venerdì, Settembre 17

Israele-Palestina: nodi, foglie e foreste field_506ffb1d3dbe2

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25 luglio 2014 – È un nodo gordiano quello che blocca la trama degli interessi economici e geopolitici del conflitto Israele-Palestina. Forse è per questo che molti cercano di tagliarlo secondo la forma del proprio interesse. Ma la stessa trama che vede le diplomazie sfilare attorno a numerosi tavoli di negoziato intrappola anche migliaia di persone in una prigione a cielo aperto. Sono uomini, donne, bambini, vittime di bombardamenti o di attentati kamikaze. Esseri umani che, da qualunque parte siano nati, vorrebbero poter avere una storia, che ogni tanto prendono in mano un libro, possono trovarci dentro una vecchia foto, guardano fuori da una finestra, hanno ricordi, possiedono abiti che preferiscono indossare. Si guardano nello specchio al mattino. Molti di loro nello specchio non ci si possono più guardare, perché sono morti. Che ciò sia accaduto sotto le bombe israeliane o negli attentati dinamitardi di Gerusalemme, forse cambia poco. Ma dal punto di vista di chi vuole controllare le fonti energetiche o cerca la supremazia politica regionale, le cose cambiano. Eccome.

Molti paesi, a parte le due parti in causa, hanno interesse nella questione palestinese: l’Egitto, in una tradizionale veste di mediazione, che però il neopresidente Sisi non riesce a indossare: forse non è della sua taglia; la Turchia, il Libano, la Giordania, in ruoli diversi; il Qatar, potenziale finanziatore della ricostruzione e parte in causa nella tregua del 2012 proposta dall’ex presidente egiziano Morsi; l’Iran del nucleare, contrapposto all’Arabia Saudita del petrolio; uno spettatore eccellente, attualmente non coinvolto, ma chissà come andranno le cose: lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ora solo IS) ha una sigla che rievoca la dea Iside e svariate ‘coincidenze’ culturali: Iside personificava il trono, dunque il dominio legittimo su un territorio, e il suo culto fu soppiantato dal cristianesimo. Una inimicizia che ha una storia plurimillenaria, quella tra Occidente e Medio Oriente. In sintesi, infine, il quadro della situazione non si può ridurre alla contesa tra Hamas e Israele, anche se gli aggiornamenti quotidiani devono essere agili e non è sempre possibile dire tutto.

Niente, però, cancella la crisi umanitaria in atto. Non è fatta solo di chi muore sotto le bombe, ma anche di chi è morto negli anni a causa dell’embargo. Ne ha parlato ‘Le Figaro’ in un servizio con i numeri del blocco che -dal 2006- impedisce a Gaza di ricevere derrate e medicinali via mare; ne ha parlato anche l’Unione europea, in un report. Questi numeri celano le dinamiche dei gruppi che fanno resistenza (la parola araba è al-moqawama), ma al contempo sono divisi per orientamento strategico, alleanze e obiettivi. 

Abbiamo chiesto a Tahar Lamri, scrittore algerino, esperto di rapporti internazionali, di parlarci della situazione della Palestina, delle fazioni in campo e di spiegarci il suo punto di vista sul conflitto.

 

Tahar Lamri, vogliamo cominciare spiegando quali sono le forze in lotta a Gaza?
Sono fazioni che si danno tutte il nome della resistenza Palestinese (in arabo, al-moqawama). Questa parola compare anche nei loghi delle varie brigate, appartenenti a varie posizioni, che non combattono sotto un’unica bandiera, ma fanno tutte resistenza, per motivi diversi. Possiamo dire che è un po’ come è successo in Italia durante la Resistenza, tutti combattevano contro un nemico unico. Ma in Palestina bisogna anche tenere conto di ciò che è successo prima. Nel 2006-2007, quando Hamas ha vinto, ha iniziato una guerra fratricida con Fatah,  dentro Gaza stessa. Hamas, che comunque conserva l’egemonia, sembra aver capito che il popolo debba restare unito, per vincere o per far sentire la propria voce (ammesso che si possa vincere contro l’esercito israeliano, Zahal). L’ex capo di Hamas, Ismail Haniyeh, qualche giorno fa ha ringraziato tutte le fazioni, nominandole e dicendo «noi siamo un popolo che lotta e in questa resistenza ci sono quelli di sinistra (Brigate di Resistenza Nazionale), quelli della jihad, quelli di Hamas, quelli dell’OLP, quindi Fatah», eccetera.

Si può parlare del coinvolgimento -attuale o potenziale- del Califfato (ISIS/IS) nel conflitto palestinese, su scala regionale?
Il conflitto palestinese e la questione del Califfato sono cose diverse e attualmente scollegate. Hamas e tutte le fazioni palestinesi considerano ISIS come un nemico. Nasce, infatti, dalla jihad del Levante (Siria, Libano…) dentro la logica della lotta per abbattere i despoti Bashar Al Assad e Nuri al Maliki, con il pretesto della religione. Ovviamente è una storia antica anche questa, che propone una mappa geografica incredibile, che lambisce el-Andalus (in Spagna). In un momento così confuso si fatica a farsi un’idea univoca di ciò che è vero e ciò che è falso. Sui giornali italiani, per esempio, si parla della falsa notizia dell’infibulazione. Una notizia grave, e vera, della quale invece non si parla, è quella dei cristiani che dopo 2.000 anni stanno lasciando le loro case di Mosul, perché hanno paura. Le informazioni sono confuse, spesso non vere, né verificabili. In sintesi: ISIS non interviene e uno dei capi  dell’Esercito siriano ha detto recentemente che il nemico vero è Bashar, non Israele. Bashar ha più volte dichiarato che tutti gli arabi si dovrebbero unire contro il nemico comune, Israele. In sintesi, non intervengono perché hanno le loro dinamiche. Non voglio andare sul complottismo, ma tra le altre notizie strane è uscita una dichiarazione in cui Edward Snowden avrebbe detto che Abu Bakr al-Baghdadi, il Califfo, sarebbe un uomo della CIA. Sappiamo che la Russia dà asilo a Snowden, ma a patto che non rilasci dichiarazioni. Come mai lui evita di intervenire su un mucchio di cose ma sceglie di parlare di questo? Bisogna essere molto cauti, non si può dire una sola ragione precisa per la quale ora non intervengono, ma si tratta di una rete di motivazioni interconnesse e di dinamiche che possono anche cambiare rapidamente. Non dimentichiamo che c’è anche ‘una specie di guerra di religione’ e mi spiego meglio: il conflitto fra sunniti e sciiti, tradotto, significa che abbattere Maliki (sciita) colpisce la parte iraniana di Bashar. In Iraq gli americani hanno fatto male i loro calcoli: ha vinto l’Iran, che è molto influente, di certo non loro. Toglierlo di mezzo è un interesse anche americano.

Ricordando l’esordio del conflitto Iran-Iraq degli anni Ottanta, quando Saddam Hussein –laico e modernista- era ‘uomo gradito all’occidente’, le radici di questo conflitto sono antiche. Il successo economico dell’Iraq di quegli anni fu utile al Rais per colpire l’Iran dopo la caduta dello Shah e l’avvento dell’Ayatollah Khomeini, ci sono conseguenze attuali -in Iraq e nel quadrante mediorientale- di quella contesa?
La situazione era molto diversa, ma molto ruotava e tuttora ruota attorno al nucleare iraniano. L’Iran che diventa una potenza regionale si contrappone agli interessi dell’Arabia Saudita, che lo teme. Quindi non c’entra nemmeno troppo l’occidente, ma una questione tra i sunniti e l’Iran sciita, ha risvolti economici, legati al fatto che l’Iran sta diventando una potenza egemonica. Dunque c’è un asse iraniano formato da Iraq, Siria, Hezbollah e Libano e fino a poco tempo fa includeva anche Hamas; i suoi razzi e le sue armi provengono dall’Iran, dalla Siria e da Hezbollah. Hamas ha rotto questo patto entrando nelle fila dei sunniti. Quelle del Qatar, che è nemico dell’Arabia Saudita.

Cerchiamo di aiutare la comprensione di chi ci legge: possiamo dire, per esempio, che il Libano -nemico tradizionale di Israele- è nemico di Hamas e in qualche modo ha una posizione duplice, amica e nemica della Palestina? E che il problema centrale sia un forte dinamismo nelle azioni di guerra?
È un esempio che aiuta a capire. Sono alleanze che si fanno e si disfano a seconda degli interessi e dei soldi che girano. E il punto è proprio quello che parliamo di un conflitto molto dinamico. Pochi giorni fa -quando è iniziato il fuoco su Gaza- un gruppo della Mezzaluna Rossa Internazionale, dagli Emirati, arrivato in un ospedale a Gaza è stato considerato formato da spie di Israele. Sono state messe in giro foto e notizie in cui si diceva questo, ma la notizia è stata smentita. Erano medici, andati là per fare il loro lavoro. Ci sono anche molte manipolazioni mediatiche, che complicano le cose ulteriormente. Poi c’è la storia dei Fratelli Musulmani che contribuisce a complicare le posizioni.

Le varie componenti si identificano e alleano in modo variabile a seconda degli interessi in gioco?
Diciamo che le fazioni in gioco fanno resistenza militare senza entrare nel merito alle rispettive posizioni politiche. In linea generale, hanno rifiutato la proposta di tregua dell’Egitto perché la ritengono non risolutiva, potrebbe servire ora per motivi umanitari, ma a lungo termine no. Perché l’embargo ha ucciso e uccide molto più delle bombe, anche se queste fanno più effetto.

La tregua proposta da Mohamed Morsi fu accettata, quella Abdel-Fattah al-Sisi no. Ma si dice che i testi siano praticamente identici, perché stavolta non ha funzionato?
A parte la questione dei Fratelli Musulmani, la proposta di Morsi era appoggiata dai soldi dell’Emiro del Qatar, che promise di ricostruire Gaza. Il Qatar era il più grande alleato di Morsi e il finanziatore è importante, in casi come questo. È stato il Qatar a finanziare Hamas, quando ha voltato le spalle alla Siria. Quindi magari i termini dei due accordi sono uguali, ma adesso manca il finanziatore. E non è poco, perché la situazione è molto difficile e Gaza è totalmente assediata. Alcuni giorni fa sul mio profilo avevo postato una cosa del 2011 dove gruppi di giovani palestinesi che mandano al diavolo sia Hamas, sia Israele.

Con la popolazione che giustamente si dissocia da tutte le parti politiche, rischiando di scomparire sotto i bombardamenti, cosa pensano le persone?
Molti rifiutano il modello proposto da Hamas, come i  ragazzi che ho citato sopra, che dicono «noi vogliamo la libertà. Non è che dopo l’assedio di Israele possiamo accettare che venga un assedio interno, dentro le nostre teste». Le persone hanno una dignità, non è che siano vittime o pedine. Abbondano le letture politiche, ma se ci si sofferma a guardare solo la foglia, la foresta che la contiene, irrimediabilmente, scompare.

 

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