giovedì, Giugno 24

Israele – Palestina: quel che c’è sotto la superficie del conflitto etnico-religioso La violenza a livello comunitario tra gruppi di abitanti arabi e abitanti ebrei e la mobilitazione palestinese: due volti diversi del secondo fronte della guerra, quello nelle retrovie

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La guerra tra Israele e Hamas nella notte appena trascorsa si è intensificata, per quanto le forze terrestri israeliane, ammassate al confine, non siano ancora entrate nella Striscia di Gaza -diversamente da notizie poi smentite circolate sui social.

C’è, in questa guerra, un secondo fronte che sta diventando di ora in ora più preoccupante e sta attirando l’attenzione della comunità internazionale. E’ la guerra che si combatte nelle retrovie, sono gli scontri a livello comunitario tra gruppi di abitanti arabi ed ebrei. Oltre a vandalismi, sia a danno di proprietà private che di luoghi sacri, cacce all’uomo e tentativi di linciaggio, compiuti sia da israeliani che da arabi.
Le agenzie riferiscono di circa 400 arresti per scontri e i disordini, spesso fomentati da militanti di estrema destra e militanti palestinesi, in diverse città arabo-ebraiche.
Violenti scontri si sono registrati a Lod -città a 15 Km a a sud di Tel Aviv, con popolazioni ebraiche e arabe, che è diventata l’epicentro della violenza etnica che attanaglia il Paese- Acre, Gerusalemme, Haifa, Bat Yam, Tiberiade e in molte altre località, dove arabi e ebrei sono scesi in piazza.

A Musmus, vicino Haifa, la Polizia ha arrestato 12 residenti per sassaiole e danneggiamenti. A Lod è stato dichiarato lo stato d’emergenza dopo gli attacchi a una sinagoga e a proprietà di ebrei e l’uccisione di un arabo.

Uno degli episodi che ha provocato maggiori condanne si è registrato a Bat Yam, dove centinaia di estremisti ebrei sono stati ripresi in un video a compiere atti vandalici nei confronti di proprietà arabe e ad aggredire un autista arabo nella sua macchina, trascinandolo fuori dalla veicolo e picchiandolo.
Il ‘Times of Israel‘ riferisce che a Gerusalemme un arabo è stato accoltellato da ebrei e gravemente ferito al mercato di Mahane Yehuda. Ebrei stremisti sono anche scesi per le strade di Tiberiade e Haifa alla ricerca di arabi da attaccare. Ad Acri, un ebreo è stato aggredito da rivoltosi arabi e colpito con pietre e sbarre di ferro. E’ ricoverato in condizioni critiche. Manifestazioni di protesta di arabi si sono svolte a Gerusalemme, Lod, Haifa, Tamra e altrove.
Il sindaco di Lod, ha paragonato quanto sta accadendo nella sua e altre città a una guerra civile o a una rivolta palestinese.

Oramai è violenza etnico-religiosa diffusa e cieca, tanto che nemmeno guarda in faccia le vittime, l’importante è colpire, persone o cose, dell’altra religione o dell’altra etnia. Il ‘Jerusalem Post’ avverte che «la delicata e immensamente imperfetta convivenza che esisteva tra ebrei e arabi israeliani negli ultimi 73 anni ora rischia di logorarsi».

Dahlia Scheindlin, analista politica israeliana, a ‘The Guardian‘, tornando a casa da Bat Yam, ha provato ragionare su quanto sta accadendo. «Sembra un conflitto etnico. Persone che scendono per le strade per trovare e fare violenza alle persone dell’altra comunità. Questa è più di una reazione ai razzi di Hamas. C’è qualcosa di più profondo sotto la superficie». E’ una violenza uguale eppure diversa in termini di origini, una «combinazione di tensioni immediate e più durature». Da parte israeliana, sostiene Scheindlin, «un fattore chiave è stata la crescente normalizzazione dell’estrema destra per un lungo periodo di anni, in cui leader come Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman hanno usato la politica del razzismo per fare appello agli elettori, dando spazio a figure più estreme». Questo, secondo Scheindlin e altri, ha permesso a gruppi violenti di estrema destra di prosperare.
Da parte araba, ovvero degli arabi israeliani, esperti e attivisti arabi affermano che la violenza, per quanto alimentata da quanto accaduto a Gerusalemme e da quanto sta accadendo a Gaza, di fatto è radicata inlamentelepiù profonde che risalgono alla fondazione dello Stato di Israele.
La minoranza araba di Israele costituisce circa il 20% della popolazione e sono i discendenti dei palestinesi che rimasero nel Paese dopo la creazione dello Stato d’Israele, quando circa 700.000 fuggirono o furono cacciati dalle loro case in città come Lod. Hanno la cittadinanza, compreso il diritto di voto, ma devono affrontare una diffusa discriminazione.

I cittadini arabi parlano ebraico e sono ben rappresentati nella comunità israeliana, ma si identificano ampiamente con la causa palestinese, portando molti israeliani a considerarli con sospetto. Gli arabi di Lod, che costituiscono circa un terzo della popolazione della città, sono tra le comunità più povere di Israele.

«Stiamo parlando di giovani che non hanno orizzonte, né sogni, che sono disoccupati e vivono in una realtà molto difficile», ha detto a ‘Associated Press‘, Nasreen Haddad Haj-Yahya, direttore del programma di relazioni arabo-ebraiche di Israel Democracy Institute, un think tank indipendente. Secondo il direttore, «la rabbia degli ultimi due giorni non era diretta alla comunità ebraica di lunga data di Lod, ma ai recenti arrivi più ideologizzati. Non è per quello che sono. È perché stanno cercando di giudaizzare Lod. Stanno cercando di scacciare gli indigeni arabi residenti. I giovani lo vedono come una minaccia alla loro presenza nel paese, alla loro esistenza». I funzionari israeliani spesso sostengono la minoranza araba come prova del loro impegno per la tolleranza, sottolineando spesso che i cittadini arabi godono dei diritti civili e delle libertà che molti stati arabi negano al proprio popolo. Ghassan Munayyer, un attivista di Lod, afferma che la patina di coesistenza nasconde disparità più profonde, comprese le abitazioni e le infrastrutture, paragonando i suoi quartieri arabi ai ‘campi profughi’. «Agli ebrei piace dire che c’è coesistenza. Escono a mangiare in un ristorante arabo e la chiamano convivenza. Ma non vedono gli arabi come esseri umani uguali che hanno diritti che devono rispettare».

Nel coacervo violento, ci sono -molto meno visibili- le manifestazioni pacifiche, o che nascono come pacifiche e poi vengono esacerbate e cedono alla violenza, degli arabo-israeliani.

Su questa componente non violenta delle manifestazioni, che, dal 9 maggio, gli arabi israeliani -circa 1,9 milioni di persone , o per meglio dire ‘palestinesi di Israele’, stanno portando avanti, a sostegno ai loro concittadini palestinesi a Gaza e Gerusalemme, anche in città prevalentemente palestinesi come Nazareth e Umm al-Fahm, interviene Maha Nassar, docente presso la School of Middle Eastern and North African Studies, all’Università dell’Arizona. «La dimensione e la portata delle manifestazioni hanno sorpresomolti analisti politici che di solito discutono di questi palestinesi come parte del tessuto sociale e politico israeliano, separati dai palestinesi altrove». Non dovrebbero invece sorprendere, afferma Nassar. «I cittadini palestinesi di Israele hanno una lunga storia di identificazione con i loro concittadini palestinesi, anche se raramente in questa dimensione».

In seguito alla fondazione di Israele, nel 1948, «i funzionari statali cercarono di coltivare un senso di lealtà tra la minoranza di palestinesi che rimase nella loro patria. Faceva parte di un più ampio sforzo israeliano per isolarli dalla stragrande maggioranza dei palestinesi che sono fuggiti o sono stati espulsi dallo Stato di recente costituzione».
Questi arabi israeliani hanno vissuto sotto
il governo militare fino al 1966 senza poter avere contatti con i propri famigliari che vivevano nei campi profughi. «La maggior parte di loro ottenne la cittadinanza israeliana nel 1952, ma dovettero affrontare una serie di leggi discriminatorie che negavano loro l’accesso alla loro terra, limitavano le loro opportunità economiche e limitavano i loro movimenti. Mentre potevano votare, formare partiti politici e detenere cariche pubbliche, un’estesa sorveglianza governativa -e la punizione di coloro che criticavano lo Stato- creavano un clima pervasivo di paura tra questi cittadini palestinesi di Israele».
«
La discriminazione e lo svantaggio economico continuano ancora oggi», prosegue Maha Nassar.
«Le città e i villaggi palestinesi in Israele devono far fronte alla
carenza di alloggi e al sottosviluppoeconomico. Le pratiche di assunzione che richiedono ai candidati di un lavoro di vivere in determinate aree o di aver prestato servizio militare -cosa che fanno pochissimi cittadini palestinesi– finiscono per spingere i palestinesi a lavori precari a basso salario».

«Sebbene la discriminazione diretta sull’abitazione sia vietata dai tribunali, le comunità ebraiche spesso istituiscono comitati di ammissione che limitano effettivamente il numero di cittadini palestinesi che vivono nelle città a maggioranza ebraica. Questa segregazione de facto si riflette anche nel sistema scolastico israeliano. Gli studenti delle scuole statali arabe ricevono meno fondi pro capite rispetto a quelli della maggioranza delle scuole statali ebraiche. Inoltre, i cittadini palestinesi sono soggetti alle politiche ‘stop and perquis‘ della Polizia. E i professionisti affrontano forme quotidiane di razzismo da parte di alcuni colleghi ebrei israelianiche sono sorpresi dal loro livello di istruzione».

«I cittadini palestinesi di Israele hanno protestato contro queste condizioni sin dalla fondazione dello Stato, ma entro certi limiti. Nel 1964, il gruppo nazionalista arabo Al-Ard chiese ‘una giusta soluzione per la questione palestinese … in conformità con i desideri del popolo arabo palestinese’. In risposta, il governo israeliano ha bandito il gruppo e arrestato i suoi leader con l’accusa di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato.
Nonostante queste restrizioni, le loro espressioni dell’identità nazionale palestinese sono aumentate.
Dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, nel 1967, i cittadini palestinesi di Israele e quelli sotto occupazione si sono incontrati regolarmente, portandoli a sviluppare un
senso di lotta comune».

Quella lotta congiunta è stata messa in scena nell’ottobre 2000, afferma Maha Nassar, «quandomigliaia di cittadini palestinesi si sono radunati nelle città palestinesi e nelle città miste in tutto Israele a sostegno dei palestinesi nei Territori occupati, durante la seconda intifada palestinese. Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 12 cittadini palestinesi di Israele che protestavano disarmati e ne hanno arrestati oltre 600, minando l’idea che i cittadini palestinesi potessero raggiungere la piena uguaglianza in Israele.

Da allora, Israele ha lanciato diverse iniziative di sviluppo economico e di servizio civile volte a integrare i cittadini palestinesi nello Stato. Ma queste iniziative non hanno fatto molto per alleviare la discriminazione che i cittadini palestinesi devono ancora affrontare. Inoltre, la svolta a destra della politica israeliana, ha portato a una retorica ancora più esplicitamente razzista da alcuni ambienti, incluso il crescente sostegno all’espulsione dei cittadini palestinesi da Israele del tutto.
In risposta, più cittadini palestinesi si identificano come appartenenti a un popolo che resiste collettivamente al dominio coloniale dei coloni. Una generazione più giovane di organizzatori di base ha preso l’iniziativa, come si vede nelle commemorazioni annuali della Nakba -la perdita della Palestina nel 1948- ogni 15 maggio.

Questa presa di coscienza dell’identità palestinese si è vista nel marzo 2021 nella città palestinese di Umm al-Fahm. Le proteste contro problemi apparentemente locali -criminalità e violenza armata- si sono trasformate in un’espressione dell’identità nazionale palestinese, con i manifestanti sventolavano bandiere palestinesi e cantavano canzoni palestinesi.
Anche le ultime proteste intorno a Sheikh Jarrah e le incursioni nel complesso di al-Aqsa promuovono una causa palestinese comune. Durante una manifestazione nella città mista di Lod, poche miglia a sud di Tel Aviv, un manifestante cittadino palestinese ha scalato un lampione e ha
sostituito la bandiera israeliana con una palestinese.
Nel frattempo, il funerale del manifestante di Lod, Moussa Hassoun, l’11 maggio ha attirato
8.000 persone in lutto mentre veniva sepolto avvolto in una bandiera palestinese. Da allora, le proteste sono aumentate ulteriormente, portando i funzionari della sicurezza israeliana a imporre il coprifuoco alla città e a chiedere rinforzi».
Le attuali proteste fanno ritenere, conclude
Maha Nassar, «che i tentativi del governo israeliano di isolare i cittadini palestinesi di Israele dai palestinesi nei territori occupati e in esilio e di integrarli nello Stato israeliano sono falliti. E qualsiasi reazione pesante ai manifestanti potrebbe servire solo ad alienare ulteriormente i cittadini palestinesi dallo Stato di Israele. Scene di polizia che interrompono violentemente proteste pacifiche, forze di sicurezza israeliane dispiegate nei quartieri palestinesi all’interno del Paese e vigilantes ebrei israeliani armati che attaccano i palestinesi in città miste potrebbero anche, credo, rafforzare ulteriormente l’immagine di Israele come potenza coloniale nelle menti non solo della sua minoranza palestinese emarginata, ma anche dei suoi sostenitori internazionali. Ciò che potrebbe risultare è un nuovo tipo di mobilitazione palestinese, che smentisce l’idea di un popolo frammentato e unisce tutto il popolo palestinese in una lotta congiunta».

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