giovedì, Agosto 11

Israele – Iran: senza l’accordo sul nucleare, nel mirino c’è la società civile Tel Aviv attacca il sistema di distribuzione del carburante, Teheran risponde attaccando un sito di incontri LGBTQ. Sono i primi attacchi a causare danni diffusi alla società civile. Senza l'accordo sul nucleare attacchi informatici a obiettivi civili più deboli potrebbero essere l'inizio di una nuova fase del conflitto

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Mentre a Vienna, dopo cinque mesi, riprendono, oggi, i colloqui sul nucleare iraniano, il ‘New York Times‘, sabato, ha pubblicato un servizio in cui due funzionari della difesa degli Stati Uniti, sotto protezione di anonimato, hanno confermato che il mese scorso Israele ha effettuato l’attacco informatico contro il sistema di distribuzione del carburante dell’Iran, che nelle ultime settimane ha paralizzato 4.300 stazioni di servizio in tutto il Paese. Ci sono poi voluti 12 giorni perchè l’Iran riuscisse a ripristinare il servizio.
Giorni dopo, hacker affiliati all’Iran hanno violato un sito di incontri LGBTQ israeliano e hanno rilasciato i dettagli dei suoi utenti in un attacco informatico che ha sconvolto Israele.

Attacchi informatici tra i due Paesi non sono certo nuovi, quella che da tempo si sta combattendo tra Tel Aviv e Teheran è una guerra informatica ombra, quello che è nuovo, sottolineano gli osservatori, è il fatto che i due attacchi hanno preso di mira i civili. Fino ad ora gli attacchi delle due parti si concentravano su obiettivi militari, questi sono stati i primi a causare danni diffusi alla società civile; niente morti, ma «caos, rabbia e disagio emotivo su larga scala». Si prevede un’escalation del conflitto cibernetico, «gli attacchi informatici a obiettivi civili più deboli potrebbero essere l’inizio di una nuova fase del conflitto». L’escalation, afferma il ‘New York Times‘, arriva quando «le autorità americane hanno avvertito dei tentativi iraniani di hackerare le reti informatiche degli ospedali e altre infrastrutture critiche negli Stati Uniti. Man mano che le speranze di una resurrezione diplomatica dell’accordo nucleare iraniano svaniscono, è probabile che tali attacchi proliferino».
L’attacco al sistema di distribuzione del carburante iraniano, avvenuto il 26 ottobre,rimanda al «secondo anniversario delle grandi proteste antigovernative innescate da un improvviso aumento dei prezzi della benzina. Il Governo aveva risposto poi con una brutale repressione, che secondo Amnesty International aveva ucciso più di 300 persone. L’attacco informatico sembrava mirato a generare un’altra ondata di disordini antigovernativi».Quello dei disordini era chiaramente un obiettivo, infatti: «le pompe di benzina hanno improvvisamente smesso di funzionare e un messaggio digitale ha indirizzato i clienti a lamentarsi con il leader supremo dell’Iran,l’ayatollah Ali Khamenei, mostrando il numero di telefono del suo ufficio». Non bastasse, «gli hacker hanno preso il controllo dei cartelloni pubblicitari in città come Teheran e Isfahan, sostituendo gli annunci con il messaggioKhamenei, dov’è la mia benzina?‘». Non ci sono state rivolte, la risposta degli iraniani è stata la frustrazione, la sensazione di essere vittime di una guerra che non li riguarda.

L’attacco, poi, sempre secondo le rivelazioni del quotidiano americano, potrebbe aver fatto altri danni. «Un alto dirigente del Ministero del Petrolio e un commerciante di petrolio a conoscenza delle indagini, che ha parlato a condizione di anonimato per evitare ripercussioni, ha affermato che i funzionari erano allarmati dal fatto che gli hacker potrebbero aver anche acquisito il controllo dei serbatoi di stoccaggio del carburante del Ministero e del fatto potrebbero aver avuto accesso ai dati sulle vendite internazionali di petrolio, un segreto di Stato che potrebbe svelare come l’Iran elude le sanzioni internazionali. Poiché i server informatici del Ministero contengono dati così sensibili, il sistema funziona senza connessione a Internet, portando a sospetti tra i funzionari iraniani che Israele possa aver avuto un aiuto interno».


«Siamo in una fase pericolosa», ha detto Maysam Behravesh, ex capo analista del Ministero dell’Intelligence iraniano. «Ci sarà un prossimo round di attacchi informatici diffusi alla nostra infrastruttura. Siamo un passo più vicini allo scontro militare», riferisce il ‘New York Times‘.
La testata sottolinea altresì che Lotem Finkelstein, capo dell’intelligence presso Check Point, una società di sicurezza informatica, ha affermato che gli hacker iraniani «si sono resi conto che non hanno bisogno di attaccare un’agenzia governativa, che è molto più protetta”, ma potrebbero facilmente attaccare piccole aziende private, con una sicurezza meno sofisticata, “che controllano enormi quantità di informazioni, comprese informazioni personali finanziarie o intime su tanti cittadini”». Una consapevolezza alla quale ha contribuito probabilmente Israele stesso, sia con i suoi attacchi ai civili, sia con quello che ora c’è chi chiama ‘ventre molle’, ovvero la società civile. Ventre molle, in effetti, la società civile, come quella iraniana.

Yossi Melman, scrittore e giornalista israeliano noto in tutto il mondo per essere grande esperto della comunità dell’intelligence israeliana, oltre che di sicurezza e questioni nucleari, il 2 novembre, sul prestigioso quotidiano ‘Haaretz‘, era intervenuto con un servizio particolarmente attento quanto duro dal titolo ‘Israel’s Cyber Capabilities Are Superior to Iran’s, but It Has a Soft Underbelly‘ proprio riferito a questo attacco israeliano alla società civile iraniana.
«Non ha senso cercare di destabilizzare il governo iraniano attaccando la società civile, dal momento che tale umiliazione ha invariabilmente un effetto boomerang.Alimentare la lite informatica non è nell’interesse di Israele», recita il sottotitolo, decisamente esplicativo dell’articolo di Melman.

«L’umiliazione ha un effetto boomerang. E nel caso del cyber litigio di Israele con l’Iran, che rafforza solo il desiderio del regime degli ayatollah di rispondere e cercare vendetta. Inoltre, l’offensiva cyberwarfare che Israele sta incoraggiando attesta il fatto che stenta a comprendere i codici che guidano la leadership iraniana. Come un mulo testardo, Israele si sta trincerando e insiste nel ripetere i suoi errori passati, mentre sta sperimentando fallimenti nella sicurezza informatica nel proteggere le proprie strutture». Yossi Melman richiama poi gli errori del passato a cui allude. «Da due decenni Israele conduce operazioni segrete per contrastare, interromperee ritardare il programma nucleare iraniano e per controllare i suoi piani di espansione in tutto il Medio Oriente. Le operazioni di assassinio contro scienziati e generali nucleari, e danni agli impianti nucleari e ai siti missilistici, sono stati attribuiti all’intelligence israeliana, guidata dal Mossad . Non hanno aiutato». «La guerra psicologica -ora chiamata ‘guerra cognitiva’- che accompagna queste operazioni non sta distogliendo l’Iran dal suo obiettivo e non sta impressionando la sua leadership. La linea di fondo: l’Iran è ora più vicino che mai a diventare uno Stato di soglia nucleare».
La responsabilità Melman la rintraccia nella ‘massima pressione’ voluta dagli USA e incoraggiata da Israele. «L’accordo sul nucleare ha spinto il programma nucleare diversi anni indietro e ha allontanato la repubblica islamica dalla soglia del nucleare. Tutto ciò è cambiato quando l’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è entrato alla Casa Bianca e, con l’incoraggiamento dell’allora Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dell’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, ha ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo e ha intensificato le sanzioni statunitensi». In risposta, l’Iran ha iniziato a violare l’accordo ed è avanzato nel suo programma.
«Dopo il fallimento politico di Netanyahu e il ritiro di Cohen, si credeva che il Primo Ministro Naftali Bennett e il nuovo capo del Mossad David Barnea avrebbero tentato un approccio diverso. Ma pochi mesi dopo, sembra che Bennett, Barnea e il capo di stato maggiore dell’IDF Aviv Kochavisiano innamorati delle operazioni segrete, incitando l’Iran e rilasciando slogan come ‘Non permetteremo agli iraniani di avere armi nucleari‘ e ‘L’opzione militare è sul tavolo‘. Bennett, Barnea e Kochavi sanno bene che Israele da solo non ha alcuna opzione militare e che allontanare l’Iran dalla soglia nucleare richiede un attacco americano -cosa che non accadrà- o riportare gli iraniani al tavolo dei negoziati per reintegrare l’accordo nucleare».
Yossi Melman richiama gli attacchi e i tentativi di attacco da parte degli hacker iraniani alle valvole e le pompe dell’acqua israeliane, gli ingressi nei server di società israeliane, e afferma che è lo stesso tipo di attacco condotto contro il sito di incontri LGBTQ Atraf. Attacchi neanche troppo complessi, sottolinea.
«Israele è un ottimo esempio di una situazione in cui più sei avanzato, maggiore è la tua dipendenza dalla tecnologia e, di conseguenza,maggiore è il potenziale di danno. Le capacità high-tech e di sicurezza informatica di Israele sono di gran lunga superiori a quelle dell’Iran, ma ciò non impedirà una reazione iraniana. L’Iran è consapevole che è difficile per lui attaccare organizzazioni di difesa come il Mossad, il servizio di sicurezza Shin Bet e l’intelligence militare. Sa anche che le reti di infrastrutture critiche di Israele (elettricità, acqua, banche e altre) sono ben protette. Di conseguenza, espone il ventre molle della sicurezza informatica israeliana: la società civile. Sì, l’Iran sta anche conducendo una guerra cognitiva, il cui scopo è turbare gli israeliani, spaventarli, scuotere la loro fiducia nei sistemi informativi e danneggiarli come consumatori, che si tratti dei pazienti di Hillel Yaffeh o degli utenti di un sito di incontri LGBTQ».

«Sebbene Israele si vanti di essere una Startup Nation, in effetti la società civile ha difficoltà ad adottare e implementare standard relativi alla sicurezza informatica. La National Cyber Directorate trova difficile costringere le aziende civili a migliorare le proprie capacità di protezione, nonostante i ripetuti avvertimenti. Ci sono aziende che adottano le linee guida, ma ci sono anche alcuni casi di aziende che non ascoltano gli avvertimenti. È quello che è successo, ad esempio, con il server Atraf».

Forse, ‘suggerisce’ Yossi Melman, «l’establishment della difesa dovrebbe superare il condizionamento pavloviano e astenersi da attacchi informatici contro la società civile iraniana. Ciò non impedirà ransomware o attacchi di trolling, ma l’attrito nel cyberspazio con l’Iran sarebbe sicuramente ridotto.Israele non deve continuare ad aggiungere benzina al fuoco della guerra informatica, perché gli attacchi continueranno ad aumentare. La Direzione Nazionale Cyber è un organo operativo, e quindi chi deve prendere una decisione diplomatico-strategica sul tema e dimostrare una leadership coraggiosa è il Primo Ministro Bennett».

I colloqui di Vienna si sono aperti su posizioni apparentemente inconciliabili, con gli Stati Uniti che dimostrano ben poca fiducia nella possibilità di raggiungere un accordo, e con il ‘mulo’ Israele, che che si è sempre opposto all’accordo originale, che ribadisce che «le opzioni militari sarebbero sul tavolo se la diplomazia non riuscisse a ripristinare il patto. Loro (gli iraniani) giocheranno per guadagnare tempo,guadagneranno miliardi dalla rimozione delle sanzioni, continueranno a ingannare il mondo e avanzeranno di nascosto il loro programma nucleare“, ha detto ai giornalisti a Londra il Ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid», riferisceReuters. «“Questo è quello che hanno fatto in passato, ed è quello che faranno anche questa volta. L’intelligence è chiara. Non lascia dubbi».
L’esposizione della società civile a questi attacchi se davvero si dovessero moltiplicare, rischierà di innescare disordini ad ampio raggio, destabilizzare la società, sia iraniana che israeliana. Se il rischio sarà percepito a Vienna di vedrà, per ora politica e intelligence sembrano lontane dalla gente che vive la sua vita per le strade di Tel Aviv, Teheran, Gerusalemme, piuttosto che New York.

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