiamati oggi alle urne per approvare o meno le modifiche costituzionali che consentirebbero al presidente Paul Kagame, 58 anni, di correre alle elezioni 2017 per un terzo mandato presidenziale. Tale emendamento consentirebbe al 58enne presidente – figura centrale nella politica del Ruanda sin da quando le forze da lui guidate fermarono il genocidio contro la minoranza dei Tutsi nel 1994 – di restare in carica sino al 2034. La proposta, criticata dai paesi donatori, riduce il mandato presidenziale da sette a cinque anni e mantiene quello corrente al limite di due anni. Ma è stata fatta un’eccezione per Kagame, il quale potrebbe tentare di correre per un terzo mandato di sette anni al termine dell’attuale nel 2017 e poi candidarsi ancora per altri due mandati da cinque anni.  Si prevede che il referendum raccolga ampi consensi dopo che più di 3 milioni di ruandesi hanno richiesto al Parlamento di apportare modifiche alla Costituzione. La modifica proposta è stata sinora approvata dal Parlamento del Ruanda e dalla Corte Suprema. Gli Stati Uniti hanno chiesto a Kagame di dare un esempio all’intera regione rinunciando a ricandidarsi alla fine del suo secondo mandato nel 2017.

Cina – Almeno 36 persone sono morte in due distinti incidenti accaduti nel nordest della Cina. A Huludao, nella provincia di Liaoning, 17 minatori sono morti a seguito di un incendio causato dalle scintille scaturite da una macchina per saldature, ha fatto sapere l’Agenzia per la sicurezza sul lavoro. Altri 10 sono stati ricoverati in ospedale. A Hegang, a nord della provincia di Heilongjiang, 19 minatori sono rimasti intrappolati sottoterra mercoledì scorso, e risultano ancora dispersi. Le gallerie sono ancora in preda alle fiamme e i soccorritori disperano di poter trovare qualcuno ancora vivo. Le miniere cinesi sono state a lungo le più letali del mondo, ma alcuni miglioramenti nella sicurezza e il declino della domanda di carbone hanno ridotto la mortalità negli ultimi anni. L’anno scorso nelle miniere cinesi sono morte 931 persone contro le 7.000 del 2002.

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