mercoledì, Luglio 28

Israele-Palestina: pericolo rappresaglie? field_506ffb1d3dbe2

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«Dobbiamo combattere insieme il terrorismo, da qualsiasi parte esso provenga». E’ quanto ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu ad Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, nel corso del colloquio telefonico tra i due leader successivo al gesto insano accaduto oggi in Cisgiordania.

Stamattina a Duma, vicino Nablus, in Cisgiordania, un bambino palestinese di 18 mesi è morto, arso vivo, nell’incendio della sua casa appiccato da coloni ebrei. Il piccolo si chiamava Ali Saad Daubasha. Il padre e la madre, Saad e Reham e un altro figlio di 4 anni, Ahmad, sono sopravvissuti, e sono stati ricoverati in ospedale a Nablus, anche se in condizioni gravissime. Secondo i testimoni il padre è riuscito a salvare la moglie e l’altro bimbo, ma non è riuscito ad individuare nel fumo e nel buio il più piccolo.

I coloni, almeno 4, hanno lanciato bombe molotov contro la casa e poi hanno scritto sui muri con delle bombolette spray frasi inneggianti alla ‘vendetta’ e ‘lunga vita al Messia’ per poi scappare. Secondo testimoni oculari, prima di gettare dentro le molotov avevano rotto le finestre per poter essere certi che gli ordigni incendiari sviluppassero le fiamme all’interno della casa e non si limitassero a danneggiarne i muri. L’esercito israeliano ha quindi istituito dei posti di blocco nella zona, e schierato soldati nel tentativo di trovare gli autori del gesto, con i sospetti che sono tutti concentrati sui coloni. Ma, la tensione nell’area resta altissima, anche considerando il fatto che Hamas aveva dichiarato oggi la “giornata della rabbia” per gli scontri registrati al Monte del Tempio.

E non si placano neanche le proteste per il gesto, con il segretario del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Saeb Erekat che ha dichiarato oggi in una conferenza stampa come Israele sia ‘pienamente responsabile’ della morte del neonato. «Questa è una conseguenza diretta di decenni di impunità concessi dal governo israeliano al terrorismo dei coloni» ha poi affermato.

Critiche a cui si accoda anche la Giordania: «l’incendio doloso che ha portato alla morte di un bambino palestinese di 18 mesi è stato determinato dalla volontà di Israele di rinunciare alla pace». E’ quanto ha affermato il ministro giordano dell’Informazione, Mohammad al-Momani, che ha poi aggiunto come «non sarebbe accaduto se non ci fosse stata l’insistenza, da parte del governo israeliano, di voltare le spalle alla pace e di rinunciare ai diritti dei palestinesi».

Sempre più rovente intanto anche la situazione in Turchia
, dove miliziani del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno attaccato, in risposta all’offensiva di Ankara contro il movimento, un commissariato nella città di Pozanti uccidendo due poliziotti. L’operazione «contro il terrore, senza distinzioni», lanciata qualche giorno fa dal governo turco, è stata infatti solo in un primo momento indirizzata verso le postazioni dell’Isis, salvo poi intensificarsi nei confronti del Pkk, con ripetuti bombardamenti al confine iracheno.

Ad oggi, sono almeno 190 i militanti del Pkk uccisi, e oltre 300 quelli feriti, nei raid aerei sferrati dall’aviazione militare turca contro le basi del gruppo all’interno della Turchia e nel nord dell’Iraq. Tanto da far evidenziare a molti analisti come l’attacco contro lo Stato Islamico potrebbe essere la “foglia di fico” per coprire le reali intenzioni del governo di Erdogan, ossia ridimensionare militarmente la minoranza curda in Turchia.

Il contesto esplosivo nel Paese del Bosforo influisce inoltre negativamente anche sulla Siria, dove sono ripresi intensi gli scontri nel nord del Paese tra miliziani qaedisti e combattenti locali addestrati dagli Stati Uniti. Secondo fonti locali, i miliziani qaedisti di Jabhat al-Nusra, oggi avrebbero preso d’assalto la base della 30/ma brigata di insorti siriani, formata da elementi che hanno ricevuto addestramento in Turchia dagli Stati Uniti per contrastare i jihadisti, con un bilancio che conta almeno 10 miliziani uccisi e decine catturati. Qualche giorno fa, sempre al-Nusra, aveva invece rapito nel villaggio di Malikiya, nei pressi di Azaz, a nord di Aleppo, almeno 20 membri di un gruppo di turkmeni addestrati da Ankara, tra cui il loro leader, Nadim al-Hasan, e il suo vice, impossessandosi inoltre delle loro armi e di altri equipaggiamenti.

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