venerdì, Settembre 17

Israele prende congedo da Sharon field_506ffb1d3dbe2

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La settimana si apre con la cerimonia funebre per Ariel Sharon, ex generale e primo ministro israeliano, tra i responsabili della strage di Sabra e Shatila e tra i maggiori esponenti del progetto sionista. Fondatore del partito Kadima, fu il primo premier israeliano a non appartenere ad uno dei due storici partiti nazionali, il Likud e il Partito Laburista. Nel 2006, un’emorragia cerebrale lo fece entrare in coma, stato in cui è rimasto, con minime variazioni, fino al decesso, avvenuto sabato scorso. Ieri, la salma è stata esposta nella camera ardente preparata presso la Knesset, il Parlamento israeliano, fuori dal quale è stata tenuta oggi la commemorazione ufficiale.

Presenti molti personaggi pubblici internazionali, a partire dal Vicepresidente statunitense Joe Biden e dall’ex premier britannico Tony Blair, quest’ultimo in qualità di inviato speciale del Quartetto per il Medioriente. L’Italia era rappresentata dal Viceministro per gli Esteri Marta Dassù. A presiedere la cerimonia, l’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu ed il Presidente Shimon Peres, che hanno esaltato le qualità militari del defunto. Non è mancata neanche la ‘presenza’ palestinese, con due razzi sparati nel tardo pomeriggio dalla Striscia di Gaza in direzione del Deserto del Neghev, dove, presso il Ranch dei Sicomori, ha avuto termine l’evento funebre. Israele sta rispondendo in questi momenti con un raid aereo. Alla notizia della morte, Hamas aveva definito Sharon «un criminale con le mani sporche di sangue».

Al di là di un’altra storica zona di conflitto israeliana, le Alture del Golan, il Governo di Damasco lancia invece segnali di distensione in vista dei negoziati di Ginevra II, previsti per il 22 di questo mese. Questo è quanto riportato dal Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, a Parigi per preparare l’incontro svizzero insieme al Segretario di Stato statunitense John Kerry ed a Lakhdar Brahimi, inviato speciale di ONU e Lega Araba in Siria. Tra le aperture del regime di Baššar al-Asad vi sarebbero dei cessate il fuoco locali e la possibilità di accesso alle aree più colpite dal conflitto per le associazioni umanitarie internazionali. Lavrov ha detto di attendere ora un passo simile da parte dell’opposizione siriana, mentre Kerry, pur accogliendo positivamente la proposta, si è dimostrato scettico sulla sua effettiva attuazione.

Sembra meno scettico il suo Presidente, Barack Obama, ma nei confronti dell’accordo che dovrebbe appianare le divergenze internazionali sul programma nucleare iraniano. Ieri, Unione Europea e Iran hanno annunciato infatti un accordo interinale tra Teheran e sei potenze internazionali (USA, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania) per giungere a nuovi negoziati nel mese di febbraio. L’accordo dovrebbe entrare in vigore lunedì 20 e, benché abbia dichiarato di non farsi illusioni data la complessità del tema, Obama ha già annunciato il proprio veto riguardo a possibili nuove misure contro l’Iran decise dal Congresso statunitense durante i negoziati. L’Iran ha accettato il dialogo proprio per ottenere la rimozione delle attuali sanzioni economiche.

Per preparare i futuri negoziati, questa settimana si recherà in Iran il Presidente russo Vladimir Putin, che domani, intanto, incontrerà il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán. Come per l’Iran, l’argomento principale della visita riguarderà l’energia nucleare: si discuterà infatti un accordo di cooperazione in materia, che prevederà in particolare l’ampliamento della centrale nucleare di Paks, a sud di Budapest e di proprietà della società statale russa Rosatom. Attualmente, secondo un comunicato diramato dal Cremlino, la centrale di Paks fornisce il 40% dell’energia elettrica consumata nel Paese magiaro. Per meglio inquadrare il rapporto tra Budapest e Mosca, va aggiunto che quest’ultima fornisce il 75% del gas naturale e l’80% del petrolio usati in Ungheria.

Tornando al Medio Oriente, risalta la dichiarazione del Generale egiziano ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, il quale vedrebbe un’eventuale successo del referendum costituzionale previsto per i prossimi due giorni come un invito del popolo egiziano ad una sua candidatura a Presidente. «Quando gli egiziani dicono qualcosa, noi obbediamo ed io non volterò mai le spalle all’Egitto» ha dichiarato in un’intervista il Comandante in capo delle Forze Armate, che il 3 luglio dell’anno scorso deposero il Presidente eletto Mohamed Morsi, insediando come Presidente provvisorio il magistrato Adli Mansur. Oltre ad una candidatura da parte di al-Sīsī, probabilmente vincente, un esito positivo del referendum creerebbe non pochi problemi alla Fratellanza Musulmana per la conseguente messa al bando costituzionale dei partiti di ispirazione religiosa. Ieri sera, intanto, si sono già chiuse le urne per gli egiziani all’estero.

È un altro Presidente interinale, quello della Repubblica Centrafricana Alexandre-Ferdinand Nguendet, ad annunciare la «fine dell’Anarchia» nel Paese devastato da mesi di guerra intestina. Nguendet è in carica in seguito alla rinuncia al potere da parte di Michel Djotodia, avvenuta venerdì scorso su pressione degli altri Capi di Stato africani. La Croce Rossa segnala tuttavia che da venerdì sono 127 le persone morte in scontri interetnici. In seguito all’ascesa di Nguendet, i militari regolari centrafricani sono comunque già ritornati nelle caserme.

L’esercito regolare è invece attivo in Sud Sudan, dove il Governo di Salva Kiir sta cercando di riconquistare la città di Bor, dal 19 dicembre in mano ai ribelli guidati dall’ex Vicepresidente Riek Machar. Il conflitto, va ricordato, assume i connotati dello scontro etnico e vede l’interessamento da parte dei Paesi confinanti affinché si giunga ad una soluzione pacifica. Anche gli Stati Uniti stanno supportando i tentativi di giungere ad un cessate il fuoco, avendo inviato in Sud Sudan il proprio emissario Donald Booth perché possa mediare con Machar. Intanto, le Nazioni Unite hanno richiesto a Kiir di liberare i prigionieri politici e calcolano che le vittime del conflitto siano state finora «sostanzialmente» più di mille.

Sarebbero invece 210 i caduti in una guerra meno raccontata, quella nella regione settentrionale dello Yemen. Gli scontri sono scoppiati il 30 ottobre, quando gli Houthi, sciiti dominanti nell’area del Ṣaʿda del nord, hanno accusato i Salafiti della città di Dammaj di voler sferrare un attacco contro di loro con l’ausilio di migliaia di giovani combattenti. I salafiti sostengono che si tratti di semplici studenti coranici, ma lo scontro va ad aggiungersi ad una situazione di conflitto più o meno latente, per cui non è ancora stata trovata una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Nel conflitto si intrecciano i difficili rapporti yemeniti con l’Arabia Saudita, da cui provengono militanti di Al Qaeda che, con l’approvazione dell’allora Presidente Alī ʿAbd Allāh Ṣāleḥ, avevano già attaccato gli Houthi in passato.

Il terrorismo subisce una piccola, ma significativa sconfitta in tutt’altra area. Nello Stato messicano del Michoacán, a costante rischio di trasformarsi in un ‘narcostato’, un gruppo di privati cittadini costituitisi in polizia comunitaria è riuscito a strappare il controllo della cittadina di Nueva Italia ai narcotrafficanti del cartello dei Cavalieri Templari. Nueva Italia non è il primo ‘avamposto’ conquistato dai cittadini del Michoacán: precedentemente erano state occupate Paracuaro e Antúnez. Ora sembra che i vigilantes puntino alla città di Apatzingán, considerata il centro del potere del cartello. Sembra però che ci siano problemi con le popolazioni locali. Un serio problema, comunque, per il Presidente Enrique Peña Nieto, che in questi giorni sta ricevendo la visita del Primo Ministro Enrico Letta, invitato già a settembre nell’ottica di una ripresa dei rapporti fra i due Paesi:

Problemi anche per la Premier thailandese Yingluck Shinawatra a causa del cosiddetto ‘shutdown’ di Bangkok. Non si tratta delle prime proteste contro la governante, accusata di essere il fantoccio di suo fratello, l’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra, ma questa volta i manifestanti puntano alla paralisi (lo ‘shutdown’, appunto) della capitale e, ad impedire le elezioni anticipate del 2 febbraio e, soprattutto, alle dimissioni della stessa Shinawatra. Al momento, le forze dell’ordine sembrano aver scelto di non ostacolare le proteste, che sembrano voler persistere sino al raggiungimento degli obiettivi.

Non è chiara, infine, la posizione del Governo indiano riguardo al destino dei due Marò incarcerati per aver ucciso due pescatori inermi il 15 febbraio del 2012. Dopo l’assicurazione da parte del Ministro degli Esteri Emma Bonino, per cui le autorità indiane avrebbero escluso la possibilità della pena di morte, la notizia data da alcuni quotidiani indiani per cui questa potrebbe invece essere presa in considerazione ha portato il Sottosegretario Staffan de Mistura ad annunciare oggi «una iniziativa molto forte e decisa per uscire dall’impasse». Ciononostante, de Mistura non ha fornito dati ulteriori.

 

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