martedì, Ottobre 19

Israele: sì alla pace, pronti alla guerra per la nostra sicurezza

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Si, ma Israele non utilizza solo tecnologia. Per esempio distrugge le case di cittadini palestinesi terroristi, o accusati di terrorismo.

Ebbene sì, le forze armate di Israele usano demolire le case dei terroristi, perché è necessario combattere in qualsiasi modo contro il terrore. Nella striscia di Gaza abbiamo ragazzi e ragazze palestinesi che si arruolano nelle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, con Hamas, e altri gruppi terroristici di matrice jihadista, nei territori della West Bank. La distruzione delle loro case, porta i familiari a dire ai loro figli e parenti ‘basta, non fatelo’. Non so se è esattamente lo stesso, ma anche in Europa, per esempio in Belgio, le forze armate entrano nelle case dei terroristi, o di individui legati al terrorismo, per cercare altri terroristi o altre prove di attacchi programmati. Non sappiamo se i loro familiari sono coinvolti. La guerra al terrorismo è una battaglia molto dura, e molto complicata, ma è necessario fare di tutto per proteggere noi stessi e il nostro modo di vivere. Poi spetta alla Comunità internazionale dire se facciamo qualcosa di sbagliato o se c’è qualcosa da correggere.

Beh, ma nelle perquisizioni in Belgio o altrove, la Polizia europea non distrugge le case dei terroristi.

Mi dispiace, ma preferirei passare alla domanda successiva.

Torniamo alle strategie di Israele nella lotta al terrorismo.

Ci sono barriere concrete per impedire ai terroristi di correre oltre modo, e naturalmente aiuta. Ad esempio, a Gerusalemme ci sono molti ostacoli con blocchi antisfondamento in cemento. Ho sentito, che ora anche a Londra hanno fatto lo stesso. È terribile rendere le città così brutte, ma la sicurezza è la cosa più importante. In Israele, da anni abbiamo guardie di sicurezza all’ingresso dei centri commerciali, quindi ci sentiamo molto sicuri. Nelle aree problematiche abbiamo ovunque sistemi di videosorveglianza, costantemente monitorati dalle forze dell’ordine. L’intelligence preventiva è molto importante. Siamo molto bravi in questo, quindi ci sentiamo molto sicuri.

Il raggiungimento della pace tra Israele e Palestina implica il rilascio di alcune terre da parte di Israele. Vi è, tra le forze politiche israeliane e nel contesto della società civile un dibattito in questo senso? Secondo alcuni analisti israeliani questo dibattito non c’è ed è uno dei problemi.

Se ho capito bene la sua domanda, parliamo delle terre assegnate ad Israele dal 1967. Già tra il 1990 e il 1991 c’è stato un summit tra Israele e Palestina, che ha portato ad un accordo sulla maggior parte dei territori, inclusi i territori annessi con la Conferenza Annapolis del 2007, le posso dire che già è stato raggiunto un accordo al 97 o al 99 %, sia per quanto riguarda i territori della Striscia di Gaza e Cisgiordania. L’unico problema resta il conflitto portato avanti dai palestinesi nei confronti della comunità ebraica, questo è l’unico ostacolo alla pace. Se domani, Mahmūd Abbās, dovesse dire “ok, io riconosco lo Stato di Israele”, Netanyahu ed Abu Mazen si siederebbero ad un tavolo e la pace sarebbe fatta.

Quindi lei crede davvero che sia possibile arrivare a questo accordo nel breve termine?

Dipende, dipende da entrambe le parti. Noi siamo pronti, più volte abbiamo provato a sederci ad un tavolo per farlo, ma ogni volta che lo abbiamo fatto, abbiamo subito attacchi terroristici sponsorizzati dai palestinesi. Lei sa che ci sono in Israele tanti, tantissimi terroristi palestinesi arrestati che hanno ricevuto soldi dal Governo palestinese per compiere attentati contro Israele? Per fare esplodere bombe contro ragazzi e ragazze ebrei, bambini, neonati ed anziani? Mi creda, per noi è veramente difficile esporci per una pace ed essere attaccati ed uccisi, la situazione è molto difficile, molto complicata, e nonostante queste complicazioni, noi, ci stiamo e ci abbiamo provato. Per le autorità palestinesi, questo accordo è impossibile, perché vorrebbero cacciare gli ebrei dai territori di Israele. Se lei facesse loro la stessa domanda che ha fatto prima a me, loro le risponderebbero “noi vogliamo tutta la terra, incluse Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Elat… le vogliamo per noi”. Quindi finché i palestinesi non cambieranno idea, giungere ad un accordo di pace sarà dura. Noi siamo disponibili, siamo d’accordo, lavoriamo ogni giorno con la Palestina, abbiamo contatti quotidiani con l’Esercito della Palestina, possiamo lavorare molto bene insieme, sia in termini economici che diplomatici, ma è necessario che la Palestina riconosca, una volta per tutte, lo Stato di Israele, senza questo, non è possibile proseguire con nessun altro step.

Cosa pensano gli israeliani dei palestinesi?

Due o tre anni fa, venne fatto un sondaggio per vedere quanti israeliani fossero favorevoli ad un accordo di pace con la Palestina, credo che circa il 60 o 65% della popolazione di Israele desiderava la pace con lo Stato della Palestina. Sulla mia pagina Facebook personale ho tantissimi amici arabi. Anche all’interno delle istituzioni, la piccola comunità araba all’interno di Israele sostiene Netanyahu ed è rappresentata in Parlamento, godono degli stessi diritti di un qualsiasi cittadino ebreo. Prima di lavorare al Ministero degli Affari Esteri di Israele, ho lavorato come guida turistica in Europa ed in Occidente, e ho incontrato tantissimi arabi con cui abbiamo stretto amicizia. Quando ho frequentato l’Università lo stesso. Io non giudico una persona dalla religione, non importa che sia musulmano, ebreo, cristiano o buddista, è prima di tutto una persona, e la valuto per quello che fa.

Ma allora di chi è la responsabilità di questo eterno conflitto?

Io non voglio dire che la responsabilità sia da una parte sola, che sia solamente responsabilità dei palestinesi…

Non voglio sapere di chi è la colpa. Vorrei sapere se lei ritiene che lo scontro tra Israele e Palestina abbia alla radice motivazioni attinenti a interessi economici, strategici, o piuttosto motivi religioni e ideologie?

Mmm… questa è una domanda veramente complicata, è molto difficile dirlo. Io credo sia, per lo più, una guerra per ragioni ideologiche. Se lei chiedesse ai palestinesi, le risponderebbero che prima noi non eravamo qui, che tutte queste terre appartenevano a loro, ma noi in realtà eravamo qua 2.000 o 3.000 anni fa, prima dell’impero romano, così noi siamo tornati nella nostra terra originaria e abbiamo ritrovato templi e sinagoghe di 2.000 o 3.000 anni fa. Inoltre queste terre noi le abbiamo pagate care dopo la seconda guerra mondiale. Io credo che sia una guerra principalmente religiosa, anche se è possibile che vi siano altri interessi. Grazie anche al supporto degli Stati Uniti e di molte organizzazioni internazionali che ci hanno aiutato, abbiamo costruito strade, ponti e fatto investimenti, e forse è anche questo un motivo. Le voglio fare un ultimo esempio, sul confine dei territori palestinesi ed israeliani c’è una città che è controllata da Israele, Baqa El Garbiyyhe, detta città della pace, abitata sia da arabi palestinesi che da ebrei israeliani. Beh, in questa città, poco tempo fa è stato indetto un referendum che chiedeva nel caso lo Stato palestinese avesse preso forma, da quale autorità avrebbero preferito dipendere, se Israele o Palestina. Il 97% della popolazione, anche se a maggioranza araba, ha risposto che avrebbe voluto dipendere da Israele.  Loro vivono bene, prosperano quotidianamente, perché avrebbero dovuto accettare lo Stato Palestinese? Noi viviamo in pace con tutti, arabi e cristiani, l’unico nostro nemico è il terrorismo.

Per concludere, come vede il futuro per Israele?

Sicuramente noi abbiamo alzato la guardia, per quello che sta accadendo, e che può accadere nei prossimi giorni. Noi abbiamo un’intelligence all’avanguardia, abbiamo tutte le migliori tecnologie più avanzate, di certo non esiteremo ad utilizzarle per proteggerci. Non permetteremo a nessuna organizzazione nemica o terroristica di fare ingresso in Israele, e siamo disposti a fare qualsiasi cosa per la nostra sicurezza. Noi siamo, grazie anche alla nostra amicizia con gli Stati Uniti, l’unico Paese realmente democratico nel Medio Oriente, Giordania, Libia, Egitto, Arabia Saudita non rappresentano delle vere democrazie, in questi Paesi da oggi a domani tutto può accadere. Per noi la guerra non è mai finita perciò il livello di guardia è sempre stato alto. Noi abbiamo la nostra religione, rispettiamo l’opinione di tutti, c’è libertà, cosa che negli altri Paesi non accade. Noi ci auguriamo uno scenario di pace, ma purtroppo all’esterno non è così.

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