lunedì, Giugno 14

Israele: ‘Il governo Bennett per il salvataggio della destra’ Il suo obiettivo principale è sollevare la destra dai fardelli posti da Netanyahu, senza superare il suo programma, mantenendo potere e status quo. Così spiega in questa intervista Mudar Kassis, illustrando l'ottica palestinese

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Oggi arriva formalmente alla Knesset (il Parlamento israeliano) l’annuncio del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, che un governo è stato formato. La legge prevede che il voto di fiducia debba avvenire entro sette giorni dall’annuncio, per tanto, probabilmente, lunedì 14 giugno i 120 parlamentari saranno chiamati a esprimere il loro voto, e se tutto fila liscio il nuovo governo giura. Naftali Bennett, leader di Yamina, sarà Primo Ministro fino al 27 agosto 2023, a quel punto Lapid lo sostituirà e Bennett diventerà Ministro degli Interni. Durante la prima metà del mandato Lapid sarà Ministro degli Esteri. La coalizione complessivamente è composta da 8 dei 13 partiti che siedono in Parlamento, in rappresentanza di destra, sinistra, centro, ebrei, arabi.

Sulla carta, la coalizione messa insieme da Lapid gode di 61 voti. Alla prova dei fatti si vedrà. Infatti, fin dall’annuncio della nascita dell’Esecutivo, Benjamin Netanyahu, l’eterno Bibi, l’uomo contro il quale questa coalizione ha preso forma, ha lavorato per provare affondarla prima ancora che nasca. E i segnali in questa direzione non mancano. Anche perchè basta un voto perchè il lavoro di Lapid vada in fumo.

Un governo che metterebbe fine all’era di Netanyahu, si è detto, con toni più o meno trionfalistici. Come si è detto che sarà un governo debole, non tanto e non solo perchè appeso a un voto, quanto perchè mette insieme forze politiche di ideologie opposte, che nulla condividono se non la voglia di sbarazzarsi dell’ingombrante Bibi. ‘Ingombrante’, oramai un problema, per il Paese, ma soprattutto per il suo stesso partito, il Likud, imbarazzante per quelle accuse alle quali è chiamato rispondere, e oramai non più intoccabile, ora che il suo grande padrino, Donald Trump, è fuori dalla Casa Bianca. Ora è arrivata l’ora di sbarazzarsi di Bibi. E i suoi ex alleati, per non dire i suoi stessi compagni di partito, chi a viso aperto, i più sottobanco, sono i primi a volerlo fuori. Di mezzo c’è la salvezza della destra.

Tra coloro che ritengono che questo governo sia stato costruito allo scopo di salvare la destra israeliana vi è Mudar Kassis, docente presso il Dipartimento di Filosofia e Studi Culturali dell’Università di Birzeit (Palestina) e Membro del Consiglio del Master in Democracy and Human Rights dal 1999 in rappresentanza dell’Università. Kassis è tra gli studiosi che da anni conducono studi sull’essenza coloniale di Israele, la sua oppressione dei palestinesi nel loro insieme, la realtà dello Stato unico sulle finzioni della partizione, il tutto in riferimento al diritto al centro di queste tematiche.

 

Professor Kassis, governo Lapid-Bennett, posto che la Knesset gli conceda la fiducia, è un governo che davvero rompe con il passato dell’era Netanyahu?

Definirei questo governo potenziale ‘il governo Bennett del salvataggio della destra’. Il suo obiettivo principale è sollevare la destra dai fardelli posti da Netanyahu, senza superare il suo programma. I fatti sono: (a) un governo così squallido probabilmente non durerà fino a quando Lapid non diventerà Primo Ministro; (b) Bennet che guida una lista che ha vinto solo 7 seggi, rispetto ai 17 seggi della lista di Lapid, riceve la presidenza per garantire un governo di destra e non di centrodestra (che un governo guidato da Lapid potrebbe invece suggerire); (c) la maggior parte dei membri della coalizione non ha nulla contro l’adesione a un governo guidato dal Likud, ma il Likud è ammanettato e reso indisponibile dall’insistenza di Netanyahu nel guidarlo per garantirsi la massima impunità; (d) Bennett è un ex leader dei coloni che rifiuta il concetto di Stato palestinese sovrano; (e) i tre partiti di estrema destra – Yamina, New Hope e Yisrael Beiteinu (che insieme costituiscono meno di un terzo -20- dei seggi della coalizione), che stavano guidando i negoziati della formazione della coalizione, e la stanno guidando, sono più di destra rispetto a Netanyahu; e (f) il numero totale di seggi di centro destra, destra (incluso Ra’am) e ultradestra in questa coalizione è di 48 seggi (79%). Questa coalizione è, oltre alla realizzazione delle ambizioni di alcuni dei suoi membri, soprattutto un tentativo di rottura con Netanyahu. Ma è anche un tentativo di prolungare la sua era, anche se tale prolungamento comporta qualche freno o rallentamento in alcune delle principali direzioni guidate da Netanyahu, condivise dalla maggioranza dei membri della coalizione, come l’espansione degli insediamenti. Netanyahu è stato piuttosto un’audace incarnazione della versione israeliana del tardo neoliberismo, che è attualmente in crisi. La configurazione proposta è un tentativo di salvare l’era nel frattempo risolvere le contestazioni dell’élite intra-destra e tentare di gestire la crisi delle tendenze ultra-neoliberali che Netanyahu ha guidato durante i suoi anni in carica coloniale. Ciò significa che assisteremo a un forte discorso populista sull’unità finché questa coalizione rimarrà al potere.

Resta il fatto che si tratta di un governo di forze di destra, sinistra, centro, religiosi ebrei, arabi, quindi un governo con ideologie così diverse e contrapposte e quindi linee politiche operative, quale programma potrà portare avanti?

L’unico programma possibile di un tale governo è mantenere il potere e difendersi dagli attesi attacchi quotidiani contro se stesso dal campo di Netanyahu e, poco dopo, da elementi interni di insoddisfatti di sinistra e di destra che continueranno a spingere Bennett e Lapid a mantenere le promesse elettorali e post-elettorali non mantenute. Se dopo di ciò rimane un po’ di energia, ogni membro della coalizione lavorerà per espandere la propria base elettorale e prepararsi per le prossime elezioni. Per ottenere una legittimità diversa dalla sua esigua maggioranza parlamentare, questo governo è condannato a lavorare sodo per compiacere l’amministrazione americana. Potrebbero anche tentare di approvare alcune leggi che beneficiano dell’assenza dei partiti ultra-ortodossi, ma in un modo limitato che non sia in conflitto con la componente religiosa esistente della coalizione (inclusa la sua premiership). Dovranno per lo più mantenere lo status quo per quanto riguarda i temi relativi alla natura esclusiva, aggressiva, coloniale e di apartheid dello Stato.

Potrebbe essere un governo di transizione che prepara il terreno a forze omogenee capaci di dare veramente un nuovo governo per un effettivo post-Netanyahu? Ci sono uomini nel mondo politico ebraico-israeliano e arabo-israeliano oggi in grado di costruire questa piattaforma politica?

Il problema di Israele non viene dal governo. Al contrario, la crisi di governo eprime il problema di Israele. Non ci può essere un forte campo progressista in Israele finché gli israeliani sentono il bisogno di unirsi contro un nemico esterno, e il nemico esisterà finché Israele sarà uno Stato espansionista. Questa è una situazione di emergenza, perché finché non ci sarà un forte campo progressista, nulla cambierà nella natura espansionistica di Israele. Quindi, l’unica speranza di cambiamento dovrebbe venire dall’esterno, e questo non dipende da questa o da qualsiasi altra possibile coalizione. Comprendere questa situazione è la chiave per capire perché lo stallo israeliano è uno stallo destra-destra di cui la sinistra (qualsiasi sinistra) non può beneficiare. Il periodo in carica di questo governo servirà sicuramente come un periodo in cui tutte le forze lavoreranno per riorganizzare la scena politica israeliana, ma c’è poco da fare che non sia legato a fattori esterni. La sinistra sionista è piuttosto esposta e deve scegliere tra essere sionista o sinistra. Il campo arabo progressista (compresi i suoi membri ebrei) ha appena subito un grave colpo, dovuto principalmente alla frammentazione della componente dei fratelli musulmani della Lista Comune, Ra’am, che ha deciso di aderire alla destra ebraica israeliana. La spaccatura dei partiti prevalentemente arabi ha spostato i criteri etnici dall’essere centrale alla creazione di più spazio per la diversificazione della sinistra e della destra araba. Ciò ha portato allo spostamento del voto tradizionale per la Lista Unita di voti a sinistra (come Meretz) e a destra (come Likud). Il campo sionista liberale, che è stato superato dai neoliberisti, non ha alcuna possibilità di mantenere le sue posizioni senza spostarsi a sinistra dopo che la maggior parte dei suoi elementi di destra si sono radicalizzati negli ultimi due decenni, ma è più sionista che di sinistra. A causa della prevalenza della politica neoliberista a partire dalla fine degli anni settanta del secolo scorso e della conseguente forte polarizzazione della società israeliana, Israele detiene il più alto tasso di povertà tra i Paesi dell’OCSE, con oltre un quinto della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà . Insieme alle politiche nazionaliste e dell’apartheid e a un elenco di divisioni sociali interne, che sono state promosse durante il periodo di Netanyahu, Israele è attualmente considerato da molti analisti uno Stato proto-fascista. Ciò significa che c’è spazio per l’emergere di una coalizione antifascista, che può anche fungere da forza anticoloniale, ma ciò non è probabile che accada, mentre le forze protofasciste più evidenti sono o nella forte opposizione o in un governo disabile che ha bisogno di mantenere lo status quo.

C’è chi ritiene che in qualche modo questo governo rappresenti anche la rinascita della sinistra, fino ad ora data per morta.

Non condivido l’idea che ci sia stata una rinascita della sinistra. Meretz, l’unico partito di sinistra a maggioranza ebraica, ha riguadagnato 3 seggi che aveva perso nel periodo passato. Il centrosinistra (per gli standard israeliani) Laburista ha riconquistato 4 seggi per un totale di 7 seggi che non hanno paragoni con le sue dimensioni storiche. Una quantità simile di seggi (6 oltre ai 4 di Ra’am) sono stati persi dalla sinistra prevalentemente araba (la Lista Unita). È troppo presto per parlare di una rinascita della sinistra in Israele, un Paese che vuole mantenere la sua natura esclusiva, e le strutture di apartheid, che vengono riconosciute da una crescente gruppo di esperti legali, attivisti per i diritti umani e molti politici in tutto il mondo e all’interno di Israele. Riuscite a immaginare un’ondata di sinistra tra i bianchi sudafricani nell’era dell’apartheid? Erano o di destra o pro-neri. Penso che lo stesso valga per Israele oggi, o si è di destra o si è anticoloniali. Coltivo qualche piccola speranza sulla possibilità di una riduzione della spinta populista di estrema destra che Netanyahu stava guidando, se questo fosse ‘consumato’ nei suoi casi giudiziari, e non perché sarà all’opposizione se questo progetto del governo si realizzerà.

Si aspetta che durante questo governo si possa riprendere il dialogo sulla soluzione dei due Stati?

Sembra nell’interesse di questo governo, e nell’interesse dell’amministrazione statunitense, reincarnare un ‘processo di pace’, ma nessuno dei due è interessato a raggiungere la pace, né un tale governo in Israele è in grado di farlo. Tieni presente che il collegio elettorale e l’ideologia di Bennett sono condizionati dalla violenza dei coloni e che il suo partito non è l’unico con un tale impegno nella coalizione. Inoltre, mentre l’avvio di un dialogo con l’Autorità Palestinese è anche vantaggioso per quest’ultima, la soglia che il pubblico palestinese richiede dopo un processo fallito per più di 25 anni è qualcosa che un tale governo in Israele non può permettersi, né il pubblico israeliano è pronto concederlo. È anche una soglia che l’amministrazione statunitense non concepisce ancora. L’impatto dei ‘successi’ Netanyahu-Trump nel declassare la questione palestinese sulla scala delle priorità della politica internazionale, insieme all’ultima ondata di normalizzazione di alcuni regimi arabi con Israele, e l’impegno dei Paesi arabi nei problemi di politica interna, insieme con divisioni interne palestinesi, farà mancare gli ingredienti necessari per un processo di pace di successo.

Per la prima volta dagli anni ’90, un governo israeliano riesce ad ottenere l’appoggio di un partito arabo, Ra’am. Qualcosa, dunque, sta cambiando anche nel mondo politico arabo-palestinese? Cosa ha portato Ra’am a questa partecipazione? Solo la volontà di mandare a casa Netanyahu o c’è qualcos’altro?

Mansour Abbas (il leader Ra’am) si è separato dalla Lista Unita per unirsi a Netanyahu, non al Lapid-Bennett. Sta facendo un’offerta per una posizione simile a quelle storicamente adottate dai partiti ebraici ultra-ortodossi: fornire la maggioranza parlamentare in cambio di benefici governativi. Sembra essere mentalmente bloccato nella nozione di post-politica della metà degli anni ’90, e vuole schiacciare il suo partito nella stretta corrente di destra del panorama politico israeliano, a cui è idoneo dal punto di vista della sua ideologia islamista e dal punto di vista della destra israeliana, che immagina di presentare il conflitto come religioso. Di recente ha dichiarato di preferire un governo rigorosamente di destra, perché crede che solo la destra gli dia legittimità. Ha in sostanza accettato l’idea di essere un abitante in Israele con interessi e benefici, ma senza diritto all’autodeterminazione, che secondo la famigerata legge israeliana sulla nazionalità è riservato agli ebrei. Sembra che gli arabi israeliani debbano ora ripensarsi in un modo che li delinei da una posizione così inaccettabile dal punto di vista dell’indigeneità, della pari cittadinanza o semplicemente della dignità.

Naftali Bennett ha detto di Mansour Abbas: “Ho visto un uomo perbene, ho visto un leader coraggioso”.

Menahim Begin ha parlato di Sadat come di un leader coraggioso, e così ha fatto Arafat di Peres e Rabin. Sadat è ancora considerato un traditore dalla maggioranza degli arabi: la pace israelo-egiziana è rimasta ‘fredda’ e ha impedito il raggiungimento della pace sui fronti palestinese e siriano. Gli accordi di Oslo che Arafat, Peres e Rabin avevano stipulato si sono rivelati condannati. Sebbene Mansour Abbas non possa essere promosso ai ranghi dei leader nazionali, presumo che Bennett abbia interesse ad alludere a un tale potenziale illusorio. Rompere la tradizione richiede coraggio, ma non ogni rottura con la tradizione è progressiva, né politicamente sostenibile. In passato, ci sono stati più casi tra arabi israeliani che hanno aderito ai partiti sionisti in passato, ma non sono mai stati rappresentativi del loro collegio elettorale, sono stati percepiti come delegati locali del regime che possono fornire alcuni servizi sotto forma di carità, e non come diritti. Quando Bennett ha rilasciato la dichiarazione sul coraggio di Mansour Abbaas, ha anche notato che gli accordi di coalizione non contengono “una sola parola di nazionalismo”, spiegando che ciò che Ra’am ha richiesto è solo relativo a questioni civili degli arabi israeliani. La domanda per gli arabi israeliani non è come negoziare i termini della loro esistenza -la loro posizione nella struttura coloniale- ma come smantellare il colonialismo, come denormalizzare lo stato di eccezione e rendere Israele uno Stato di tutti i suoi cittadini. Solo tali strategie possono costituire una base per l’eroismo politico e la decenza nella condizione attuale.

Realisticamente, cosa possono aspettarsi gli arabi israeliani da questo governo?

La natura dell’apartheid di Israele è legalmente, istituzionalmente e ideologicamente stabilita. Il governo proposto non è un’esclusione. Solo Meretz e Ra’am potrebbero sperare diversamente, ma sono decisamente messi da parte. Qualunque cosa Mansour Abbas abbia patteggiato potrebbe materializzarsi parzialmente in una proporzione corrispondente alla durata al potere di questa coalizione. Questo non sarà un precedente. I membri arabi della Knesset sono riusciti, attraverso la lotta parlamentare e l’azione civile, a ottenere piccole cose negli ultimi decenni, quindi non c’è da aspettarsi nulla di significativo nel prossimo futuro. I problemi degli arabi israeliani sono strutturali e il loro trattamento richiede un cambiamento strutturale che non può aver luogo prima della sconfitta dell’esclusività ebraica legalizzata, istituzionalizzata e normalizzata in Israele.

E cosa possono aspettarsi i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania? E come hanno reagito alla notizia?

I palestinesi che vivono sotto occupazione non vedono differenze tra i governi israeliani. Questa è la situazione dal 1967. La brutalità dell’occupazione è una funzione del colonialismo di Israele e non delle sue sfumature politiche. I palestinesi sono stati e sono tuttora uccisi, picchiati, imprigionati e torturati sotto tutti i governi israeliani senza esclusione. Non ci sono indicatori di alcun cambiamento in questo senso. Bennett si è già assicurato di annunciare che l’attuale coalizione non gli impedirà di intraprendere una guerra contro Gaza, o di fermare gli insediamenti, per non parlare dell’occupazione belligerante. Sono solo la pressione e l’intervento internazionali esterni che possono risparmiare alcune vite ai palestinesi per il momento. È importante notare che finché Israele vedrà prevalere la sua potenza, sopprimerà e umilierà i palestinesi anche con il pretesto di ‘renderli più suscettibili alla pace’!

Quali sono gli stati d’animo nei confronti di questo governo all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese? E cosa pensa l’AP della partecipazione di Ra’am?

La reazione dell’Autorità Palestinese dipenderà dalle iniziative israeliane e/o statunitensi. Presumo che sarà riservato nella sua reattività a slogan come ‘riprendiamo i negoziati senza condizioni preliminari’ o simili, poiché ogni passo che fa per avvicinarsi al governo israeliano è un passo lontano dal suo popolo, che è già lontano abbastanza da questa Autorità. Ra’am non è mai stato visto, da nessuna prospettiva, come un alleato dell’Autorità Palestinese. Non è escluso un legame tra i due, soprattutto che Hamas abbia preso le distanze da Mansour Abbas dopo la sua adesione alla coalizione.

Pensa che con questo governo in carica si possano sbloccare le elezioni palestinesi?

Se viene esercitata la pressione degli Stati Uniti, un tale governo non sarà in grado di opporsi con forza all’organizzazione delle elezioni a Gerusalemme, ma le ragioni per rinviare le elezioni previste per lo scorso maggio non sono state solo l’organizzazione delle elezioni a Gerusalemme che necessita di coordinamento con Israele. Ci sono state varie dichiarazioni secondo cui la sicurezza israeliana non voleva che le elezioni si svolgessero insieme ad altre potenze regionali, e lo stesso Presidente palestinese era piuttosto titubante. L’ultima guerra a Gaza ha creato un significativo credito popolare per Hamas e ulteriore sgomento per il Presidente Abbas e dubbi sulla sua politica. Difficile immaginarlo entusiasta delle elezioni del prossimo futuro. Ci vorranno alcuni nuovi eventi e una certa ripresa economica per ricreare una situazione in cui lui, i suoi alleati e i suoi consiglieri si sentano a proprio agio e al sicuro con il suffragio universale.

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