domenica, Agosto 1

Israele non commemora Mandela field_506ffb1d3dbe2

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Manifestazione per commemorare Mandela in Cisgiordania (Foto: AP/Majdi Mohammed)

Manifestazione per commemorare Mandela in Cisgiordania (Foto: AP/Majdi Mohammed)

Betlemme – «La nostra libertà ci appare possibile perché voi avete raggiunto la vostra». Con queste parole il prigioniero politico palestinese più noto, Marwan Barghouti, dalla cella n. 28 della prigione israeliana di Hadarim in cui è rinchiuso dal 2002, ha commemorato la morte di Nelson Mandela. Un omaggio da un detenuto che non pochi assimilano al leader sudafricano. «Quante volte hai dubitato dei risultati della tua lotta? Quante volte ti sei chiesto se la giustizia avrebbe prevalso? Quante volte ti sei domandato perché il mondo restava in silenzio? Alla fine la tua volontà ti ha reso uno dei più brillanti nomi della libertà. Hai portato una promessa fuori dai confini del tuo Paese, la promessa che l’oppressione e l’ingiustizia sarebbero state vanificate, tracciando la strada verso la libertà e la pace».

La causa palestinese è stata sicuramente una delle più sentite dal padre della Nazione Arcobaleno e dai suoi più stretti collaboratori, a partire dal vescovo Desmond Tutu che ha più volte tuonato contro l’occupazione israeliana, definendola «un’apartheid ben peggiore di quella sudafricana»Madiba non fu da meno: «La nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi», era solito dire riferendosi ad una lotta per la liberazione iniziata nel 1948, proprio come il regime di apartheid degli Afrikaans. Per Mandela e l’ANC i legami con il vecchio leader Yasser Arafat e il popolo palestinese erano e restano forti: appena 16 giorni dopo la sua liberazione, nel 1990, Mandela incontrò Arafat in Zambia, lo abbracciò ricordandogli il sostegno sudafricano all’OLPCombattiamo contro un’unica forma di colonialismo», disse in quell’occasione Madiba). Un sostegno reiterato in innumerevoli occasioni, fino al 2008 quando una delegazione di parlamentari e giornalisti sudafricani visitò per la prima volta la Cisgiordania: «Quando osservi da lontano sai che le cose vanno male – disse Mondli Makhanya, direttore del Sunday Times del Sud Africa – Ma non capisci quanto. Niente può prepararti al diabolico piano che abbiamo visto qui. È peggiore, peggiore, peggiore di quello che abbiamo affrontato noi. Il livello di apartheid, razzismo e brutalità sono peggiori del più terribile periodo della nostra apartheid».

Peggiore nel senso che «gli israeliani hanno preso il sistema della segregazione e lo hanno perfezionato. Ad esempio noi avevamo i bantustan e scuole separate, ma non è mai venuto in mente a nessuno di separare fisicamente le comunità con un muro, impedire la libertà di movimento, quella di sviluppo economico, di occupazione», aggiunse il reverendo Allan Aubrey Boesak, veterano della loro anti-apartheid. Un sostegno che nel 2012 si è tradotto nell’adesione del partito di Mandela, l’ANC, alla campagna globale per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele.

Non stupisce, conoscendo tali legami, che il premier israeliano Netanyahu abbia deciso di non prendere parte ai funerali e alle commemorazioni per Nelson Mandela. Troppo costoso, si è giustificato il governo israeliano, che ha calcolato di dover mettere a preventivo un milione e 500mila euro, per trasporti e sicurezza. Ma la decisione ha generato non poco sconcerto nell’opinione pubblica israeliana, anche la sua parte più conservatrice che teme che la mancata partecipazione ai funerali di domenica dia nuova linfa ai critici di Israele. La stampa israeliana non ha mancato di far notare che un viaggio a Johannesburg poteva essere pagato visti i 2.500 euro al mese di budget statale che Netanyahu spende in gelati o i 1.500 che butta in candele profumate.

Duro il commento del quotidiano Ha’aretz: «Il budget striminzito non riesce a nascondere le cattive relazioni tra i due Paesi. Israele ha mantenuto rapporti economici e militari con Johannesburg fino agli ultimi giorni del regime di apartheid, quando quasi tutto il mondo lo boicottava e i leader dell’ANC non lo hanno mai dimenticato». Inoltre, non va scordata la repressione violenta delle manifestazioni organizzate in Cisgiordania dopo la notizia della morte di Madiba da parte dell’esercito israeliano: i soldati hanno aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni e proiettili di gomma contro diverse commemorazioni, ferendo decine di persone e arrestandone una, come riporta Mondoweiss. Contemporaneamente, 150 persone tra cui numerosi diplomatici sudafricani (non mancava Sisa Ngombane, ambasciatore in Israele) manifestavano a Pretoria davanti la sede dell’ambasciata israeliana, issando una tenta e cantando canzoni popolari sudafricane.

Il Sudafrica della riconciliazione non pare aver dimenticato gli stretti rapporti, soprattutto militari, che Israele mantenne con Pretoria durante l’apartheid: il ‘The Guardian’ nel 2010 pubblicò documenti che mostravano come Tel Aviv tentò anche di avviare un programma nucleare in Sudafrica, a cui avrebbe offerto bombe atomiche. Un’intesa firmata nel 1975 da Botha, allora ministro della Difesa sudafricano, e dall’attuale presidente israeliano Peres, che domenica non andrà ai funerali di Mandela perché malato.

Fino ad oggi nessun leader israeliano ha mai chiesto perdono a Mandela e al popolo sudafricano per il ruolo attivo che lo Stato di Israele ha avuto nella difesa e il mantenimento del regime dell’apartheid a Pretoria – ci spiega l’analista e attivista politico israeliano, Michel WarschawskiAnni dopo che la maggior parte della comunità internazionale aveva aderito al boicottaggio del regime sudafricano, Israele continuava ad avere eccellenti relazioni con Pretoria, permettendole di aggirare le sanzioni internazionali. Un’alleanza che non si basava solo su interessi comuni, ma anche sull’idea condivisa di essere due Paesi di bianchi circondati da Paesi ostili di non bianchi”.

Netanyahu pochi giorni fa ha commemorato Mandela dicendo che sarà ricordato come un leader dalla grande statura molare e come un combattente per la libertà che rifiutò l’uso della violenza. Così, non solo dimostra una scarsa conoscenza della storia sudafricana, ma supera il limite della decenza. Quando Mandela fu finalmente scarcerato e accettato da tutto il mondo come leader del nuovo Sudafrica, i vari governi israeliani hanno mantenuto le distanze da quel ‘comunista terrorista’ africano”. 

Di sicuro Israele non è stato l’unico Paese ad appoggiare il regime dell’apartheid – conclude Warschawski – Ma quello che rendeva speciale il forte legame tra Tel Aviv e Pretoria non erano solo gli interessi comuni. Derivava da una simile visione del mondo e da valori condivisi”. Valori impossibili da condividere con la nuova Nazione Arcobaleno, fondata da Madiba, leader della riconciliazione nazionale e della lotta contro la segregazione razziale.

 

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