mercoledì, Giugno 16

Israele – Palestina: e anche questa volta il diritto internazionale resterà impotente Entrambe le parti sono accusate di aver violato il diritto internazionale: Israele per il presunto uso eccessivo del diritto di difendersi, Hamas per aver lanciato razzi sulle città israeliane. Tra tecnicismi e politica, ecco perchè nessuno pagherà

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All’undicesimo giorno di guerra -i combattimenti erano iniziati il 10 maggio-, dopo 232 persone, tra cui più di 100 donne e bambini, morte a Gaza, e 12 persone, tra cui 2 bambini, morte in Israele, oltre 38.000 palestinesi sfollati interni nella Striscia di Gaza, centinaia di milioni di dollari di danni materiali (per la quasi totalità a Gaza), Israele e Hamas hanno concordato, e fatto scattare nella notte, alle ore 02:00, il cessate il fuoco. Come sempre, sia Israele che Hamas, con toni trionfalistici, hanno rivendicato la vittoria.

Molto probabilmente da questo momento in poi il conflitto israelo-palestinese ritornerà silente, sarà una guerra di logoramento a bassa intensità, mentre i contendenti si prepareranno, politicamente e militarmente, al prossimo round, considerato che non ci sono le condizioni storico-politiche per l’unica soluzione possibile: due Stati. Nessuna delle due parti ha la capacità di concludere l’unico accordo possibile, quello che prevede la creazione di un Paese «effettivo e vitale chiamato Palestina, insieme a un Israele fisicamente sicuro».

Questo è il momento in cui, tra il resto, si riapre il sipario sulla questione delle responsabilità legali.Entrambe le parti sono accusate di aver violato il diritto internazionale: Israele per il presunto uso eccessivo del diritto di difendersi, adottando bombardamenti sproporzionati contro edifici residenziali e civili; Hamas per aver lanciato razzi sulle città israeliane. La discussione è in punta di diritto internazionale.

In primo luogo alcune precisazioni di fondo. E in questo sovviene Amy Maguire, docente di diritti umani e diritto internazionale all’Università di Newcastle. «La statualità è lo status preminente di un’entità ai sensi del diritto internazionale. Garantisce la più ampia gamma di diritti e sostiene i presupposti chiave, inclusa la libertà da interferenze con l’integrità territoriale.

Israele ha dichiarato la statualità nel 1948 ed è stata ammessa come Stato membro delle Nazioni Unite nel 1949. La sua statualità -combinata con la sua costante alleanza statunitense– gli ha dato una protezione significativa dall’intervento esterno.
La Palestina, al contrario, rivendica il diritto alla statualità, ma manca di una statualità effettiva. La posizione legale internazionale è chiara: il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e allo Stato, ma vive sotto l’occupazione israeliana dal 1967. Su questa base, nel 2012, la posizione della Palestina all’ONU èstata innalzata allo status speciale di ‘Stato osservatore non membro’. Sebbene la maggior parte dei membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite abbia espresso la speranza che ciò conduca all’effettiva statualità per la Palestina», ovvero la nascita dello Stato di Palestina, che appare una soluzione sempre più lontana.
«Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha ilcompito di promuovere e preservare la pace e la sicurezza internazionali». Domenica, si è riunito in una sessione di emergenza, con il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che chiedeva un cessate il fuoco immediato, ma non ha preso provvedimenti. «Gli Stati Uniti, uno dei cinque membri permanenti con potere di veto, hanno una storia di resistenza all’azione nei confronti di Israele», e anche in questo caso hanno bloccato una dichiarazione di condanna, sostenendo che Israele stava esercitando il suo dirittoall’autodifesa contro gli attacchi terroristici di Hamas.

Asaf Lubin, docente di diritto, alla Indiana University, spiega che «Il diritto internazionale umanitario comprende una serie di regole che governano i conflitti armati. Sono sancite da trattati, alcuni dei quali ratificati sia da Israele che dalla Palestina. I più importanti di questi accordi sono le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i relativi protocolli aggiuntivi del 1977». Israele non ha aderito ai protocolli aggiuntivi. «Tuttavia, la comunità internazionale riconosce ampiamente le regole stabilite in questi accordi come diritto consuetudinario e sono quindi vincolanti per tutti i Paesi indipendentemente dal fatto che abbiano firmato o meno».
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Al centro del diritto internazionale umanitario vi sono una serie di principi fondamentali. Il primo è il principio di distinzione, che obbliga le parti in guerra a distinguere tra obiettivi civili e militari. Ciascuna parte può attaccare solo quegli oggetti che per loro natura, posizione, scopo o uso offrirebbero un netto vantaggio militare se neutralizzati. Il secondo è il principio di proporzionalità, secondo il quale ogni inevitabile ‘danno collaterale’ -come la morte di civili- non può essere eccessivo rispetto al vantaggio militare diretto previsto. Infine, c’è il principio delle precauzioni in attacco, che riafferma l’obbligo per le parti in guerra di fare tutto il possibile per mitigare i danni ai civili.

Quindi, quando Hamas lancia indiscriminatamente razzi su Tel Aviv, per esempio, è una chiara violazione del diritto internazionale. Allo stesso modo, gli attacchi israeliani ai grattacieli residenziali sono per molti nella comunità internazionale un crimine di guerra, perché sono sproporzionati e non offrono un vantaggio militare definito. Israele non è d’accordo, sostenendo che quegli edifici sono stati usati da Hamas per far avanzare la sua campagna militare».

Cosa succede se si presume che Israele o Hamas abbiano commesso crimini di guerra? Dipende dalla volontà della comunità internazionale, prosegue Lubin. «Potremmo assistere a un’indagine della Corte penale internazionale, sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o missioni di accertamento dei fatti da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Questo tipo di indagini si sono verificate dopo ogni precedente ciclo di violenza tra Israele e Hamas. Rapporti precedenti -come il rapporto Goldstone del 2009, pubblicato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite- hanno identificato violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario da entrambe le parti» e aIsraele è stato chiesto di fornire riparazioni monetarie ai sopravvissuti. «L’applicazione, tuttavia, si è dimostrata ampiamente inefficace».
Israele in molti di casi «non ha accettato la premessa di base che le sue pratiche militari violassero il diritto internazionale umanitario e quindi non ha cambiato rotta. In poche rare occasioni Israele ha pagato un risarcimento. Ad esempio, nel 2009 Israele ha pagato 10,5 milioni di dollari alle Nazioni Unite per danni alla proprietà e lesioni subite dall’organizzazione durante l’attacco israeliano a Gaza. Quando Israele effettua tali pagamenti, vengono effettuatiex gratia‘ -pagamenti forfettari effettuati per rispondere alla pressione internazionale senza riconoscere alcuna responsabilità legale o creare norme legalmente vincolanti che potrebbero essere applicate in futuro. Israele non è solo in questa pratica. Altri Paesi,inclusi gli Stati Uniti, hanno effettuato pagamenti ‘ex gratia’ simili a coloro che sono stati danneggiati in guerra, senza ammettere colpe o illeciti», afferma Lubin.

Circa il ruolo della Corte penale internazionale, Maguire chiarisce: «Nel 2015, la Palestina ha aderito allo Statuto di Roma che ha istituito la Corte penale internazionale (CPI). La Palestina ha anche accettato la giurisdizione della CPI su presunti crimini commessi nel suo territorio dal giugno 2014».
A febbraio, la Corte penale internazionale ha stabilito che la sua giurisdizione si estende ai Territori palestinesi occupati. E nel marzo 2021, il procuratore della Corte penale internazionale ha aperto un’indagine sullasituazione in Palestina‘,per presunti attacchi israeliani sproporzionati a Gaza, esattamente, precisa Asaf Lubin, «lo stesso tipo di attacchi in questione ora. L’inchiesta copre anche il programma di colonie israeliane in Cisgiordania. «Il procuratore Fatou Bensouda ha detto che il suo ufficio cercherà giustizia per i crimini commessi contro le vittime palestinesi e israeliane. La CPI esiste per perseguire i crimini più gravi contro l’umanità e i crimini di guerra. Israele è stato accusato di crimini di guerra in Palestina, comprese uccisioni volontarie illegali e attacchi militari sproporzionati che hanno causato vittime civili non necessarie. Human Rights Watch sostiene che Israele sia anche coinvolto in crimini contro l’umanità sotto forma di apartheid e persecuzione», afferma Amy Maguire.
«In una recente intervista, Bensouda ha affermato che l’indagine è rimasta aperta e che il suo ufficio sta monitorando la situazione attuale molto da vicino -essenzialmente avvertendo Israele di fare attenzione, perché il tribunale penale potrebbe ritenerlo responsabile», dice Lubin. «La violenza di questi giorni mostra che la minaccia non ha scoraggiato nessuna delle due parti. I leader israeliani si riferiscono spesso a una ‘cupola di ferro legale‘ per indicare l’ombrello generale di protezione che Israele offre al suo personale militare da qualsiasi futuro procedimento penale».

L’indagine della Corte penale internazionale, secondo Maguire, «comprenderà probabilmente la guerra del 2014, gli scontri al confine nel 2018 e le attività di insediamento israeliano in Cisgiordania. Esaminerà anche se Hamas e altri gruppi a Gaza hanno commesso crimini di guerra sparando razzi contro Israele». Da tenere presente che Israele non è un membro della Corte penale internazionale e rifiuta la giurisdizione del tribunale sul suo territorio e sui suoi cittadini. Gli ostacoli all’assunzione di responsabilità sono pesantissimi, e dimostrano chiaramente i limiti del diritto internazionale. «La responsabilità per i crimini internazionali è complicata per attori non statali come Hamas», afferma Maguire. «Gli attacchiindiscriminati contro obiettivi civili violano senza dubbio le leggi di guerra. Tuttavia, Hamas non agisce per conto di uno Stato palestinese, né l’Autorità palestinese ha la capacità di fermare le sue azioni. Per quanto riguarda Israele,l’alleanza americana è stata un ostacolo costante alla responsabilità.

Alle difficoltà oggettive, si aggiungono infatti quelle politiche, che, per dirla con Maguire, rendono chiaro come il diritto internazionalevenga interpretato e applicato in maniera politicizzata.
Come detto, gli Stati Uniti hanno «bloccato le dichiarazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che avrebbero chiesto un tale cessate il fuoco e incolpato Israele, compreso un linguaggio forte sui bambini palestinesi morti in gran numero. Gli Stati Uniti hanno affermato di aver bloccato quelle dichiarazioni perché non hanno condannato Hamas per aver violato il diritto internazionale», afferma Lubin. «È una posizione usuale degli Stati Uniti nei conflitti Israele-Hamas richiedere l’uguaglianza nel linguaggio rispetto ‘entrambe le parti’».
Tuttavia, alcune tendenze importanti stanno emergendo all’interno delle comunità ebraiche americane e del Partito Democratico, concordano i due studiosi. I progressisti del Congresso nel Partito Democratico ora hanno una visione diversa, afferma Lubin. «Insistono sul fatto che gli Stati Uniti devono riconoscere lo squilibrio di potere tra Israele, una superpotenza militare finanziata dagli Stati Uniti, e Gaza, un territorio occupato». L’alleanza americana è stata un ostacolo costante nel tentativo di richiamare Israele alle sue responsabilità. Anche all’interno delle comunità ebraiche americane sta cambiando qualcosa. «Molti ebrei americani stanno mostrando un crescente scetticismo sull’inflessibile perseguimento da parte di Netanyahu del conflitto tra Israele e Hamas. I lobbisti ebrei liberali stanno sfidando l’Amministrazione Biden ad opporsi agli sforzi israeliani per sfrattare i palestinesi a Gerusalemme est», afferma Maguire. «Alcuni eminenti politici democratici ora si oppongono pubblicamente alla posizione secondo cui il diritto di Israele all’autodifesa deve essere affermato dagli Stati Uniti, indipendentemente dal fatto che le loro azioni militari siano proporzionate».

Il diritto internazionale, afferma Lubin, «ha una funzione espressiva, stabilendo uno standard per il modo in cui i Paesi dovrebbero comportarsi. Nel tempo abbiamo visto queste norme giocare un ruolo crescente nel modo in cui i Paesi operano e quali azioni sono ritenute inaccettabili. Ad esempio, a seguito del rapporto Goldstone del 2009, Israele si è impegnato ad apportare diverse modifiche per ridurre al minimo le vittime civili, inclusa la limitazione dell’uso di munizioni al fosforo bianco, che causano gravi ustioni chimiche. Il diritto internazionale umanitario non è una panacea per tutti i mali del mondo. Ma queste regole sono un buon punto di partenza».

Aggiunge Maguire: «Il diritto internazionale -ostacolato dalle sue stesse istituzioni, rapporti di potere radicati e politicizzazione- non offre una soluzione chiara o rapida», perchè, afferma Lubin, il «diritto internazionale semplicemente manca degli strumenti necessari per far sì che i Paesi potenti ne rendano conto». Nel caso delle violazioni di questi 11 giorni di guerra c’è da prevedere sarà esattamente così, né Israele né Hamas risponderanno dei loro crimini.

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