sabato, Settembre 25

Israele – Palestina: Occupazione, pretesti, conflitto armato L'Occupazione nel 'gioco' dei 'pretesti' a vicenda delle due parti in campo. Gli scontri si sono trasformati in un vero e proprio conflitto armato. Il rischio che l'escalation sfoci in una nuova Intifada non è da escludere, ma “ma non necessariamente” accadrà, secondo Daoud Kuttab

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Il fuoco divampa nuovamente in Palestina, negli ultimi giorni del mese sacro musulmano del Ramadan. Nel mirino c’è Gaza, come quasi sempre, ma anche Gerusalemme Est. Il bilancio degli scontri è in continua evoluzione, ieri a fine giornata si contavano 20 palestinesi uccisi, in un raid aereo condotto dall’aviazione israeliana su Gaza City, oltre 305 feriti, di cui 7 in condizioni critiche. Sul fronte israeliano, 21 agenti sono rimasti feriti, 3 dei quali ospedalizzati. Nel momento in cui scriviamo è iniziata la conta dei morti del giorno.

All’origine della crisi, considerata la più grave dal 2014, le tensioni aumentate da metà aprile, ma soprattutto la battaglia legale che vede protagonisti un gruppo di famiglie palestinesi che vivono nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella zona Est di Gerusalemme, e che i coloni ebrei pretendono di sfrattare dalle loro case per rientrare in possesso di tali proprietà che rivendicano come loro. Una sentenza di un tribunale israeliano aveva confermato la legittimità delle rivendicazioni dei coloni, e la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto tenere un’udienza sul caso ieri, udienza rinviata proprio a causa dei disordini in corso.

Israele in queste ore ha lanciato l’Operazione Guardiani delle Murae rafforzato la sua presenza al confine con la Striscia di Gaza, schierando alcune batterie d’artiglieria pronte al combattimento. Secondo gli osservatori locali, le manovre militari indicano che Israele si starebbe preparando a un conflitto con il movimento islamico Hamas e contro la Jihad islamica di ampio respiro. Un segnale in questa direzione è la decisione del Ministro degli Esteri Benny Gantz di autorizzare il richiamo di almeno 5.000 riservisti dell’Esercito. I vertici militari hanno previsto dirinforzare la Divisione di Gaza, comprese le brigate di fanteria e le unità corazzate, e un approntamento per la difesa aerea, i servizi segreti e le forze aeree.
La notte scorsa i combattimenti si sono intensificati. Le agenzie riferiscono che Israele ha preso di mira i movimenti islamici palestinesi nella Striscia di Gaza con una serie di raid mirati: Hamas, innanzitutto, ma anche le Brigate al Quds, braccio armato della Jihad islamica. E questi hanno bombardato le città del Sud d’Israele -Ashkelon e Ashdod- con una pioggia di razzi Qassam. Oltre 250 quelli lanciati contro lo Stato ebraico, che ha replicato colpendo più di 130 obiettivi militari nell’enclave palestinese. Hamas ha minacciato di trasformare la città di Ashkelon in un ‘inferno’ se l’Esercito dello Stato ebraico non metterà fine agli attacchi contro i palestinesi.
La situazione sembra fuori controllo, tanto che oramai si sostiene che gli scontri si sono trasformati in un vero e proprio conflitto armato.
Dunque, il rischio che l’escalation sfoci in una nuova Intifada non è da escludere, mama non necessariamenteaccadrà, secondo Daoud Kuttab, noto giornalista palestinese e direttore generale di Community Media Network, organizzazione no-profit dedicata al progresso dei media indipendenti nella regione araba.

La vicenda delle case di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, secondo alcuni osservatori, sarebbe stato preso a pretesto da Hamas per tornare incendiare la scena palestinese. “Il caso delle famiglie palestinesi che stanno per essere sfrattate dalle loro case è una storia vera. Gli attacchi ai fedeli di Al Aqsa sono una vera storia documentata. Qual è il pretesto e da chi ??”, afferma Kuttab. Israele, da parte sua, avrebbe preso a pretesto i disordini sia spontanei che organizzati o anche solo fomentati da Hamas per un attacco a fondo. «E’ cominciato tutto perchè la Polizia ha deciso di impedire ai palestinesi di star seduti sulla scalinata della Porta di Damasco, come fanno per tradizione in questo periodo di Ramadan; ci sono stati spintoni, manganellate e poiinevitabilmente reazioni e violenze», ha dichiarato all’agenzia ‘DireMeir Margalit, già consigliere comunale di Gerusalemme, animatore di iniziative di pace e contro ogni discriminazione, docente all’Ono Academic College.
Ḥamas e Israele in egual misura hanno innescato questi nuovi scontri e ora rischiano di perdere il controllo della situazione? «
Non sono sicuro che Hamas, o qualsiasi parte palestinese, sia stata responsabile in egual misura con gli israeliani”, dice Kuttab.

Un confitto armato che scoppia mentre sia Israele che la Palestina sono nel limbo politico.
In
Israele, dopo la quarta tornata elettorale inconcludente, e dopo il fallito tentativo di Benyamin Netanyahu di trovare una maggioranza aggregando le varie forze di destra, ora l’incarico di formare un governo è nelle mani del capo dell’opposizione e del partito centrista Yesh Atid, Yair Lapid, che sta cercando di trovare un accordo per formare un governo che toglierebbe lo scettro del comando del Paese al tanto discusso Netanyahu, che lo detiene dal 2009.
In
Palestina, le elezioni da 15 anni sospese, programmate per il 22 maggio, sono state nuovamente annullate. “Non è chiaro che abbia avuto un effetto diretto” l’annullamento del voto in Palestina sullo scoppio delle violenze, dice Kuttab,anche se è ironico che la questione di Gerusalemme fosse il pretesto”, per l’annullamento del voto, e ora “sia diventata una storia importante”. Le elezioni, infatti, sono state annullate con il pretesto del rifiuto (per altro non esplicitamente dichiarato) di Israele di consentire il voto nella Gerusalemme Est occupata . “L’assenza di un governo approvato dalla coalizione israeliana non significa che Israele sia senza governo”, prosegue Kuttab. Tutti i ministeri sono legali in Israele e hanno piena autorità. L’assenza di un governo politicamente approvato avrebbe potuto aiutare il Primo Ministro israeliano a non preoccuparsi delle conseguenze delle loro decisioni”.
Altresì, ci conferma
Kuttab, è “possibileche il fatto che Netanyahu consideri realistica la fine imminente della sua leadership lo spinga, più o meno consapevolmente, a stringere ancora di più la morsa sui palestinesi. Mentre l’opposizione potrebbe essere vicina a formare un governo, per quanto eterogeneo, all’interno della destra c’è scontro, e malumore, il che potrebbe convincere Bibi a una prova di forza contro il suo ‘nemico’ di sempre, Hamas. «Non c’è nulla di nuovo, nè nell’occupazione, nè nelle umiliazioni inflitte ai palestinesi; solo ennesime scelte irresponsabili, conseguenza di una competizione per la supremazia politica in Israele tra il Likud e altri partiti della destra», ha dichiarato Meir Margalit.
Secondo
Margalit, dopo quattro elezioni in due anni che non hanno sciolto nodi e consolidato maggioranze «oggi c’è una competizione interna tra i partiti della destra per dimostrare chi è il più forte». Di qui le scelte «irresponsabili» da parte di Netanyahu, come il via libera a un corteo per celebrare la Giornata di Gerusalemme o l’ordine di far entrare la Polizia nella Spianata di Al-Aqsa.

I pronunciamenti internazionali non sono mancati, tutti hanno cercato di sottolineare la necessità di una de-escalation immediata. È la prima grande crisi dalla firma degli accordi di Abraham, sarà interessante vedere le reazioni dei Paesi arabi firmatari degli Accordi. “Non sono sicuro che ci siano relazioni anche se tutti i firmatari degli accordi hanno condannato Israele”, ci dice Daoud Kuttab. L’attenzione si appunta sugli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti hanno fatto una richiesta a Israele che gli israeliani hanno respinto. È tempo che gli Stati Uniti intendano quello che dicono e che le parole abbiano un significato, e Israele deve pagare se rifiuta i consigli mentre accetta denaro e sostegno. Se non c’è prezzo per il suo rifiuto della richiesta della Casa Bianca, ciò significa che gli Stati Uniti la incoraggiano indirettamente”.
Proprio in queste ore
gli USA hanno bloccato una dichiarazione congiunta del Consiglio di sicurezza dell’Onu, avanzata da Norvegia, Tunisia e Cina, che invitava «Israele a fermare le attività di colonizzazione, demolizione ed espulsione» dei palestinesi, «anche a Gerusalemme Est». In questo documento ottenuto dall’agenzia ‘Afp‘, il Consiglio avrebbe espresso anche «la sua grave preoccupazione per le crescenti tensioni e violenze nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est». Nel testo si sarebbe richiesto a tutte le parti di «esercitare moderazione, astenersi da ogni provocazione e retorica, e mantenere e rispettare lo status quo storico nei luoghi santi».
Secondo gli Stati Uniti tale dichiarazione non sarebbe stata «utile» in questa fase, confermando di essere impegnati «dietro le quinte» nel tentativo di ottenere una de-escalation.

Occupazione. Tutto ruota attorno a questa parola, impronunciabile o quasi per Israele, o quanto meno non nel significato attribuito al termine fuori dai confini israeliani. Afferma Margalit. «Qui a Gerusalemme, dal 1967 oltre 300.000 palestinesi sono sottoposti a un regime di occupazione, con repressioni e umiliazioni continue; e la dignità, per gli arabi e i palestinesi, come per tutti i popoli, è una dimensione essenziale della vita».
Ecco la vicenda delle case di Sheikh Jarrah, Est Gerusalemme.

Il quartiere, che si trova a un paio di chilometri dalla Città Vecchia, sulla strada per il Monte Scopus, prende il nome dal medico personale del Saladino, soprannominato ‘jarrah’, guaritore, che qui sarebbe stato sepolto; la zona è nota tra i fedeli ebrei anche per la tomba di Simeone il Giusto, unimportante rabbino vissuto tra il quarto e il terzo secolo a.C..

Nella zona in passato conviveva la popolazione araba con una ristretta comunità ebraica che nel 1876 -all’epoca del dominio dell’Impero Ottomano- aveva rafforzato la sua presenza acquistando dai proprietari arabi un piccolo lotto di terra dove si trovava il sito venerato.

Alla fondazione dello Stato d’Israele, nel 1948,l’area -come tutta Gerusalemme Est- passa sotto il controllo della Giordania, che alcuni anni dopo qui fece insediare una trentina di famiglie di sfollati palestinesi, delle centinaia di migliaia fuggite ai combattimenti, con la promessa di riconoscere loro la proprietà sulle abitazioni costruite. Ma con la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Israele occupò la parte orientale della città e successivamente ne dichiarò l’annessione, occasione celebrata ogni anno nel ‘Giorno di Gerusalemme’, celebrato ieri.

Con la sovranità israeliana, gli ebrei hanno rivendicato la proprietà dei terreni, forti di una legge del 1970 che permette loro di reclamare beni a Gerusalemme Est che erano ebraici prima del 1948; una prerogativa che i palestinesi non possono invocare rispetto a proprietà detenute in altre parti di Israele, andate perdute durante la guerra del 1948.

Ne è nata una battaglia legale tra le famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah e una potente organizzazione di destra dei coloni, Nachalat Shimon, il cui intento è estirpare la presenza araba da Gerusalemme Est. Attualmente ci sono 38 famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah: quattro di loro hanno ricevuto ordine di sfratto mentre ad altre tre è stato annunciato per il 1° agosto. Per gli altri, il processo è arrivato a diversi gradi di giudizio.

Secondo uno degli avvocati, Hosni Abu Hussein, «la registrazione dei terreni a nomi dell’associazione dei coloni ha avuto luogo con la frode e l’inganno, in collusione con il commissario delle proprietà pubbliche e il registro dei terreni israeliano». Per il Ministero degli Esteri israeliano è «una disputa immobiliare tra privati». Che si tratti di un caso che abbia implicazioni politiche ben più ampie di quelle legali lo ha riconosciuto anche il procuratore generale, Avichai Mandelblit, che ha chiesto alla Corte Suprema di rinviare la sentenza attesa per ieri, ottenendo il via libera del giudice Yitzhak Amit, che per il momento ha sospeso gli sfratti.

Come ha ammesso uno dei vice sindaco della città, Aryeh King, noto per le sue posizioni oltranziste, la battaglia fa «ovviamente» parte di una strategia più ampia per porre «strati di ebrei» intorno alla parte Est della città con l’obiettivo di «mettere al sicuro il futuro di Gerusalemme come capitale ebraica per il popolo ebraico».
Secondo l’Ong israeliana Peace Now, sono circa 200 le proprietà palestinesi in luoghi cruciali vicino alla Città Vecchia a rischio di sfratto.

Cosa succederà ora? Molto probabilmente altri attacchi e altri morti palestinesi, “Penso che ci saranno alcuni round e dopo l’Eid (previsto per giovedì)”, la festa che segna la fine del Ramadan, “assisteremo a un possibile allentamento se gli interventi egiziani avranno successo”, ci dice Daoud Kuttab.

Al momento il clima in campo israeliano è altro. Il capo di stato maggiore israeliano Aviv Kochavi, riferiscono le agenzie, ha detto oggi che tutte le unità delle Forze di Difesa devono prepararsi per una campagna militare più ampia e di durata indefinita contro i movimenti islamici palestinesi. Kochavi ha ordinato il proseguimento degli attacchi contro le strutture per la produzione e lo stoccaggio di armi di Hamas e della Jihad islamica, con la possibilità di estenderli anche ad altri obiettivi militari. Gli attacchi devono continuare anche contro «ogni terrorista di Hamas e della Jihad islamica» ovunque si trovino.

Gli attacchi, in effetti, al momento proseguono.

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