venerdì, Ottobre 22

Israele, in carcere i migranti in marcia field_506ffb1d3dbe2

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Il parco Gan Levinsky, a Tel Aviv, luogo di ritrovo della comunità africana (Foto: Emma Mancini)

Il parco Gan Levinsky, a Tel Aviv, luogo di ritrovo della comunità africana (Foto: Emma Mancini)

Tel Aviv – Appare sempre più difficile per i migranti africani trovare protezione in Israele. La battaglia politica del governo di Tel Aviv contro i richiedenti asilo (etichettati dall’esecutivo del premier Netanyahu come “infiltrati”) prosegue a suon di nuove leggi, altre restrizioni e repressioni di proteste pacifiche

Martedì la lunga marcia verso Gerusalemme, a cui hanno preso parte oltre 150 africani, si è conclusa con pestaggi di attivisti israeliani e arresti dei migranti. L’intenzione dei manifestanti, partiti domenica scorsa dal centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev, era quella di raggiungere la sede del parlamento israeliano, la Knesset, e l’ufficio del primo ministro. A fermarli un ingente dispiegamento di poliziotti, che li ha costretti a salire su dei pullman diretti al carcere di Saharonim.

Una marcia per chiedere diritti, per il riconoscimento del loro status di rifugiati, che ha attirato l’attenzione di numerosi attivisti israeliani e anche di alcuni residenti del kibbutz Nahshon, che hanno offerto loro sostegno politico e anche cibo e riparo per la notte. E proprio sulle organizzazioni per i diritti umani intervenute a fianco dei manifestanti africani si è scagliata l’ira del ministro dell’Interno, Gideon Sa’ar, l’autore della legge ‘anti-infiltrazione’: «Si tratta di persone che oggi hanno istigato, provocato e spinto gli infiltrati a violare la legge che il parlamento ha emesso la settimana scorsa. Infamano lo Stato di Israele e disturbano le forze dell’ordine». La sinistra israeliana ha protestato contro la dura repressione della marcia dei migranti: il partito Meretz ha definito l’intervento della polizia «violento e vergognoso», mentre il parlamentare Gil’on ha chiesto una politica chiara verso i richiedenti asilo, accusando il governo di imprigionare rifugiati e di violare le Convenzioni delle Nazioni Unite.

Ma facciamo un passo indietro. La scorsa settimana il parlamento israeliano ha emendato la legge sull’immigrazione, a seguito della sentenza della Corte Suprema che vietava allo Stato di imprigionare fino a tre anni migranti entrati illegalmente nel Paese. La Knesset ha optato per un po’ di make up: a cambiare non è la sostanza, ma la forma. Ovvero, secondo il nuovo emendamento, gli ‘infiltrati’ saranno ‘ospiti’ di un ‘centro di raccolta’ per un anno. Qui, nel centro di Holot, in pieno deserto del Negev, riceveranno un letto su cui dormire e due pasti al giorno. Nella realtà si tratta di un carcere mascherato: potranno entrare e uscire, ma dovranno trascorrere nel centro la notte (dalle 22 alle 6) e fuori non potranno lavorare. Non solo: dovranno presentarsi tre volte al giorno nel centro per la firma di presenza. Nella pratica, la libertà di movimento è annullata, così come quella di trovare un impiego per mantenere la propria famiglia.

Per il nuovo piano il governo ha stanziato 90 miliardi di euro e previsto l’assunzione di 550 dipendenti al Ministero della Sicurezza Interna e a quello dell’Economia. Infine, saranno consegnati dai 1.500 ai 3.500 dollari ai migranti che ‘volontariamente’ decideranno di far ritorno al loro Paese. Paesi da cui gran parte di 55mila richiedenti asilo entrati in Israele negli ultimi sette anni sono fuggiti a causa di guerre, persecuzioni politiche e torture. Hanno attraversato il deserto, hanno subito vessazioni, pestaggi e stupri da parte di contrabbandieri nordafricani, per giungere in Israele dove speravano in un’accoglienza migliore.

Si sono invece ritrovati stipati in tre quartieri-ghetto di Tel Aviv (Neve Shaanan, Shapira e Hativka), tagliati fuori dalla società israeliana e costretti a ricreare da soli una struttura sociale normale. Negli anni i 55mila sudanesi e eritrei hanno aperto scuole e cliniche per venire incontro ai bisogni della comunità, non potendo accedere – per legge o per consuetudine – ai servizi israeliani.

Da parte sua, il governo non intende riconoscerli come richiedenti asilo, nonostante abbiano le carte in regola per un simile status: dal 2006 ad oggi Tel Aviv ha accordato l’asilo politico allo 0.15% dei richiedenti, nel 2013 di 2.953 richieste ne sono state accettate quattro. A definire il loro limbo giuridico è stata per anni la Legge contro l’Infiltrazione del 1954, emendata la prima volta nel 2012: carcere fino a tre anni per ingresso illegale in Israele. La Corte Suprema ha bocciato l’emendamento, riapprovato con ben poche modifiche la scorsa settimana.

La loro vita resta precaria: difficile trovare un lavoro, una casa a prezzi accessibili e servizi pubblici efficienti. Molti di loro sono costretti a vivere sulle panchine del parco Gan Levinsky, a Tel Aviv, dove la mattina presto aspettano un caporale che li assuma a giornata.

Una vita terribile che in molti non si aspettavano dopo essere riusciti a fuggire da guerra e fame. Hanno attraversato il deserto, sono stati venduti a trafficanti di uomini, torturati e stuprati, resi schiavi. E una volta giunti in Israele si ritrovano chiusi dietro le sbarre di una prigione o ghettizzati in un quartiere di Tel Aviv. Tanto che alcuni hanno optato per la deportazione volontaria: firmati dei documenti, sono stati fatti salire su aerei in direzione Eritrea e Sudan.

La loro storia ce la racconta Mutasim Ali, giovane rifugiato sudanese, in fuga dal Darfur. Oggi è un esempio e una guida per l’intera comunità africana, quasi un portavoce. “Sono fuggito dal conflitto e dal genocidio in Darfur. Là studiavo geologia, mi sono anche laureato. Ma era impossibile continuare a vivere lì: ero attivo politicamente, con l’obiettivo di dare voce ai giovani come me, e per questo sono stato arrestato tre volte. Sono stato torturato. Una volta fuori, ho deciso di fuggire in Egitto, non certo il posto migliore per chiedere protezione”.

L’Egitto ha relazioni stabili con il Sudan e le autorità del mio Paese hanno una presenza importante, potevo essere rintracciato in qualsiasi momento – continua Mutasim – Per questo ho scelto Israele, un nemico del Sudan: non c’è l’ambasciata e nemmeno la coordinazione alla sicurezza. Speravo che un popolo di ebrei, sopravvissuti ad un genocidio, comprendesse la mia situazione e mi accogliesse. Ma una volta entrato, sono stato subito arrestato dall’esercito e sono rimasto in prigione per qualche settimana. Dopo il rilascio, mi hanno dato un biglietto dell’autobus per Tel Aviv. Senza sostegno, senza informazioni. Era il 2009. Da allora vivo qui. Oggi lavoro in un hotel a 5 stelle a Nord della città, sono tra i pochissimi fortunati”.

Le richieste che muove Mutasim sono semplici, basilari: vivere dignitosamente, da uguali tra uguali, senza divisioni etniche o religiose: “Il governo israeliano ci usa come spauracchio per attirare consenso. L’altro, il diverso, il pericolo. Lo fa per non trattare altri temi, come quello della giustizia sociale. Ma che pericolo rappresentiamo? Siamo persone in fuga da torture, morte, persecuzioni. Prima molti di noi temevano di essere deportati da Israele, ma oggi dopo aver vissuto la segregazione di Tel Aviv non ci interessa più niente”.

Le stesse richieste mosse dai manifestanti nella lunga marcia verso Gerusalemme: l’asilo politico, protezione e libertà. Il governo israeliano ha risposto con gli arresti, protetto dal plauso di gran parte della società israeliana che negli ultimi due anni è scesa più volte in strada per manifestare contro la presenza degli immigrati nelle proprie comunità. Agli slogan razzisti sono spesso seguite aggressioni fisiche contro africani e le loro proprietà. Alcune case sono state date alle fiamme e molti giovani africani sono stati picchiati dalla folla. Mentre, dallo scranno del parlamento, non pochi esponenti del governo e delle istituzioni incitavano la rabbia popolare con slogan triti e pericolosi.

 

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