martedì, Settembre 21

Israele – Turchia, ecco l'accordo di riconciliazione field_506ffbaa4a8d4

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Crisi siriana – I ministri degli Esteri di 17 paesi si riuniscono oggi a New York nell’ambito dei colloqui internazionali per tentare di risolvere la crisi siriana. Il vertice verrà aperto dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e sarà presieduto dal segretario di Stato degli Usa, John Kerry. Ci saranno anche il ministro italiano Paolo Gentiloni e l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, che lavora a un piano per il cessate il fuoco a livello nazionale. La riunione si svolgerà presso la sede dell’Onu e il Consiglio di Sicurezza potrebbe adottare una risoluzione che appoggia il cosiddetto ‘processo di Viennà, dandogli maggiore forza. Il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, che partecipa ai negoziati, si è detto fiducioso che la risoluzione possa essere adottata già oggi. Un ottimismo stemperato però da Vitaly Churkin, ambasciatore russo all’Onu, che ha espresso dubbi sulla possibilità di arrivare ad adottare una risoluzione. Le consultazioni sulla bozza di risoluzione sulla Siria al Consiglio di sicurezza Onu «non vanno molto bene». ha detto Churkin. Secondo altri diplomatici, oggi invece potrebbe essere adottata una risoluzione. «Non sono sicuro che succederà perché purtroppo ci sono tentativi deliberati o non deliberati di minare il documento di Vienna». Il documento, adottato nella capitale austriaca il 30 ottobre, contiene una roadmap per l’avvio di un processo politico tra regime e opposizione, che dovrebbe portare alla nascita di un governo di transizione entro sei mesi e a elezioni entro 18 mesi. Il disaccordo tra i partecipanti ai colloqui è il destino del presidente Bashar al-Assad, con Russia e Iran che si oppongono all’idea che debba lasciare il potere prima dell’avvio del processo politico.

Unione Europea – Pronti a trovare «soluzioni soddisfacenti per tutti», ma con ancora del «duro lavoro» per arrivarci. La prima discussione dei leader Ue sulle richieste di riforma presentate dal Regno Unito in vista del referendum per la permanenza nell’Unione europea si è conclusa con qualche passo avanti. Al termine della prima giornata del vertice dei capi di Stato e di governo della Ue le conclusioni sottolineano che i leader sono pronti a «lavorare insieme per trovare soluzioni soddisfacenti» al prossimo Consiglio europeo di metà febbraio. E alla fine della riunione il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, si è detto «più ottimista» sulla possibilità di arrivare a un accordo. «Ci vorrà molto duro lavoro, ma stasera ho capito che c’è molta buona volontà, i leader europei vogliono che la Gran Bretagna rimanga nella Ue», ha spiegato il primo ministro britannico David Cameron. Il punto più controverso delle richieste britanniche rimane la proposta di limitare l’accesso ai benefit del welfare anche ai cittadini europei che si trasferiscono nel Regno Unito. «Con un pò di buona volontà arriveremo a un accordo», ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha escluso una modifica dei Trattati nel breve termine. «Dobbiamo trovare un buon accordo  ma deve esserlo anche per gli altri 27 Paesi», ha concluso il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

 

Migranti – Nei primi sei mesi del 2015 la Germania è stato il Paese che ha ricevuto il maggior numero di richieste di asilo del mondo, 159.000, numero che si avvicina al totale delle richieste del 2014. Il secondo Paese è la Federazione Russa, con 100.000 richieste, soprattutto da parte di persone che fuggono dal conflitto in Ucraina. Lo sottolinea il rapporto Unhcr, il quale evidenzia come un maggior numero di rifugiati bloccati in esilio, aumenta di conseguenza la pressione sui Paesi che li accolgono, una situazione che, se non gestita adeguatamente, può portare anche all’aumento del risentimento nei confronti dei rifugiati e favorire la politicizzazione del tema. Nonostante questi rischi, la prima metà del 2015 è stata caratterizzata anche da una straordinaria generosità: considerando i rifugiati sotto il mandato dell’Unhcr (i palestinesi sono sotto il mandato della organizzazione «sorella» Unrwa), la Turchia è il Paese che, in assoluto, ne ospita il maggior numero al mondo, con 1.84 milioni di rifugiati sul suo territorio al 30 giugno. Il Libano, invece, con 209 rifugiati ogni 1.000 abitanti, ospita il maggior numero di rifugiati rispetto alla propria popolazione. L’Etiopia è il Paese che spende di più in rapporto alla dimensione della sua economia, con 469 rifugiati per ogni dollaro del suo PIL (per capita, a parità del potere d’acquisto). Nel complesso, la maggior parte della responsabilità globale di ospitare i rifugiati continua ad essere sostenuta da Paesi confinanti con le zone di conflitto, molti dei quali sono in via di sviluppo. Il flusso di persone che raggiungono l’Europa attraversando il Mediterraneo in imbarcazioni è presente solo parzialmente nel rapporto, in quanto gli arrivi sono aumentati soprattutto nella seconda metà del 2015, al di fuori del periodo di riferimento del «Mid Year Trend».

Ucraina – Il premier ucraino Arseniy Yatsenyuk ha confermato che il suo Paese non rimborserà alla Russia il prestito da tre miliardi di dollari (la prima e rimasta unica tranche di un pacchetto di aiuti da 15 miliardi concessi da Putin all’allora presidente Yanukovich alla fine del 2013) in scadenza domenica nel quadro di una «moratoria» sui pagamenti dei debiti dovuti a Mosca. A fine anno, dieci giorni dopo la scadenza del bond, l’Ucraina entrerà tecnicamente in default. Il Fondo monetario internazionale, che all’inizio del mese ha cambiato la norma che prevedeva la sospensione degli aiuti ai paesi in default, ha anticipato – si legge in una nota del vice direttore David Lipton – la possibile cancellazione dell’assistenza a Kiev se l’Ucraina non dovesse rispettare gli impegni richiesti, come l’approvazione del nuovo sistema fiscale bloccato dal parlamento e il taglio delle spese per il welfare. Introducendo una moratoria sul pagamento del debito da tre miliardi di dollari nei confronti della Russia in scadenza domenica, «si può dire che di fatto il default è stato riconosciuto ufficialmente da parte ucraina»: lo ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ribadendo che la Russia ricorrerà alle vie legali contro la decisione di Kiev di non rimborsare il prestito.

Stato Islamico – Il sedicente Stato islamico (Is) ha dichiarato ufficialmente guerra all’Arabia Saudita dopo che Riad ha lanciato l’iniziativa di una coalizione islamica formata da 34 Paesi per combattere l’organizzazione terroristica. In un nuovo video diffuso dall’Is su Internet, infatti, i jihadisti intimano ai sauditi di non collaborare con la coalizione dei «crociati», ovvero con l’alleanza militare internazionale guidata dagli Stati Uniti. L’Is sfida inoltre i sauditi a confrontarsi militarmente in Siria. Il video si conclude con l’esecuzione di un uomo che, viene spiegato, era un collaborazionista di Riad. Sostenuta dagli Stati Uniti, la coalizione islamica anti Is formata da Riad include, tra gli altri Paesi, l’Egitto, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Turchia, la Malaysia, il Pakistan e molti altri Stati arabi. Non ne fa parte l’Iran, già coinvolto nella lotta all’Is in Siria a fianco del regime di Bashar al-Assad, ma acerrimo rivale dell’Arabia Saudita.

Yemen – La delegazione dei miliziani sciiti houthi è tornata al tavolo dei colloqui di pace mediati dalle Nazioni Unite e in corso a Ginevra con i rappresentanti del governo del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. L’obiettivo dei negoziati è quello di mettere fine al conflitto in corso nel paese e costato la vita a circa seimila persone dal 26 marzo, ovvero da quando sono iniziati i raid della coalizione militare araba a guida saudita contro gli houthi. Questa mattina i miliziani sciiti non si erano presentati al tavolo dei negoziati per protesta rispetto alle azioni militari condotte dalle truppe filogovernative, che hanno violato il cessate il fuoco conquistano due città precedentemente in mano agli houthi, quella di Hazm e di Harad.

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