giovedì, Dicembre 9

Israele-Palestina: storia di una guerra annunciata image

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 Oltre la storia, lo spazio e il tempo resiste solo la paura – di Valeria Noli

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Contare le notti di veglia una a una, da tutti i lati del conflitto arabo-palestinese, restituisce un risultato molto maggiore di mille e uno. Questo è anche il numero delle storie della più celebre narrazione dedicata a un’area ormai nota solo per l’incredibile sequenza di atti sanguinari che la flagellano da quasi un secolo. Un’altra notte di paura, l’ennesima di una lunghissima serie, ha colpito la striscia di Gaza, nella notte del 7 luglio 2014. Purtroppo non è la prima né l’ultima, ma stavolta si trema anche in Israele, dolorosamente colpita dall’imprevedibile veemenza di Hamas, che risponde con i suoi missili  ai bombardamenti israeliani caduti dai cieli di Gaza.

Quella dei rapporti tra Israele e Palestina è una storia di conflitti spesso annunciati, e dolorosamente posti in essere, nel corso di attacchi, rappresaglie, attentati suicidi e ingerenze diplomatiche e geopolitiche, rivolti contro una terra che ha solo bisogno di uscire da una guerra perpetua. Ma è iniziato tutto da troppo tempo, tanto che si fatica a risalire alla prima origine degli scontri. Convenzionalmente, ne datiamo l’esordio al principio del Novecento.

Le cause delle guerre in quest’area sono note: l’estensione e il controllo sui confini, i rapporti tra religione e politica, le ingerenze occidentali nell’autodeterminazione di popoli che detengono risorse materiali irrinunciabili per il benessere dei cosiddetti paesi ‘sviluppati’. Il petrolio, ma non solo.

Nel 1869 fu aperto (o ‘riaperto’, già che Erodoto data l’avvio dei primi scavi al 600 a.C.) il Canale di Suez. Per conservarne il controllo si sono moltiplicati attriti geopolitici e diplomatici, praticamente subito dopo l’inaugurazione ufficiale. Quarant’anni dopo, nel 1908, in epoca ‘petrolifera’, l’oro nero (scoperto nel 1859 in Pennsylvania e da allora stabilmente impiegato), fu trovato, e abbondante, anche in Iran. Un po’ per volta, la sacra culla delle religioni monoteiste è diventata l’altrettanto sacra fonte del contemporaneo ‘dio petrolio’. Così, mentre l’impero ottomano si avviava alla fine, la crescente e interessata presenza degli occidentali “cristiani” nell’area rinfocolava astio e rancori, che alcuni considerano antichi quanto le Crociate.

Al principio del Novecento, l’Accordo di Sykes-Picot (1915-16) determinò la spartizione della futura area del conflitto arabo-israeliano tra Gran Bretagna e Francia. Alla prima toccarono Giordania, Iraq e Haifa. La Francia guadagnò il controllo sul sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, la Siria e il Libano. L’attuale Palestina fu affidata alla competenza concorrente di svariate potenze internazionali.

La spartizione determinò un preciso mandato e interesse britannico e fu l’occasione propizia per il contemporaneo insediamento di coloni ebraici nei territori prossimi al fiume Giordano, là dove avevano già iniziato a insediarsi, cioè nello spazio che la Bibbia chiama “Regno di Giuda e Israele“.

La storia della colonizzazione ebraica inizia almeno un decennio prima, nel 1909, con la fondazione, a sud del lago di Tiberiade, del primo kibbutz (plurale kibbutzim). Il kibbutz di Degania (il link rinvia a un filmato del 1937, presente nell’archivio Spielberg di Gerusalemme) era amministrato, così come sarebbe stato da allora in poi, su base ‘egalitaria’ e comune. In passato questi assembramenti si dedicavano essenzialmente all’agricoltura.

La compresenza di ebrei’ e ‘arabi in un territorio sottoposto al controllo internazionale continuò a crescere fino a quando, nel 1947, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e per iniziativa del Regno Unito e degli Stati Uniti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di dividere la Palestina in due porzioni, e di assegnarne una parte agli ebrei

Nel maggio 1948, un anno ricco di avvenimenti storici (vedi box)  nacquero lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina, annunciata dalla risoluzione A/364 emanata l’anno prima dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e grazie al lavoro della United Nations Special Committee on Palestine.

Per ironia della storia, l’insediamento ufficiale di quello stesso popolo che aveva già dolorosamente vissuto la Shoah produsse la diaspora degli arabi palestinesi, che si rivolsero verso Egitto, Siria, Libano, Transgiordania e Iraq. Lo Stato di Israele è ancora oggi riconosciuto formalmente solo da una parte dei paesi arabi, mentre lo Stato di Palestina ha avuto accesso all’ONU solo nel 2012, e da osservatore.
Riportiamo la cronaca della posizione italiana dal ‘Sole24Ore‘.

IL 1948: UN ANNO DA NON DIMENTICARE

Mentre nascono ufficialmente lo Stato di Israele e lo speculare Stato di Palestina, il mondo vive grandi avvenimenti storici, poco tempo dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il 1° gennaio, in Italia, entra in vigore la Costituzione (entriamo anche nel Piano Marshall). La Birmania e l’India diventano del tutto indipendenti dalla Gran Bretagna. Nascono anche l’OCSE e il blocco di Berlino, e altri due fatti -molto dolorosi- feriscono il secolo a metà del suo cammino: Mohandas Karamchand ‘Mahatma’ Gandhi è assassinato a Nuova Delhi, e il primo ministro Daniel François Malan avvia la vergognosa politica dell’Apartheid in Sudafrica. Inizia lo strazio quarantennale del blocco di Berlino.

Il 1948 si chiuderà con l’emanazione, in seno alle Nazioni Unite, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e con la firma della Dichiarazione Universale dei diritti umani

Così, tra 1948 e 1949, ebbe inizio il primo conflitto arabo-israeliano, quando la Lega Araba si ribellò alla risoluzione ONU, considerandola un’indebita ingerenza nel proprio territorio. Gli israeliani si dimostrarono sorprendentemente abili nel combattimento, vinsero il confronto e così nacquero i primi campi profughi palestinesi, un problema mai risolto.

La seconda guerra arabo-israeliana, nota come Crisi di Suez, ebbe luogo nel 1956, per il controllo sul canale. Erano contrapposti gli interessi di Francia e Regno Unito da un lato (intervento dell’egiziano Gamāl ʿAbd al-Nāṣer li aveva privati del controllo su Suez) e – in un ruolo militarmente attivo e poi vittorioso – l’esercito israeliano guidato dal generale Moshe Dayan. La vittoria israeliana sarebbe stata di poco seguita da un terzo conflitto, la successiva e fulminea azione nota come ‘Guerra dei sei giorni’, una vittoria schiacciante di Israele contro Siria ed Egitto, che furono battuti in meno di una settimana. Il contrattacco di Egitto e Siria (la guerra del Kippur, del 1973) fu una vittoria solo momentanea per gli arabi, che attaccarono Israele a sorpresa durante la festa del Yom Kippur, ma furono in seguito sconfitti dal contrattacco israeliano.

Ma era già dal 1967, dopo la ‘Guerra dei sei giorni’, che i coloni israeliani continuavano a insediarsi nei territori limitrofi, in modo, però, diverso rispetto al principio del secolo, attraverso l’avanzata dell’Esercito in un’area tra Sinai e Cisgiordania, o Samaria e Giudea (così la chiamano i coloni, seguendo l’antica denominazione biblica). L’intervento dei caschi blu, ha arginato solo in parte i numerosi tentativi di Israele per impossessarsi dei territori circostanti, e nel 1978 ci fu un’ulteriore escalation. Israele attaccò il Libano allo scopo, dichiarato, di creare una zona-cuscinetto. Con il pesante convolgimento dell’ONU e il protrarsi della situazione almeno fino al 2002. In occasione del conflitto si sono verificate ripetute violazioni dei diritti umani, come il massacro dei profughi palestinesi a Beirut, nel quartiere di Sabra e del campo profughi di Shatila (il link rinvia alla testimonianza del giornalista Robert Fisk, testimone del massacro) e altri terribili eccidi.

L’ONU emise diverse risoluzioni, a più riprese. Nel frattempo l’avanzata dei coloni non si è mai interrotta.
La prima Intifada, nel 1987, con il moltiplicarsi di attentati suicidi e la nascita quasi contemporanea di Hamas a Gaza (movimento alternativo alla più ‘laica’ OLP, cfr. anche Fatah) hanno visto esacerbarsi il conflitto atraverso passaggi fondamentali come quelli del 1993 (firma degli Accordi di Oslo, i primi accordi di pace dal 1948, che vedevano l’impegno israeliano a ritirarsi dalla striscia di Gaza), del 1995 (un esponente dell’estrema destra religiosa israeliana uccide il premier israeliano Yitzhak Rabin, Nobel per la pace con Arafat e Peres per gli Accordi di Oslo), nel 2000 (vedi il documentario RAI ‘La Storia siamo noi‘ sull’esordio della Seconda Intifada, che iniziò con la passeggiata provocatoria di Ariel Sharon nell’Haram al-Sharif, la spianata delle moschee), nel 2004 (controversa morte di Arafat e ascesa di Abu-Mazen).

Il Presidente americano George Bush, nel 2007, convocò una conferenza internazionale ad Annapolis, alla quale parteciparono rappresentanti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle grandi potenze mondiali, con la forte presenza dei Paesi della Lega Araba, e che si concluse con una dichiarazione congiunta tra Israele e OLP sulla pacifica costituzione di due stati confinanti. Nel 2013, senza mai essersi interrotta del tutto, è ripresa la politica israeliana degli insediamenti. La fase attuale consegue da tutta questa serie di eventi e tristemente azzera il recente tentativo compiuto da papa Francesco con la sua “Invocazione per la pace” in Terrasanta, con la partecipazione di Shimon Peres e di Mahmoud Abbas, all’interno dei giardini vaticani. Una tregua che, con l’abbraccio dell’8 giugno, purtroppo non è durata nemmeno un mese.

 

Gaza: qui non piove acqua, sono bombe – di Rachida Benmeddour Abushawush / traduzione di V. Noli

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Gaza –  Nella notte di lunedì 7 luglio su Gaza non piove acqua, ma un diluvio di fuoco e bombe. La nuova offensiva israeliana porta il nome apparentemente musicale di ‘Mivtza’ Tzuk Eitan‘ (bordo di protezione). L’ha voluta Benjamin Netanyahu, dopo essersi molto consultato con i suoi collaboratori più stretti, per reagire al recente rapimento e assassinio di tre giovani coloni di Gush Etzion, vicino Hebron. Secondo lui è stato Hamas, ma il movimento smentisce.

Alcune organizzazioni rivendicano la paternità i fatti, tra loro c’è un gruppo che si chiama Sostegno allo Stato Islamico da parte di Beit Al-Maqdess, e si parla del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o ISIL (Daech, in arabo). I due sospetti del sequestro, catturati dalla Polizia di Tel Aviv, fanno parte di una tribù della zona di Hebron, completamente indipendente da Hamas.

La spedizione punitiva israeliana è particolarmente letale, lo si capisce leggendo il bilancio dei morti e dei feriti che non smette di crescere di ora in ora, anche a distanza di giorni. Le prime voci parlavano di 12 feriti e due morti, poi di dieci, e venti, infine oltre settanta. A cinque giorni dall’assalto, contiamo ben più di cento morti. Combattenti di Hamas e di altre fazioni, ma anche e soprattutto civili, giornalisti, intere famiglie, donne e molti bambini. I feriti? Centinaia. Case, infrastrutture, istituzioni, ospedali e moschee presi di mira.

Subito dopo l’assalto, sulle strade di Gaza precipita anche una cappa di silenzio. Questa è una prigione a cielo aperto, e la popolazione si nasconde nelle case, scossa da una paura viscerale, che cresce mentre si diffondono notizie sempre peggiori. Stavolta, però, la paura si diffonde anche in Israele. Scene di panico, e uomini, e donne e bambini che fuggono, piangono, urlano, corrono a cercare un riparo per scampare alla veemente reazione di Hamas. Le immagini, che rimbalzano nei mezzi di comunicazione, mostrano due popoli che si combattono, ma che sono anche uniti dalla paura. Il sentimento di vendetta e la gioia per la vittoria si alternano ai due lati del confine.

Il silenzio di Gaza, intanto, è di nuovo squarciato dalle esplosioni delle bombe, che precipitano ovunque: le lanciano F16, elicotteri, navi da guerra e droni. Si sente il suono delle sirene delle ambulanze e le invocazioni, ‘Allah Akbar‘ invadono la scena, mentre gli altoparlanti delle moschee alternativamente invitano i fedeli a donare il loro sangue (gli ospedali -travolti dall’immenso massacro- ne hanno un bisogno disperato) e ad unirsi alla jihad. Tutto intorno, l’atmosfera ha il peso della tensione e del terrore, che è insostenibile. Hamas giura che la jihad proseguirà e che si intensificherà. Ai cittadini israeliani si mandano messaggi, per invitarli a prepararsi «le bare».  

E le parole diventano azioni, nel frastuono di centinaia di razzi che prendono il volo verso i kibbutz degli ebrei più vicini a Gaza, ma anche verso le località che si trovano più in profondità, in territorio israeliano. Città a 160 km di distanza, come Cesarea, Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme e persino Dimona, dove si trova il reattore nucleare, sono l’obiettivo della lunga gittata dei missili di Hamas, tra cui gli M-302. Secondo la stampa israeliana, che si sta chiedendo se Netanyahu avesse calcolato bene la forza del movimento islamista prima di attaccare, la ‘Cupola di Ferro’ è stata colpita da decine di razzi. Informazioni circolano sui missili terra aria che Hamas impiega per colpire le macchine da guerra spedite in volo da Israele.

D’ora in poi lo Stato ebraico dovrà pensare attentamente a quel che fa, per evitare che la potenza di Hamas si riversi sulla sua popolazione. Tuttavia non sembra che Hamas desideri l’escalation, né il rilancio della posta in gioco. E anche se Israele ha sfidato il limite delle proprie capacità, dopo la morte dei tre giovani coloni, bisogna ammetterlo: si è controllato almeno fino al 7 luglio, quando però la situazione è cambiata. La tregua, negoziata grazie agli egiziani nel 2012, si è interrotta e Hamas ha reagito agli attacchi israeliani ricorrendo, sembra, ai massimo dei mezzi disponibili. Voleva forse dimostrare la sua capacità di sferrare colpi anche dolorosi, e l’immagine di principale movimento di resistenza, agli occhi della popolazione, significherà pure qualcosa.

Sembra che abbia funzionato. Hamas non ha solo sorpreso Israele con le sue capacità, ma è addirittura riuscita a capovolgere l’equazione. Per la prima volta, dopo la fine dell’Intifada e degli attentati suicidi, la paura si è diffusa anche tra gli israeliani. Questo resta però un circolo vizioso, un inferno di odio e violenza, che potrà solo far nascere un altro fiume di lacrime e sangue, e nessuno sembra avere l’intenzione, né il potere di fermarlo. La comunità internazionale occupa la scena con la sua vistosa assenza. Nessuno si stupisce, comunque, se le Nazioni Unite o gli europei si accontentano di lanciare moniti e invitare alla calma, o se gli americani continuano a mettere al primo posto il diritto a difendersi di Israele.

Quello che più preoccupa, in ogni caso, è l’assordante silenzio dell’Egitto. Diversamente dai suoi predecessori (Hosni Mubarak e Mohamed Morsi) Abdel Fattah al-Sisi non sembra infatti propenso a lasciarsi coinvolgere. I suoi rapporti con Hamas sono turbati dalla posizione che il movimento islamista ha assunto a favore del Presidente Morsi e dei Fratelli Musulmani, che al-Sisi si è personalmente curato di spodestare circa un anno fa.
Anche i media egiziani, diversamente dal solito, hanno ignorato gli scontri, che sono praticamente spariti dai notiziari: cancellati con un colpo di spugna. Voci circolano sul fatto che il popolo palestinese e il Presidente Abbas ripongano la loro fiducia nella mediazione egiziana. Debole, il Presidente Abbas, senza margine di manovra, ormai può solo chiedere aiuto all’ONU. «Questo è un genocidio – muoiono famiglie intere, muore il popolo palestinese, sterminato da Israele», ha detto ai leader palestinesi riuniti a Ramallah, «Israele non accetterà l’idea di due Stati sovrani».

Concordano con lui gran parte dei palestinesi, che leggono la manovra come tentativo di sabotare la riconciliazione inter-palestinese e il Governo di unità nazionale che ne è il figlio legittimo. Per loro, la morte dei tre giovani è un alibi per dire al mondo che Abu Mazen e l’Autorità palestinese hanno perso il controllo su Gaza e la Cisgiordania. Gli osservatori ritengono le provocazioni di Israele un modo per attirare la resistenza in un circolo di violenze, per dimostrare al mondo che questo è un conflitto sulla sicurezza, e non politico.

Come potrebbe mai, Israele, volere la sicurezza e la pace, se nell’arco di venti anni di negoziati non ha voluto definire i confini di vicinato, negando anche ogni sovranità, sicurezza e dignità ai palestinesi? Israele ha sempre rifiutato qualsiasi soluzione politica, rivendicando soprattutto sicurezza per sé stessa. La soluzione è comunque semplice: bisogna porre fine all’occupazione avviata nel 1967, come preludio necessario per poter creare uno Stato palestinese. Risponde l’estrema destra israeliana al potere: se i palestinesi vogliono costruire uno Stato, se ne stiano a Gaza o in Giordania! È un sogno iniziato nel 1948, e che non si è ancora interrotto.

Nel frattempo, la spedizione punitiva israeliana a Gaza prosegue. Morti, feriti, distruzione e desolazione sono il suo frutto amaro. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto di intensificare le operazioni militari, esortando alla pazienza i suoi connazionali: «potrebbe anche volerci molto tempo,» ha detto, facendo richiamare 40.000 riservisti, per la sanguinosa operazione di terra.

Mentre i gruppi armati promettono «la discesa agli inferi, per il nemico sionista», tutti, ora, temono il peggio. Incrociano le dita. Da ambo le parti, pregano.

 

 

 

 

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