venerdì, Settembre 17

Israele, pronti a "pace storica" field_506ffb1d3dbe2

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Sembra dare i primi frutti la tournée mediorientale del segretario di stato americano, John Kerry, oggi in visita in Israele. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha detto che Israele «è pronto a una storica pace con i palestinesi, basata sul principio di due stati per due popoli». Il premier ha poi aggiunto che «le due parti hanno bisogno di avere reali negoziati ed evitare dita puntate o crisi artificiali». Netanyahu, che ha incontrato Kerry nella propria residenza di Gerusalemme, ha aggiunto che «Israele sta onorando tutti gli accordi raggiunti nei negoziati che hanno portato all’attuale tornata di negoziati di pace».

Kerry, di fronte all’opinione pubblica israeliana, ha cercato di blandirne le preoccupazioni, dopo che nelle settimane scorse Tel Aviv aveva duramente criticato il patto raggiunto, secondo gli auspici dell’amministrazione Obama, sull’energia nucleare in Iran. «La sicurezza di Israele è in cima alle nostre priorità», ha sottolineato Kerry, che ha promesso che le sanzioni “fondamentali” resteranno in vigore contro Teheran. «Gli Usa sono fortemente impegnati nella sicurezza di Israele, ed è necessario che sappia difendersi da se stesso. Comprendiamo le sfide alla sicurezza che Israele è costretto a fronteggiare, e queste sono in cima alle priorità dell’agenda statunitense, anche nei colloqui con l’Iran e nei negoziati con i palestinesi».

Dopo aver visitato Israele, Kerry si recherà a Ramallah, per dei colloqui con il presidente dell’autorità palestinese, Abu Mazen. Sulla possibilità di un accordo di pace e sulla minaccia iraniana si è intanto fatto sentire anche uno dei capi storici dello Shin Bet, i servizi segreti israeliani, Yuval Diskin, che ha sottolineato come «la possibilità di un mancato accordo di pace tra palestinesi e israeliani rappresenta una minaccia maggiore, per la nostra sicurezza, rispetto al nucleare di Teheran». Diskin ha criticato duramente la pratica di costruire nuovi insediamenti israeliani sulla West Bank. «Vorrei sapere che la nostra patria ha dei confini ben stabiliti. Devono essere le persone, a essere considerate sacre, non la terra. Dobbiamo raggiungere un compromesso ora: se aspettiamo ancora, l’opzione dei due stati non sarà più viabile».

E insieme a Kerry in Medio oriente, come già si accennava ieri, c’è anche il vicepresidente statunitense Joe Biden impegnato in una visita di estrema importanza in Cina. Ieri Biden ha incontrato il presidente cinese, Xi Jinping, in una riunione durata più di cinque ore. «Ho detto al presidente Xi che il nuovo spazio aereo di difesa cinese è causa di profonde preoccupazioni e potrebbe creare instabilità nella regione», ha detto Biden oggi, a Pechino, aggiungendo di essere stato «molto diretto» durante i colloqui. «Non c’è dubbio che la decisione di Pechino ha creato molta apprensione nell’area», ha sottolineato Biden, parlando di come lo spazio aereo sia stato esteso ad includere le isole dell’arcipelago Senkaku, contese tra Cina e Giappone.

«L’importanza della Cina nel mantenimento della pace e della stabilità nella regione sta crescendo di pari passo con la sua importanza economica», ha poi aggiunto Biden, «e ciò significa che la Cina deve impegnarsi attivamente per ridurre la possibilità di conflitti accidentali, o determinati da calcoli errati. Pechino deve astenersi dal prendere delle decisioni che potrebbero crescere la tensione». Un altro dei punti toccati dal vicepresidente americano è la libertà dei media. Biden si è detto «in profondo disaccordo con la Cina, circa il trattamento dei giornalisti americani nel paese». I reporter statunitensi del ‘New York Times’ e di ‘Bloomberg‘ sono stati fermati nel paese dopo che hanno pubblicato degli articoli sulle ricchezze personali dei leader del partito comunista cinese.

In Ucraina, la giustizia ha intimato ai manifestanti di sgomberare: i cittadini che da giorni protestano e che, nella loro manifestazione, hanno occupato il municipio della capitale, Kiev, e la sede dei sindacati, hanno cinque giorni per andarsene. Altrimenti, la polizia entrerà in azione. In migliaia continuano a manifestare nelle vie della città, mentre nella capitale ucraina sono arrivati i delegati per il vertice dell’OSCE, cominciato proprio oggi. Durante il convegno è arrivato un duro monito da parte del Ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, che rivolto direttamente alla propria controparte russa ha affermato: «le minacce e le pressioni esercitate sull’Ucraina per allontanarla dall’UE sono inaccettabili. Siamo qui in quanto europei, a casa di europei. Le porte dell’Unione restano aperte», ha detto Westerwelle dopo aver incontrato i leader dell’opposizione ucraina. Un segnale di apertura che è confermato da Bruxelles. «Abbiamo due interlocutori», ha detto il presidente del parlamento europeo, Martin Schulz: «il governo, che rappresenta il paese, ma anche l’opposizione, che esprime parte del paese. Se si lascia aperta una porta, non la si lascia soltanto per una parte, ma per entrambe».

È crisi in Repubblica Centrafricana. Nella capitale, Bangui, sono scoppiati violenti scontri tra i ribelli musulmani e le milizie della maggioranza cristiana. Le violenze sono cominciate questa mattina verso le sei, e sono continuate per ore, avvicinandosi di molto all’aeroporto internazionale della città. «Ci sono state sparatorie in tutta la città», ha dichiarato Amy Martin, il capo dell’ufficio delle Nazioni unite locale. Secondo l’agenzia ‘France Press’, negli scontri sono morte almeno ottanta persone. Il rischio è che le violenze non si fermino e facciano precipitare il paese in una gravissima guerra civile. Per evitare questo scenario, il Ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha chiesto alle Nazioni Unite di approvare una risoluzione che permetterebbe alla Francia di impiegare sul terreno circa 1.200 soldati, che si aggiungerebbero ai 600 già presenti nel territorio dell’ex colonia di Parigi. La risoluzione è stata approvata nel corso del pomeriggio di oggi.

Nello scenario centrafricano, i gruppi cristiani chiamati ‘anti-machete’ si battono contro il gruppo islamico conosciuto come ‘Seleka’. Quest’ultimo è stato accusato di numerose atrocità, tra le quali l’arruolamento di bambini soldato. Per Fabius, «la Repubblica Centrafricana è sul bordo del genocidio, dobbiamo assolutamente mettere fine il prima possibile a questa catastrofe, e restaurare la sicurezza nel paese». Oltre alle truppe francesi verrà messa in atto una missione, guidata dall’Unione Africana, di circa 2.500-3,000 uomini, che avranno il compito di proteggere i civili e ristabilire l’ordine.

Il conflitto, occorre sottolineare, non si è limitato solo alla capitale. In molti hanno abbandonato i propri villaggi, per evitare di essere massacrati da una fazione o dall’altra. «Queste notizie terrificanti sono soltanto le ultime che giungono in ordine di tempo dal paese, e mostrano che la situazione si sta deteriorando molto rapidamente», ha sottolineato Marie Harf, portavoce del Dipartimento di stato degli USA, «la crisi in Repubblica Centrafricana potrebbe portare a un’escalation delle violenze e ad atrocità su larga scala».

In Yemen, un attentato contro il Ministero della Difesa ha provocato venti morti questa mattina, nella capitale del paese, Sanaa. L’esplosione è stata provocata da un’autobomba lanciata contro il portone del ministero. Dopo l’attentato, c’è stato uno scontro a fuoco tra i militari disposti a difesa dell’istituzione e alcuni miliziani, che avevano seguito il kamikaze e hanno preso di mira un ospedale vicino al complesso ministeriale. Oltre ai morti, ci sarebbero anche decine di feriti. Il Ministero della difesa ha diffuso una dichiarazione in cui ha condannato l’attacco e ha precisato che «la gran parte dei militanti è stata uccisa». Tra le persone che hanno perso la vita ci sono anche sei medici, tre dei quali stranieri. Apparentemente, la motivazione dell’attentato è il tentativo di prendere il controllo del ministero. L’attacco non è stato ancora rivendicato, ma tutto fa ipotizzare che rechi la firma di Al-Qaeda.

Dall’estremismo islamico in Yemen a quello di Siria: secondo il consiglio degli affari interni dell’UE, sono tra i 1.500 e i 2.000 i giovani europei partiti a combattere in Siria, arruolate nelle fila dei ribelli. Prima del periodo estivo la quota si aggirava intorno alle 800 persone. Lo hanno dichiarato i ministri francese Manuel Valls e il suo omologo belga Joelle Milquet.

Continua il travagliato processo a carico dei due marò italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Oggi, l’inviato del governo italiano Staffan de Mistura è giunto oggi a Nuova Delhi, dove seguirà da vicino i prossimi sviluppi giudiziari. I nostri militari sono stati convocati domani da un magistrato indiano per un’udienza informativa. Nelle scorse settimane, de Mistura aveva dichiarato a più riprese che i due non rischiano la pena di morte. Al suo arrivo, de Mistura non ha rilasciato alcuna dichiarazione, sottolineando che il suo viaggio è dovuto alla necessità di mettere a punto la strategia difensiva dei due militari.

 

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