Israele – Palestina: all’origine della guerra perenne Tutto è iniziato da troppo tempo, tanto che si fatica a risalire alla prima origine degli scontri. Una breve storia degli inizi

Israele - Palestina: all'origine della guerra perenne
Israele - Palestina: all'origine della guerra perenne

Quella dei rapporti tra Israele e Palestina è una storia di conflitti spesso annunciati, e dolorosamente posti in essere, nel corso di attacchi, rappresaglie, attentati suicidi e ingerenze diplomatiche e geopolitiche, rivolti contro una terra che ha solo bisogno di uscire da una guerra perenne. Ma è iniziato tutto da troppo tempo, tanto che si fatica a risalire alla prima origine degli scontri. Convenzionalmente, ne datiamo l’esordio al principio del Novecento.

Le cause delle guerre in quest’area sono note: l’estensione e il controllo dei confini, i rapporti tra religione e politica, le ingerenze occidentali nell’autodeterminazione di popoli che detengono risorse materiali irrinunciabili per il benessere dei cosiddetti Paesi ‘sviluppati’. Il petrolio, ma non solo.

Nel 1869 fu aperto (o ‘riaperto’, già che Erodoto data l’avvio dei primi scavi al 600 a.C.) il Canale di Suez. Per conservarne il controllo si sono moltiplicati attriti geopolitici e diplomatici, praticamente subito dopo l’inaugurazione ufficiale. Quarant’anni dopo, nel 1908, in epoca ‘petrolifera’, l’oro nero (scoperto nel 1859 in Pennsylvania e da allora stabilmente impiegato), fu trovato, e abbondante, anche in Iran. Un po’ per volta, la sacra culla delle religioni monoteiste è diventata l’altrettanto sacra fonte del contemporaneo ‘dio petrolio’. Così, mentre l’impero ottomano si avviava alla fine, la crescente e interessata presenza degli occidentali ‘cristiani’ nell’area rinfocolava astio e rancori, che alcuni considerano antichi quanto le Crociate.

Al principio del Novecento, l’Accordo di Sykes-Picot (1915-16) determinò la spartizione della futura area del conflitto arabo-israeliano tra Gran Bretagna e Francia. Alla prima toccarono Giordania, Iraq e Haifa. La Francia guadagnò il controllo sul sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, la Siria e il Libano. L’attuale Palestina fu affidata alla competenza concorrente di svariate potenze internazionali.

La spartizione determinò un preciso mandato e interesse britannico e fu l’occasione propizia per il contemporaneo insediamento di coloni ebraici nei territori prossimi al fiume Giordano, là dove avevano già iniziato a insediarsi, cioè nello spazio che la Bibbia chiama Regno di Giuda e Israele.

La storia della colonizzazione ebraica inizia almeno un decennio prima, nel 1909, con la fondazione, a sud del lago di Tiberiade, del primo kibbutz (plurale kibbutzim). Il kibbutz di Degania  era amministrato, così come sarebbe stato da allora in poi, su base ‘egalitaria’ e comune. In passato questi assembramenti si dedicavano essenzialmente all’agricoltura.

La compresenza di ebrei’ e ‘arabi in un territorio sottoposto al controllo internazionale continuò a crescere fino a quando, nel 1947, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e per iniziativa del Regno Unito e degli Stati Uniti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di dividere la Palestina in due porzioni, e di assegnarne una parte agli ebrei.

Nel maggio 1948, un anno ricco di avvenimenti storici, nacquero lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina, annunciata dalla risoluzione A/364 emanata l’anno prima dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e grazie al lavoro della United Nations Special Committee on Palestine.

Per ironia della storia, l’insediamento ufficiale di quello stesso popolo che aveva già dolorosamente vissuto la Shoah produsse la diaspora degli arabi palestinesi, che si rivolsero verso Egitto, Siria, Libano, Transgiordania e Iraq. Lo Stato di Israele è ancora oggi riconosciuto formalmente solo da una parte dei Paesi arabi, mentre lo Stato di Palestina ha avuto accesso all’ONU solo nel 2012, e da osservatore.

tra 1948 e 1949, ebbe inizio il primo conflitto arabo-israeliano, quando la Lega Araba si ribellò alla risoluzione ONU, considerandola un’indebita ingerenza nel proprio territorio. Gli israeliani si dimostrarono sorprendentemente abili nel combattimento, vinsero il confronto e così nacquero i primi campi profughi palestinesi, un problema mai risolto.

La seconda guerra arabo-israeliana, nota come Crisi di Suez, ebbe luogo nel 1956, per il controllo sul canale. Erano contrapposti gli interessi di Francia e Regno Unito da un lato (intervento dell’egiziano Gamāl ʿAbd al-Nāṣer li aveva privati del controllo su Suez) e  -in un ruolo militarmente attivo e poi vittorioso- l’Esercito israeliano guidato dal generale Moshe Dayan. La vittoria israeliana sarebbe stata di poco seguita da un terzo conflitto, la successiva e fulminea azione nota come ‘Guerra dei sei giorni’, una vittoria schiacciante di Israele contro Siria ed Egitto, che furono battuti in meno di una settimana. Il contrattacco di Egitto e Siria (la guerra del Kippur, del 1973) fu una vittoria solo momentanea per gli arabi, che attaccarono Israele a sorpresa durante la festa del Yom Kippur, ma furono in seguito sconfitti dal contrattacco israeliano.

Ma era già dal 1967, dopo la ‘Guerra dei sei giorni’, che i coloni israeliani continuavano a insediarsi nei territori limitrofi, in modo, però, diverso rispetto al principio del secolo, attraverso l’avanzata dell’Esercito in un’area tra Sinai e Cisgiordania, o Samaria e Giudea (così la chiamano i coloni, seguendo l’antica denominazione biblica). L’intervento dei caschi blu, ha arginato solo in parte i numerosi tentativi di Israele per impossessarsi dei territori circostanti, e nel 1978 ci fu un’ulteriore escalation. Israele attaccò il Libano allo scopo, dichiarato, di creare una zona-cuscinetto. Con il pesante convolgimento dell’ONU e il protrarsi della situazione almeno fino al 2002. In occasione del conflitto si sono verificate ripetute violazioni dei diritti umani, come il massacro dei profughi palestinesi a Beirut, nel quartiere di Sabra e del campo profughi di Shatila (il link rinvia alla testimonianza del giornalista Robert Fisk, testimone del massacro) e altri terribili eccidi.

L’ONU emise diverse risoluzioni, a più riprese. Nel frattempo l’avanzata dei coloni non si è mai interrotta.

La prima Intifada, nel 1987, con il moltiplicarsi di attentati suicidi e la nascita quasi contemporanea di Hamas a Gaza (movimento alternativo alla più ‘laica’ OLP, cfr. anche Fatah) hanno visto esacerbarsi il conflitto atraverso passaggi fondamentali come quelli del 1993 (firma degli Accordi di Oslo, i primi accordi di pace dal 1948, che vedevano l’impegno israeliano a ritirarsi dalla striscia di Gaza), del 1995 (un esponente dell’estrema destra religiosa israeliana uccide il Premier israeliano Yitzhak Rabin, Nobel per la pace con Arafat e Peres per gli Accordi di Oslo), nel 2000 (vedi il documentario RAI ‘La Storia siamo noi‘ sull’esordio della Seconda Intifada, che iniziò con la passeggiata provocatoria di Ariel Sharon nell’Haram al-Sharif, la spianata delle moschee), nel 2004 (controversa morte di Arafat e ascesa di Abu-Mazen).

Il Presidente americano George Bush, nel 2007, convocò una conferenza internazionale ad Annapolis, alla quale parteciparono rappresentanti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle grandi potenze mondiali, con la forte presenza dei Paesi della Lega Araba, e che si concluse con una dichiarazione congiunta tra Israele e OLP sulla pacifica costituzione di due stati confinanti.
Nel 2013, senza mai essersi interrotta del tutto, è ripresa la politica israeliana degli insediamenti.
L’8 giugno 2014, papa Francesco, per la sua “Invocazione per la pace” in Terrasanta, raduna Shimon PeresMahmoud Abbas all’interno dei giardini vaticani. Una tregua che, con l’abbraccio dell’8 giugno, non è durata nemmeno un mese.
Il resto è più o meno cronaca che si ripete negli anni, brandelli di una guerra perenne.

[Una prima versione di questo testo è stata pubblicata nel 2014]