giovedì, Agosto 5

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Israele opinioni

L’ Istituto di Ricerca per le Politiche della Popolazione Ebraica (The Jewish People Policy Institute – JPPI) di Gerusalemme ha pubblicato un rapporto preliminare relativo allo studio commissionato dal Ministero della Giustizia, guidato da Tzipi Livni, dal titolo ‘Jewish and Democratic: Perspectives from World Jewry’ sui costumi e le politiche israeliane. Shmuel Rosner, Senior Fellow del JPPI, si è occupato di raccogliere ed interpretare i dati, frutto di una serie di seminari tenuti dall’inizio dell’anno nelle maggiori comunità ebraiche mondiali. La Federazione Ebraica, che rappresenta statisticamente la parte di maggiore influenza in ottica proporzionale, è stata responsabile dei dati provenienti  dal Nord America, dove risiede il maggior numero di ebrei al di fuori dello stato israeliano.

L’argomento trattato nel rapporto vagliava l’evoluzione dei costumi e delle politiche dello stato di Israele e l’opinione della popolazione ebraica, sul territorio ed all’estero, a riguardo. Il Professor Ruth Gavinson, ordinario in legge all’Università Ebraica, è stato selezionato dal Ministero per interpretare i dati raccolti e presiedere un workshop definito all’unanimità ‘un progetto senza precedenti per influenzare il carattere di Israele’. ‘Ebraismo e democrazia: Prospettive di ebraismo mondiale‘ cerca,quindi, di definire i parametri entro i quali Israele possa legittimamente considerarsi  uno stato sia ebraico che democratico.

Dal lavoro preliminare consegnato, però, si denotano alcuni punti fondamentali, in particolare per quello che riguarda la selezione dei candidati: i giovani, infatti, che hanno avuto la possibilità di esprimersi, sono una percentuale minima, e ciò rende automaticamente il rapporto vincolato a valori e punti di vista non prettamente attuali. Un altro dato, è la discordanza di opinione fra la popolazione ebraica che risiede in Medio Oriente e quella, invece, estera. Dato così riassunto: «parte significativa degli ebrei del mondo accetta l’ idea che Israele vive in circostanze speciali che possono giustificare l’interpretazione dei valori costituzionali diversi dal proprio».

Se si possono considerare meno interessanti o, per lo meno, più logiche le critiche mosse riguardo la necessità di una minore influenza dei caratteri religiosi (legislazione religiosa) nella vita di tutti i giorni, a causa della laicità della maggior parte della popolazione ebraica al di fuori Israele, che obiettivamente considera ormai naturali matrimoni misti e la possibilità/diritto di accedere a matrimoni civili, le critiche di reale impatto sociale sono ben chiare nel paragrafo riassuntivo le opinioni sulla democraticità dello stato.

Alcuni punti riassumono questo concetto: in primo luogo si ritiene una grave carenza democratica il sistema di delocalizzazione della popolazione palestinese sul territorio, altresì la disparità di trattamento della popolazione ebraica da quella araba, il mantenimento di normative strettamente ortodosse riguardo le scelte comportamentali di una popolazione ormai evolutasi in un mondo laico o in correnti ebraiche ‘meno ortodosse’, ed ultima il mancato rispetto di tradizioni e valori a causa di un inappropriato insegnamento della storia, dei valori e delle tradizioni comunitarie.

Il punto ritenuto maggiormente influente per ciò che riguarda un’evoluzione democratica del Paese è, quindi, la discriminazione. Il Rabbino di Chicago, Rham Emanuel, a questo proposito, cita la lettera scritta di suo pugno e recapitata all’ambasciatore israeliano a Washington, nel 2007, nella quale protestava vivacemente contro la scelta di rifiutare l’asilo politico ai profughi sudanesirespinti oltre i confini del Sinai. «Scrivo questa lettera per esprimere il mio disappunto riguardo la scelta di Israele di respingere dei profughi perseguitati..Se esiste un popolo che può capire cosa significhi avere delle speciali necessità ed essere vittima di un genocidio come quello del Darfour, quello deve essere Israele».

Martedì scorso, il Rabbino Uri Regev dell’ ONG per l’ uguaglianza religiosa Hiddush, ha espresso apprezzamento per l’iniziativa JPPI nelle dichiarazioni al Jerusalem Post: «Accolgo con favore il processo di confronto per le sfide esistenziali che  Israele deve affrontare, e mi congratulo con il ministro Livni per questa iniziativa storica. Arriva in un momento di dialogo, discussione e una maggiore apertura  verso il coinvolgimento della diaspora con le controparti israeliane… verso l’ avanzamento religioso, di libertà ed uguaglianza per tutti gli ebrei».

L’analisi preliminare, quindi, ha già evidenziato punti chiave di discussione, ma più che come punto di arrivo, è stata accolta come stimolo ad un’apertura al dialogo che possa traghettare lo stato medio orientale in un periodo di riforme condivise. Rosner terminerà la sua parte analitica del progetto in tempo per fine mese, e la esporrà alla Conferenza di Glen Cove, negli Usa. In seguito la parola passerà al Prof. Ganvison, che , insieme all’equipe scelta per lo sviluppo del workshop, dovrà tradurre in procedure costituzionali i dati. La parte successiva, cioè l’attuazione tramite il Ministro Livni, sarà lo step del progetto più seguito, e rappresenterà una grande sfida democratica, che, se portata a termine secondo le aspettative, determinerà un reale cambiamento delle politiche israeliane.

 

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