venerdì, Aprile 16

Israele: muore ministro palestinese Ziad Abu Ein

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Nuove tensioni in Terra Santa, dove un ministro dell’ANP, Ziad Abu Ein, è morto a seguito degli scontri tra palestinesi e soldati israeliani durante un operazione di confisca da parte dell’esercito ebraico. Secondo la ricostruzione fatta dai parenti della vittima, soldati israeliani e poliziotti di frontiera avrebbero cercato di disperdere centinaia di persone lanciando gas lacrimogeni e sparando proiettili di acciaio rivestiti di gomma. Un portavoce dell’Anp ha dichiarato che il ministro sarebbe rimasto intossicato dai lacrimogeni, e avrebbe accusato difficoltà respiratorie, entrando in coma prima di essere trasportato al Centro medico di Ramallah. Nel nosocomio, il direttore dell’ospedale lo ha dichiarato morto pochi minuti dopo l’arrivo.

Secondo un portavoce dell’ospedale Ziad, oltre ad essere rimasto intossicato dai gas, sarebbe stato colpito dai soldati alla testa con un casco, e al petto, in modo molto violento, da un oggetto non identificato. Quest’ultimo impatto avrebbe causato i problemi respiratori e successivamente il coma. Abu Ein era da un mese il capo del Comitato dell’OLP per le colonie e il cosiddetto muro dell’apartheid, che divide la Cisgiordania da Israele. Prima di ricoprire questo incarico era viceministro della presidenza dell’Anp.

Sdegnate le reazioni nei Territori, con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che ha proclamato tre giorni di lutto per la morte dell’alto funzionario. Laila Ghannam, governatrice di Ramallah ed el-Bireh, ha affermato che “colpire un ministro a sangue freddo è una dichiarazione di guerra da parte di Israele a chi rispetta i diritti umani“. Abu Ein era un “combattente contro il muro di separazione israeliano, gli insediamenti e il terrorismo contro i palestinesi“, ha poi aggiunto.

L’Esercito israeliano ha annunciato come si stiano «valutando le circostanze della partecipazione di Ziad Abu Ein e la successiva morte del ministro dell’Anp, trasportato in ambulanza verso Ramallah, ma deceduto durante il tragitto». Il coordinatore delle attività governative nei Territori, il generale Yoav Mordechai, e il collega palestinese Hussein Al-Sheikh, hanno infine concordato sul fatto che un anatomopatologo faccia parte della delegazione di medici arrivati dalla Giordania per esaminare le circostanze della morte di Abu Ein.

Ma, anche se si cerca di stemperare gli animi, l’evento rischia di far saltare i già fragili equilibri tra Israele e la controparte palestinese. L’incontro previsto lunedì prossimo a Roma, dove si incontreranno il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il Segretario di Stato Usa, John Kerry, per parlare della richiesta palestinese al Consiglio di Sicurezza dell’Onu perché solleciti la fine dell’occupazione israeliana entro il novembre 2016, rimane di vitale importanza. Netanyahu arriverà nella Capitale su richiesta del capo della diplomazia americana, che vuole conoscere direttamente da lui la posizione di Israele in merito alla bozza di risoluzione palestinese e al testo alternativo su cui stanno lavorando vari Paesi europei per far ripartire le trattative per un accordo israelo-palestinese. Un lavoro difficilissimo in un contesto esplosivo.

Tempi duri anche a Washington, dove il Presidente statunitense fa i conti con il rapporto del Senato Usa che denuncia come la CIA utilizzasse tortura sui prigionieri. «Anche se molte persone hanno lavorato duramente per mantenere il Paese sicuro durante i tempi incerti in seguito agli attacchi terroristici al Pentagono e al World Trade Center, alcune delle azioni descritte nel rapporto costituivano torture ed erano controproducenti». Lo ha dichiarato oggi Barack Obama commentando il rapporto del Senato riguardo i metodi di tortura utilizzati dalla CIA durante gli interrogatori dei prigionieri. Obama, ha comunque specificato di non essere preoccupato che metodi simili siano usati anche oggi. «Sono stato molto esplicito su come la nostra raccolta di informazioni deve essere condotta e ho proibito questo tipo di tecniche, chiunque facesse quello che è descritto nel rapporto violerebbe i miei ordini» ha specificato.

Gli strascichi di questo rapporto, nonostante il Presidente statunitense tendi a minimizzare, rimangono comunque profondi. Le torture inflitte ai presunti terroristi dalla CIA dopo l’11 settembre 2001 rappresentano una «evidente violazione dei nostri valori liberali e democratici. Ciò che veniva considerato giusto nella battaglia contro il terrorismo islamista è invece inaccettabile ed è stato un grave errore». Questa la condanna della Germania, arrivata attraverso il ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier. Dello stesso tono anche Amnesty, che chiede che i responsabili vengano ora perseguiti e processati. «La pubblicazione conferma ancora una volta in modo cristallino che il governo americano ha fatto ricorso alle torture. La tortura è un crimine e i responsabili di questi crimini devono essere portati di fronte alla giustizia», ha dichiarato Steven Hawkins, direttore esecutivo di Amnesty Usa.

Regge intanto il cessate-il-fuoco iniziato ieri nel sud-est ucraino. «La tregua è globalmente rispettata e anche se sporadicamente sono state usate armi da fuoco leggere le due parti non stanno più ricorrendo all’artiglieria», lo confermano i miliziani separatisti all’agenzia Interfax. Nonostante l’apparente distensione, non sono però in programma nuovi negoziati: «l’incontro non è attuabile se una parte non rispetta la tregua» ha dichiarato il controverso ex Presidente ucraino Leonid Kuchma, che rappresenta Kiev nel “gruppo di contatto” Osce-Ucraina-Russia-ribelli separatisti.

Segnali non confortanti provengono anche da Mosca, dove oggi il Premier Dmitri Medvedev ha dichiarato che la Russia è pronta, nel medio termine, «a rinunciare all’importazione di tutti i prodotti che non le sono indispensabili in risposta alle sanzioni occidentali». Nello stesso tempo attacca: «le sanzioni, danneggiano non solo la Russia, ma anche le economie e le imprese dei Paesi che le impongono», ricordando come l’Unione Europea, a causa delle sanzioni, abbia già perduto almeno 40 miliardi di euro.

Oggi la giornata mondiale dei Diritti Umani, che ha visto la consegna dei Nobel per la pace all’attivista pakistana Malala Yousafzai e al medico indiano Kailash Satyarthi. Da una parte la 17enne pakistana, attaccata dai talebani nel 2012 per le sue campagne per il diritto allo studio delle bambine, è la persona più giovane a vincere un Nobel, e si è impegnata a portare avanti la sua battaglia fino a quando a ogni bambino sarà riconosciuto il diritto di andare a scuola. Dall’altra Kailash Satyarthi, sessant’anni, dagli anni novanta impegnato nella lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile e la cui azione ha permesso di liberare dalla schiavitù almeno 80 mila bambini. Entrambi simbolo di una scintilla di umanità in mezzo a guerre e barbarie sociali.

 

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