giovedì, Maggio 19

Israele: l’Abramo diplomatico è qui Una due giorni nel Neghev per i Paesi degli Accordi di Abramo, segno di quanto velocemente il riallineamento delle potenze mediorientali sta accelerando. Il vertice è la prova dell'accettazione di Israele da parte dei principali leader arabi. E ora Israele è diventato «un ponte tra Washington e alcuni governi arabi

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Ieri e oggi, nel Neghev, a Sde Boker, Israele ospita i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Egitto, Marocco, Emirati Arabi e Bahrein, in un verticese non storico, quanto meno primo nel suo genere. E’ infatti la prima volta che i rappresentanti delle diplomazie dei Paesi interessati dagli Accordi di Abramo, sottoscritti nel 2020, si incontrano in Israele per discutere dell’assetto mediorientale, delle questioni internazionali -guerra in Ucraina in primo luogo- ma, soprattutto, della questione del nucleare iraniana, e l’Iran che, secondo i media israeliani, è al centro del vertice. Il nucleare che sta a cuore a Israele, ma anche a molti Paesi arabi.

E probabilmente proprio l’accordo in discussione a Vienna ha fatto decidere i Paesi arabi di accogliere l’invito del Governo israeliano, anche a rischio di dispiacere alle loro opinioni pubbliche. «L’Iran non è un problema israeliano, ma allo stesso tempo Israele farà tutto ciò che ritiene giusto per fermare il programma nucleare iraniano. Qualunque cosa», ha detto il Ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, dopo l’incontro a Gerusalemme con il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, e prima dell’inizio del vertice nel Neghev. Tra questo ‘tutto’ c’è sicuramente la grande occasione di questo vertice con i Paesi arabi sunniti. In quanto al disaccordo con gli USA, Lapid ha dichiarato: «Siamo in disaccordo sull’accordo con l’Iran e le sue ramificazioni, ma un dialogo aperto e incisivo fa parte del potere della nostra amicizia. Israele e Stati Uniti continueranno a lavorare insieme per impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare». Nella consapevolezza, come ha detto Blinken, che «siamo entrambi determinati nel fare in modo che l’Iran non acquisisca mai un’arma nucleare». A calcare la mano ci ha pensato il Primo Ministro israeliano, Naftali Bennett, che, definendo il vertice nel Negev come un ‘giorno di festa’, ha detto: «C’è un attore in Medio Oriente che sta creando violenza e ostacoli», sottinteso l’Iran, «e ce n’è uno che sta spingendo per la cooperazione, la prosperità e la pace», Israele, ma comprendendo i Paesi degli accordi di Abramo. «Il mondo arabo comprende sempre di più che Israele è sempre stato dalla parte della pace e della cooperazione».

Bennett ha fatto riferimento anche al suo incontro della scorsa settimana con il Presidente egiziano, Abdel Fatah el-Sisi, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, e ha affermato che «le relazioni estere di Israele stanno vivendo un buon periodo. Israele è un attore importante sulla scena globale e regionale. Stiamo coltivando vecchi legami e costruendo nuovi ponti». Gli osservatori, infatti, sottolineano come il governo Bennett stia dimostrando un nuovo attivismo diplomatico. «Siamo abituati a pensare a Israele come a una potenza militare regionale, e penso sia probabilmente corretto affermare che Israele è anche una cyberpotenza globale. Ma penso cheBennett stia facendo tutto il possibile per cercare di ritrarre Israele anche come una potenza diplomatica fondamentale, anche in aree in cui non si potrebbe necessariamente pensare che Israele abbia giocato in passato, come una guerra in Europa», ha commentato Michael Koplow, direttore delle politiche presso l’Israel Policy Forum.
L’eventuale accordo sul nucleare iraniano, ancora in bilico dopo circa un anno di negoziati, limiterebbe il programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni. Israele si oppone all’accordo, sottolineando come le restrizioni siano insufficienti alla luce dell’aumento dell’arricchimento dell’uranio dell’Iran negli ultimi anni, restrizioni che dureranno solo pochi anni e, successivamente, l’Iran otterrebbe la legittimità di continuare ad arricchire l’uranio per creare un’arma nucleare.
Se si arriva all’accordo l’Iran avrà la capacità di migliorare la propria posizione economica, e con la migliorata situazione economica avrà la capacità di creare un’arma nucleare, poiché l’accordo avrà effetto solo per un periodo di tempo relativamente breve, e non distruggerà le capacità tecniche dell’Iran di mantenere un programma nucleare. Entrambi i risultati rafforzerebbero l’Iran e i suoi alleati nella regione, esattamente quanto, sia Israele che i Paesi arabi, cercano in tutti i modi di osteggiare.

Gli Stati del Golfo «ora parlano più apertamente contro l’accordo perché le minacce che devono affrontare dall’Iran non sono solo una possibile minaccia nucleare tra qualche anno, ma piuttosto gli attacchi molto reali e immediati che stanno subendo oggi dai delegati dell’Iran», affermano gli osservatori israeliani, tra questi il ‘The Jerusalem Post‘. «Ci si può aspettare che gli attacchi Houthi contro gli obiettivi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain aumenteranno una volta firmato un accordo nucleare iraniano e, come risultato di quell’accordo, il denaro si riverserà in Iran, consentendo a Teheran di finanziare meglio i suoi procuratori. Anche Egitto e Marocco subiranno attacchi da parte di delegati iraniani, per non parlare di Israele. Poi c’è la componente nucleare». I partecipanti al vertice nel Neghev, secondo il quotidiano, «potrebbero aiutare Israele a fare ciò che crede di dover fare per fermare la marcia nucleare iraniana».

Se i negoziati a Vienna, afferma Alex Lederman, dell’Israel Policy Forum, «avranno successo,l’intera faccenda persisterà come una grande divergenza tra la politica statunitense e quella israeliana e metterà a dura prova i legami bilaterali. Israele adotterà le misure che ritiene necessarie per prevenire un Iran nucleare, anche se ciò significa un’azione unilaterale o un lavoro in coordinamento con i partner regionali indipendentemente dagli Stati Uniti Simbolicamente, segnalerà anche una ritirata degli Stati Uniti dalla regione e sottolineerà che Gerusalemme non può solo fare affidamento su Washington per questioni di sicurezza esistenziale». Ma quasi identico discorso vale per i Paesi degli Accordi di Abramo.
Prosegue Lederman «le fiorenti relazioni di Israele con i suoi vicini arabi sunniti gli consentiranno di tracciare una politica estera più indipendente che non è necessariamente allineata con gli Stati Uniti. I partner statunitensi nella regione, compresi quelli che hanno legami con Israele, stanno già divergendo dagli Stati Uniti su Iran e Ucraina in modo più drammatico. Le relazioni USA-EAU, ad esempio, hanno raggiunto il punto più basso in parte a causa della percepita inazione degli Stati Uniti a seguito di un attacco missilistico su Abu Dhabi effettuato dagli Houthi sostenuti dall’Iran. L’astensione degli Emirati Arabi Uniti alla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che condanna la Russia rispetto all’Ucraina è stata in gran parte vista come un affronto agli Stati Uniti, il principe ereditario degli Emirati Mohammed bin Zayed Al-Nahyan avrebbe ignorato le telefonate del presidente Biden, mentre il suo Paese ha accolto il Presidente siriano Bashar al-Assad, un fedele alleato del Cremlino che è stato a lungo persona non grata nelle capitali arabe filo-occidentali. Eppure i legami di Israele con gli Emirati Arabi Uniti si stanno solo intensificando».

«Il probabile scenario in cui gli Stati Uniti firmeranno un accordo nucleare con l’Iran in un mondo con una Russia sfrenata e attivamente espansionista, apertamente contraria all’Occidente, porrà sfide significative alle relazioni USA-Israele. Da un lato, ha senso che Israele dia la priorità all’allineamento con gli Stati Uniti e alle Nazioni occidentali se la crisi ucraina lancia il mondo in un’altra Guerra Fredda o Guerra Mondiale. Tuttavia, allo stesso tempo, vedrà più ragioni che mai per aggrapparsi ai legami con la Russia per garantire la sua sicurezza in un Iran non più gravato dalle sanzioni nucleari. Israele potrebbe decidere che rimanere nelle grazie della Russia è veramente nel suo migliore interesse. Proprio come la politica israeliana sulla Russia alienerà gli Stati Uniti, la politica statunitense sull’Iran alienerà Israele» conclude Alex Lederman.
Questa situazione è spiegata così da un collega di Lederman, Michael J. Koplow, Direttore dell’Ufficio Politico di Israel Policy Forum. «Un Israele che è più a suo agio e accettato tra i suoi vicini mediorientali, è anche un Israele che vedrà i suoi interessi e le sue posizioni in modi simili ai suoi vicini, e che è destinato a creare attrito con gli Stati Uniti, che operano in una sfera diversa. Questa tensione non è nuova ed è emersa in modo prominente in passato, in particolare per quanto riguarda le profonde divergenze sulla politica iraniana. Ma nelle ultime settimane ci sono segnali che gli Stati Uniti potrebbero dover sempre più fare i conti con alcune sfide che sorgono tra i vantaggi di un Israele che è maggiormente e meglio invischiato nel Medio Oriente».

Fanno notare gli analisti che «i timori condivisi di un Iran nucleare, così come le preoccupazioni condivise sulla percezione del ritiro degli Stati Uniti dalla regione e le opportunità offerte da maggiori legami economici tra Israele e il mondo arabo, sembrano ora essere una priorità» rispetto a tutto il resto, a partire dal conflitto israelo-palestinese -Ramallah ha definito quello in corso come il ‘vertice della vergogna’.

«Israele è l’unico che, forse cineticamente, sta affrontando l’Iran -in Siria, in Iraq, in Libano, nello stesso Iran», ha detto Yoel Guzansky, un ex funzionario israeliano ed esperto del Golfo presso l’Institute for National Security Studies dell”Università di Tel Aviv, parlando con ‘The New York Times‘. «Israele è stato ostracizzato per anni da tutti i Paesi arabi tranne due, Egitto e Giordania, perchè gran parte del mondo arabo si rifiutava di normalizzare i legami fino alla creazione di uno Stato palestinese. Ma le cose sono cambiate nel 2020, quando Israele ha stabilito relazioni diplomatiche con Emirati Arabi Uniti e Bahrain e le ha ristabilite con il Marocco».
Questo vertice è «segno di quanto velocemente ilriallineamento delle potenze mediorientali sta accelerando, mentre israeliani e alcuni governi arabi trovano una causa comune non solo sull’Iran, ma nel navigare nelle nuove realtà globali create dalla guerra in Ucraina», afferma Patrick Kingsley, capo dell’ufficio di Gerusalemme del ‘New York Times’. «Inimmaginabile mezzo decennio fa, l’incontro ad alto livello riflette la nuova realtà politica creata quando Israele ha siglato accordi diplomatici storici con Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Marocco nel 2020», «è uno dei segnali più forti che il Paese sta iniziando a raccogliere i dividendi degli accordi di normalizzazione raggiunti due anni fa, un profondo riallineamento delle potenze mediorientali accelerato dalla guerra in Ucraina».

Dividendi sia economici che soprattutto politici, secondo Kingsley. «L’incontro rivoluzionario -il primo che ha coinvolto così tanti funzionari arabi, americani e israeliani sul suolo israeliano contemporaneamente- è la prova dell’accettazione di Israele da parte dei principali leader arabi», ha affermato Abdulkhaleq Abdulla, politologo degli Emirati. Le relazioni tra gli Stati Uniti e i suoi partner in Medio Oriente stanno per entrare in una nuova fase. Il politologo sottolinea come questo vertice esprima bene come Israele e Paesi arabi stiano parlando insieme, con una sola voce, agli USA, «Forse in questo modo Washington ci ascolterà di più sulle questioni chiave». Là dove la questione chiave è l’Iran.
La normalizzazione ha creato «un nuovo mondo di opportunità per Israele per assaporare finalmente di far parte della regione in termini interpersonali», afferma
Ben Lynfield, giornalista e ottimo conoscitore dell’area, facendo un bilancio dei ‘dividendi’ sia nell’ottica israeliana che di quella dei Paesi arabi.

Se Israele ha avuto bisogno degli USA per mediare gli Accordi di Abramo, nel 2020, con Emirati Arabi Uniti, Marocco e Bahrain, ora Israele è diventato «un ponte tra Washington e alcuni governi arabi», «è Israele che ora può agire più pubblicamente come un canale tra Washington e alcuni Paesi arabi».
«L’incontro pianificato dimostra come le relazioni tra questi Paesi e Israele siano andate ben oltre il simbolismo», ha affermato Yoel Guzansky, un ex funzionario israeliano ed esperto del Golfo presso l’Institute for National Security Studies. «In molti modi, Israele è il centro – l’epicentro – di tutti i tipi di sviluppi che stanno avvenendo», ha affermato Guzansky. «Israele è il tramite, non solo tra Russia e Ucraina, ma a quanto pare tra alcuni dei Paesi arabi e Washington».

Il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett ha visitato gli Emirati Arabi Uniti a dicembre e il Bahrain a febbraio, poi sono seguite numerose visite nel Golfo e in Marocco di ministri israeliani, tra cui Lapid, il Ministro degli Esteri, e Benny Gantz, il Ministro della Difesa. Gantz ha firmato memorandum d’intesa con le sue controparti marocchine e bahreinite, i primi accordi di difesa di questo tipo tra Israele e i Paesi arabi. Gli accordi renderanno più facile per i tre Paesi il commercio di armi e attrezzature militari e il coordinamento militare.

Infatti, l’altra componente dei dividendi a cui si accennava è quella economica. Il commercio tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti è aumentato di circa 20 volte nel 2021 e Israele ha anche affermato che invierà un ufficiale militare in Bahrain come parte di un’alleanza regionale con il compito di combattere la pirateria, riferisce il ‘New York Times‘.
E queste buone relazioni di Israele con il Golfo«hanno incoraggiato l’Egitto a rinfrescare le sue relazioni con Israele, temendo di perdere il suo ruolo di ponte tra Israele e il mondo arabo. L’Egitto è stato il primo Paese arabo a fare pace con Israele, nel 1978, e i loro rispettivi eserciti in seguito hanno sviluppato legami relativamente buoni, ma le manifestazioni pubbliche di cordialità sono state rare. La situazione è cambiata dal 2020, quandol’Egitto ha cercato di recuperare il ritardo», ricostruisce Patrick Kingsley. L’Egitto si è impegnato in modo più significativo con Israele mentre cercava di rilanciare il suo ruolo di ponte tra Israele e il mondo arabo.
Quando Israele ha annunciato per la prima volta il vertice nel Neghev, l’Egitto non era nell’elenco dei Paesi partecipanti: Emirati Arabi Uniti, Marocco e Bahrain. E’ stato aggiunto all’ultimo momento.

I due Paesi hanno annunciato questo mese iniziative quali un nuovo volo tra la località turistica di Sharm el Sheikh e Tel Aviv, che si aggiunge alla rotta tra Tel Aviv e il Cairo. Nei giorni scorsi il Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha accolto Bennett e il principe ereditario degli Emirati, Mohammed bin Zayed, a Sharm el Sheikh per il primo incontro trilaterale tra i leader dei tre Paesi.

Questo rapporto quasi idilliaco è turbato sono dal fatto che i sondaggi rilevano come la maggioranza dell’opinione pubblica araba sia ancora molto indietro rispetto alla posizione dei leader, con la maggior parte degli arabi che si oppone ai legami normalizzati con Israele.

Yair Lapid nel corso dei lavori di questa giornata conclusiva ha annunciato: «Questo incontro è il primo del suo genere, ma non l’ultimo. Ieri sera abbiamo deciso di trasformare il Vertice del Negev in un forum permanente», sarà un evento regolare, ospitato a rotazione dai Paesi degli Accordi di Abramo.
Nei mesi scorsi, secondo fonti del Ministero degli Esteri israeliano erano in atto colloqui per l’ingresso nel gruppo di Siria e Libano. E colloqui si stavano tenendo anche con il Paese più importante per Gerusalemme, ovvero l’Arabia Saudita.
Da qui al prossimo incontro, per i ‘Paesi di Abramo’ potrebbe ancora cambiare moltissimo, sia nei rapporti interni, sia nei rapporti con Stati Uniti e Russia. Molto dipenderà da come evolverà lo scenario ucraino. I ‘Paesi di Abramo’ sembrano destinati a navigare a vista, per il futuro prossimo almeno.

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