lunedì, Ottobre 25

Israele – Palestina: Biden divide i democratici USA La scelta ‘centrista’ del Presidente rischia non solo di accentuare le prevedibili tensioni con il Partito repubblicano, ma anche quelle con un mondo democratico con cui la Casa Bianca continua ad essere poco in sintonia

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La posizione assunta dall’amministrazione Biden di fronte alle ultime vicende del conflitto israelo-palestinese è stata pesantemente criticata sia dentro, sia fuori gli Stati Uniti. In particolare, l’appoggio dato dal Presidente all’azione militare israeliana ha messo in luce una profonda spaccatura esistente all’interno del Partito democratico. Fra quanti hanno preso le distanze dalle dichiarazioni della Casa Bianca non vi sono, infatti, solo esponenti dell’alaradicaldel partito, ma anche una fetta importante della sua corrente mainstream, comprese non poche figure dell’establishment filoisraeliano al Congresso. Negli scorsi giorni, diversi esponenti democratici – sia alla Camera dei rappresentanti, sia al Senato – hanno espresso pubblicamente le loro critiche verso la politica dello Stato ebraico e da alcune parti è stato chiesto all’amministrazione di congelare le forniture militari destinate a Israele. Le sfumature sono state diverse; nel complesso, tuttavia, queste prese di posizione delineano una discontinuitàforterispetto a quello che è il tradizionale atteggiamento del partito sulla questione.

Le ragioni sono diverse. In particolare, le ultime elezioni hanno cambiato in maniera importante la rappresentanza democratica al Congresso. Per esempio, in termini di composizione etnica, l’attuale Congresso è molto più diversificato di quelli che lo hanno preceduto. Il 23% circa dei membri della Camera e del Senato sono, oggi, ispanici, asiatici neri o nativi americani, a fronte dell’11% nel 2000 e dell’1% nel 1945. Inoltre, anche se in media più anziana sia rispetto a quella dei Congressi precedenti, sia rispetto a quello repubblicana (alla Camera di rappresentati, l’età media delle due rappresentanze è, rispettivamente, di 56 e 59 anni, al Senato è 63 anni in entrambi i casi, mentre a livello di vertici di partito l’età media è di 68 e 63 anni rispettivamente), la rappresentanza democratica appare più chiaramente spostataa sinistrasia sui temi di politica interna che su quelli di politica internazionale; ciò soprattutto a causa delle trasformazioni sperimentate da un elettorato che i sondaggi indicano come più giovane, istruito e tendenzialmente critico verso le tradizionali politiche statunitensi.

Queste differenze di background si sono tradotte in quello che alcuni commentatori hanno definito uno spostamento tettonicodell’atteggiamento della politica statunitense nei confronti di Israele, uno spostamento che è stato alimentato anche dal riposizionamento ‘opportunistico’ di alcuni congressmen. Se il sostegno a Israele ha rappresentato a lungo una issue bipartisan, gli anni dell’amministrazione Trump hanno, infatti, contribuito ad accentuarne la connotazione repubblicana e ad accreditarne un collegamento forte con le pressi e le politiche del governo Netanyahu. Ovviamente, questo tentativo di definire una sorta di monopolio sul sostegno a Israele (che, fra l’altro, sembra essere stato poco pagante in termini di voto) non ha significato la messa indiscussione di quello di matrice democratica; tuttavia, esso ha aperto al partito e ai suoi rappresentanti margini d’azione maggiori e la possibilità di assumere posizioni più differenziate, complice il peso che il voto dell’ebraismo progressista (favorevole a una soluzione di compromesso della questione israelo-palestinese) ha in vari collegi.

Su questo sfondo, la posizione più fragile resta quella di Joe Biden. La sua scelta centristarischia, infatti, non solo di accentuare le prevedibili tensioni con il Partito repubblicano, ma anche quelle con un mondo democratico con cui la Casa Bianca continua ad essere poco in sintonia. Le implicazioni di questo stato di cose vanno al di là della ‘semplice’ questione israelo-palestinese. Agli occhi di una parte importante del suo stesso partito, Biden resta un Presidente poco amato e gli screzi di questi giorni rischiano di riflettersi negativamente su un rapporto già difficile. È poco probabile, infatti, che gli equilibrismi dialettici permettano all’amministrazione di sfuggire alle molte difficoltà esistenti. Piuttosto, la spaccatura sulla questione mediorientale sembra destinata a segnare la fine dellaluna di mieledelle scorse settimane e ad aprire la fase del vero confronto fra Presidente e Congresso; un confronto i cui esiti sono tutt’altro che scontati e che impatterà – oltre che sui temi della politica internazionale – sulle numerose, delicate questioni interne che gli Stati Uniti si trovano oggi ad affrontare.

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