lunedì, Giugno 21

Israele – Gaza: quando i nemici sono anche interni Se Hamas attacca per mettere all’angolo Al Fatah e Abu Mazen, Netanyahu prova a sfruttare la situazione per sabotare i colloqui per la formazione del nuovo governo da cui sembra essere al momento tagliato fuori e mantenere il potere

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Sono giorni ‘infernali’ in Medio Oriente. Le ostilità tra Israele e Hamas sono proseguite nella notte e nel mattino. Sono stati circa 1.500 i razzi lanciati da Gaza in direzione delle città israeliane da quando sono iniziate le ostilità fra Hamas e Israele. I principali obiettivi sono state le città israeliane di Tel Aviv e Beersheba, ma le sirene d’allarme hanno suonato anche vicino a Gerusalemme precisamente a Beit Shemesh, Nataf e Mevo Horon. Due persone hanno subito lievi ferite provocate da schegge a Kiryat Gat, mentre un razzo è precipitato all’ingresso di parcheggio a Tel Aviv, provocando solo danni materiali. Hamas ha rivendicato il blitz attraverso Abu Obeida, portavoce delle Brigate al-Qassam, ala militare del partito estremista palestinese. Obeida ha aggiunto che le Brigate hanno avvisato le compagnie straniere di non volare in Israele «perche i due aeroporti Ben Gurion e Ramon (vicino Eilat) sono nel mirino delle Brigate».

Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno proseguito gli attacchi nella Striscia di Gaza e rafforzato la presenza militare lungo la linea di demarcazione che separa l’enclave palestinese dallo Stato di Israele. Secondo i dati del ministero della Salute gestito da Hamas dall’inizio delle ostilità sarebbero almeno 83 i morti, tra cui 17 bambini, e 487 i feriti. In una nota, il movimento di Hamas, al governo nella Striscia di Gaza, ha rivendicato la responsabilità dell’attacco sottolineando che è una riposta all’uccisione da parte delle Forze di difesa israeliane di diversi esponenti di spicco dell’organizzazione nei raid condotti contro l’enclave palestinese. Questa mattina, le Idf hanno annunciato di aver colpito una postazione di Hamas dotata di tre lanciatori per missili anticarro, precisando di aver inoltre colpito quattro unità del gruppo mentre stavano lanciando razzi contro obiettivi israeliani. L’aviazione israeliana ha effettuato nuovi raid sul territorio della striscia di Gaza dove, secondo il ministero della Sanita’ locale, sono morte almeno 67 persone dall’inizio delle ostilita’. Sono invece finora sette le vittime in Israele. Il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha assicurato che le operazioni continueranno finche’ la situazione non sara’ “del tutto tranquillizzata”. Nelle centinaia di operazioni degli scorsi giorni l’aviazione dello Stato ebraico ha ucciso quattro comandanti militari e decine di funzionari di Hamas. Due palazzi ritenuti basi del movimento islamista sono stati rasi al suolo. 

Intanto le Brigate al Qassam, l’ala armata di Hamas, ha invitato i palestinesi della Cisgiordania ad unirsi alla lotta contro Israele. “Andate avanti, combattete il nemico in ogni campo”, ha riferito il portavoce del gruppo armato Abu Obeida in un comunicato. “Ciò che distingue questa battaglia è la solidarietà del nostro popolo ovunque si trovi, ciascuno secondo le circostanze sul campo”, ha aggiunto. Il portavoce ha inoltre minacciato di inasprire gli attacchi nei prossimi giorni, nel caso in cui Israele superi “la linea rossa”. “Colpire Tel Aviv, Dimona e Gerusalemme sarà facile come bere un bicchier d’acqua”. Il presidente dell’Autorita’ Palestinese, Abu Mazen (Mahmoud Abbas), ha affermato che Israele ha “superato qualsiasi limite” con i suoi attacchi. Secondo la versione online di Haaretz, Abu Mazen ha aggiunto che “Gerusalemme rappresenta una linea rossa e non ci sarà pace né stabilità senza la fine dell’occupazione”.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto un’altra riunione d’emergenza sul peggioramento delle ostilita’ tra Israele e Palestinesi, di nuovo senza concordare una dichiarazione congiunta a causa dell’opposizione degli Stati Uniti, alleato chiave di Israele, hanno detto i diplomatici. Secondo diverse fonti, 14 dei 15 membri del Consiglio erano a favore dell’adozione di una dichiarazione congiunta volta a ridurre la tensione. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno visto la riunione del Consiglio di sicurezza come una sufficiente dimostrazione di preoccupazione. Già durante una prima riunione di emergenza lunedi’, gli Stati Uniti avevano rifiutato di appoggiare anche  un testo proposto da Tunisia, Norvegia e Cina che invitava tutte le parti ad astenersi dalle provocazioni. I rinnovati lanci di razzi e i disordini nelle citta’ miste ebraico-arabe hanno alimentato i crescenti timori che la violenza mortale tra Israele e i palestinesi possa degenerare in una guerra su larga scala.

A Washington, il capo diplomatico Antony Blinken ha annunciato che un inviato americano,  Hady Amr, si recherà  in Medio Oriente per cercare di calmare le tensioni tra Israele e i palestinesi. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha annunciato di aver parlato con il presidente dell’Autorita’ palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e ha chiesto la fine del lancio di razzi dalla striscia di Gaza verso Israele. “Ho parlato con il presidente Abbas della situazione in corso a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza. Ho espresso le mie condoglianze per la perdita della vita. Ho sottolineato la necessita’ di porre fine agli attacchi missilistici e di abbassare le tensioni”, ha twittato il funzionario americano.

«Israele ha il diritto di difendersi», aveva affermato nella serata di mercoledì 12 maggio il presidente americano che poi parlando al telefono col premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva lanciato un appello perchè venga al più presto ripristinata la calma.

Ma in un segno di frustrazione dopo la mossa degli Stati Uniti di bloccare una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza, quattro membri del Consiglio dall’Europa – Norvegia, Estonia, Francia e Irlanda – hanno rilasciato una propria dichiarazione congiunta. “Condanniamo il lancio di razzi da Gaza contro le popolazioni civili in Israele da parte di Hamas e di altri gruppi militanti, che e’ totalmente inaccettabile e deve cessare immediatamente”, si legge nella dichiarazione. “Il gran numero di vittime civili, compresi i bambini, degli attacchi aerei israeliani a Gaza, e di vittime israeliane dei razzi lanciati da Gaza, e’ preoccupante e inaccettabile”. 

“Chiediamo a Israele di cessare le attivita’ di insediamento, le demolizioni e gli sgomberi, anche a Gerusalemme Est”, hanno scritto. E l’ambasciatore palestinese all’ONU Riyad Mansour ha pubblicato una lettera ai vertici dell’organizzazione mercoledi’ in cui li ha supplicati di “agire con immediatezza per chiedere che Israele cessi i suoi attacchi contro la popolazione civile palestinese, anche nella striscia di Gaza”. Ha anche chiesto loro di esigere che Israele “cessi tutte le altre azioni e misure illegali israeliane nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, compreso l’arresto dei piani per lo spostamento forzato e la pulizia etnica dei palestinesi dalla citta’”.

Alla domanda sull’incapacita’ del Consiglio, l’organo incaricato della pace nel mondo, di esprimersi sugli scontri israelo-palestinesi, il portavoce dell’ONU Stephane Dujarric ha espresso la speranza di una svolta presto. Dichiarando che c’e’ il desiderio che i membri del Consiglio trovino “la capacita’ di rilasciare una dichiarazione”, ha aggiunto che “qualsiasi situazione internazionale beneficera’ sempre di una voce forte e unificata del Consiglio di Sicurezza”.

Fin qui la cronaca delle ultime ore. Ma come si è arrivati a questo punto? Tutto parte dalla minaccia di sfratti di dozzine di famiglie palestinesi (una settantina di persone) dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme (dove si aspetta una sentenza della Corte Suprema) per far posto a famiglie israeliane, seguita dalle provocatorie marce di coloni ebrei che, al canto di ‘morte agli arabi’, attraversavano le aree arabe della città. La violenza si è estesa al complesso della moschea di Al-Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’Islam, e un’incursione della polizia israeliana nella venerata moschea – compreso l’uso di granate assordanti sui fedeli che vi manifestavano – ha dato il via ad altre manifestazioni. Allo stesso tempo, i funzionari israeliani hanno cercato di ridurre la scala, rinviando gli sgomberi e dirottando una parata potenzialmente provocatoria di nazionalisti ebrei religiosi.

Le cose hanno preso una svolta tragica lunedì, quando Hamas e la Jihad islamica palestinese, chiesto l’immediato ritiro della polizia israeliana dalla Spianata delle Moschee (chiamata anche dagli ebrei, Monte del Tempio) e dal quartiere Sheikh Jarrah, hanno lanciato enormi salve di razzi in Israele, sparandoli verso Gerusalemme, con la pretesa di difendere la santa moschea e i palestinesi dall’aggressione israeliana. Questi sono stati i primi attacchi missilistici su Gerusalemme dal dall’operazione Margine di Protezione nel 2014.

Israele ha poi risposto con attacchi aerei su Gaza, che secondo i funzionari sanitari palestinesi hanno ucciso 53 persone, compresi 13 bambini, mercoledì pomeriggio. Hamas ha lanciato più razzi a Tel Aviv, così come obiettivi più vicini a Gaza, come Ashkelon. I residenti delle città prese di mira dai razzi sono costretti a nascondersi in rifugi e gli attacchi missilistici hanno ucciso sette israeliani, aumentando la pressione sul governo israeliano per agire. I cittadini arabi si sono ribellati in diverse città, nelle città miste ebraico-arabe, tra cui Giaffa ma soprattutto Lod (Lydda) e Acre.

Una vera e propria escalation di violenza quella che si sta scatenando in Israele, Cisgiordania e Gaza, che ancora una volta palesa la natura profonda del conflitto tra israeliani e palestinesi, mettendo, però, ancor più in risalto come anche le dinamiche interne alle due parti finiscano per incidere sul livello di scontro.

Più nello specifico, nel campo palestinese, quello a cui si sta assistendo è la progressiva marginalizzazione di Fatah di Mahmoud Abbas e dell’Autorità Palestinese, di cui è Presidente e che governa la Cisgiordania, rispetto ad Hamas che, invece, controlla la Striscia di Gaza.

Come è noto, le tensioni tra Fatah e Hamas hanno dominato la politica palestinese dal 2006, quando Hamas vinse – per la prima volta nella storia dominata da Fatah – le ultime elezioni parlamentari dell’Autorità Palestinese per il Consiglio Legislativo Palestinese. Una volta conclusosi il conflitto armato tra le due fazioni, è andato in malora il tentativo di un governo di unità nazionale, il potere è stato smembrato nel 2007, come sopra ricordato. 

Nonostante i reiterati e molteplici sforzi di riconciliazione negli ultimi 15 anni, le fratture sono rimaste e la diffidenza non si è mai sopita: basti pensare che, recentemente, Facebook ha disabilitato gli account utilizzati dal Preventive Security Service – l’intelligence interna dell’Autorità Palestinese – usati per spiare giornalisti, attivisti per i diritti umani e oppositori politici in Cisgiordania, Gaza, Siria. 

Ad un parziale riavvicinamento si era potuto assistere, negli ultimi mesi, in occasione degli ‘Accordi di Abramo’ – voluti da Donald Trump e  che hanno formalizzato una pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, stata seguita dagli accordi di pace con Bahrein, Marocco e Sudan- che avevano visto entrambi le fazioni opporsi in modo duro. Altrettanto ferreamente i due principali movimenti politici palestinesi si sono opposti all’annunciata annessione unilaterale da parte di Israele delle colonie ebraiche nei Territori palestinesi in Cisgiordania e nella Valle del Giordano: “L’annuncio dell’annessione rappresenta un colpo di grazia alla prospettiva di uno stato palestinese ed equivale a una dichiarazione di guerra nei nostri confronti. Oggi siamo di nuovo riuniti, Fatah, Hamas e tutti gli altri, per prendere le decisioni necessarie a contrastare l’occupantre, che resta il nostro nemico”, aveva detto, in una rara conferenza stampa congiunta, Jibril Rajub, dirigente di Fatah insieme a Saleh al-Arouri di Hamas, collegato da Beirut.

Un barlume di riconciliazione era infine balenato nell’autunno del 2020 quando entrambe le parti hanno concordato nuove elezioni, le prime da quindici anni, ma queste sono state rinviate “a tempo indeterminato” da Abbas alla fine di aprile. Mentre l’Autorità Palestinese ha citato le restrizioni israeliane al voto dei residenti di Gerusalemme come la causa di questo ritardo, molti ipotizzano che sia stato più dovuto alla scarsa popolarità di Abbas nei recenti sondaggi, insidiato non solo da parte di Hamas, ma anche da un paio di gruppi scissionisti di Fatah, tra cui uno guidato da Nasser al-Kidwa, nipote del leggendario leader palestinese Yasser Arafat, e un altro dal potente ex-capo dei servizi di sicurezza di Fatah, in esilio, Mohammed Dahlan.

“Abbiamo accolto con rammarico la decisione di Fatah (il partito) e dell’Autorità Nazionale Palestinese espressa dal loro presidente, Mahmoud Abbas, di interrompere le elezioni palestinesi,” aveva affermato in un comunicato Hamas, critica nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di Fatah del rinvio e delle sue ripercussioni, considerando questo passo “un golpe contro il cammino verso la collaborazione nazionale e il consenso” “per calcoli diversi, non riguardanti Gerusalemme.” 

Inoltre, ha sottolineato Hamas, un ritardo rappresenta una resa al “veto dell’occupazione israeliana.” in quanto darebbe, de facto, allo Stato Ebraico il potere di impedire il voto palestinese. Addirittura il quotidiano “Al-Quds”, noto per essere vicino all’ANP, aveva rivelato che Abbas è stato sottoposto a pressioni da parte araba e statunitense perché rinviasse il voto così da impedire la vittoria di Hamas. 

In un certo senso, anche se le elezioni sono state rinviate, Hamas non ha rinunciato a voler dimostrare la sua forza e a collegare il suo movimento con la protezione di Gerusalemme, una questione con grande risonanza politica e religiosa, soprattutto durante il mese di Ramadan. In vista del voto, peraltro, Hamas aveva dato vita ad una lista elettorale di candidati denominata “Gerusalemme è il nostro destino”.

Ancor prima dell’avvertimento lanciato ad Israele da parte di Mohammed Deif, il leader dell’ala militare di Hamas, per lo sgombero dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, vittima dei ripetuti tentativi israeliani di modificare la demografia di questo sobborgo a maggioranza araba, il lancio di razzi, in segno di solidarietà con i palestinesi che protestavano contro la polizia israeliana che limitava l’accesso alla Porta di Damasco, uno degli ingressi principali alla Città Vecchia di Gerusalemme e un popolare luogo di incontro per i palestinesi, soprattutto durante il Ramadan dopo la preghiera serale, ha alzato l’asticella dello scontro, ergendo Hamas a difensore del popolo palestinese e mettendo in cattiva luce l’Autorità Palestinese, guidata da Fatah, che non era riuscita a rispondere direttamente alle tensioni a Gerusalemme anche perché ha ripreso la cooperazione per la sicurezza con Israele all’inizio di quest’anno, vedendosi accusata di complicità con Israele.

Nonostante sia molto attiva sulla scena internazionale – oggi Abu Mazen ha ricevuto un messaggio personale dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden – l’ANP sembra perdere terreno rispetto ad Hamas che, attraverso un suo portavoce, Fawzi Barhum, ha rimarcato: «Ci siamo assunti l’incarico di insegnare ad Israele a pensarci bene prima di attaccare i palestinesi».

Hamas e la sua ala militare, ha aggiunto, «seminano confusione nelle città di Israele. La Resistenza armata guidata da Hamas sa bene come condurre la campagna militare». Ora che il progetto elettorale di Abu Mazen è tramontato, «i portabandiera dei palestinesi siamo noi».

In un certo qual modo, Hamas spinge Abu Mazen all’angolo, lo obbligano a prendere atto dei fatti mentre incassano il supporto solidale dei leader musulmani più integralisti come Erdogan. Hamas si riprende la scena e crea uno spartiacque con quel mondo islamico e arabo che aveva ormai considerato inevitabile la pace con Israele. È la linea dura del pugno di ferro, del ‘muro contro muro’. 

Senza le urne per dimostrare la sua legittimità, Hamas, in bilico tra il governo di Gaza e il voler essere il principale gruppo di resistenza palestinese in Israele, ha tutto l’interesse a proiettare la sua immagine di volto della resistenza all’occupazione. Per certi versi, anche senza prevalere su Israele, ma solamente resistendo, o almeno provandoci, acquista consenso agli occhi dei cittadini, tentando di risalire la china, considerata la crescente insoddisfazione per la situazione a Gaza: nella Striscia, l’isolamento impedisce la crescita economica e il miglioramento della situazione sanitaria e questo, in un’eventuale elezione locale, potrebbe riservare brutte sorprese ad Hamas.

Il rapporto ostile di Hamas con il Presidente Mahmoud Abbas e il resto della leadership dell’Autorità Palestinese, che controlla la Cisgiordania, rende la situazione ancora più delicata. Entrambe le parti vedono la relazione come a somma zero e spesso progettano le loro politiche nei confronti di Israele come un modo per ottenere un vantaggio sull’altra.

Eppure Hamas rimane saldamente al potere a Gaza, e Israele e l’Autorità Palestinese temono che Hamas prenderà il potere anche in Cisgiordania. Questa debolezza di Fatah è un enorme vantaggio per Hamas che vede l’ANP come sempre più impopolare e scarsamente coesa, con un leader, Abbas, 85enne, senza un chiaro progetto futuro e, tanto meno, senza successore. L’altro elemento positivo per Hamas è la crisi politica che Israele sta attraversando, alla quarta votazione in due anni senza un governo stabile e reattivo. Le elezioni più recenti, tenutesi il 23 marzo, sono ancora impantanate in dispute tra vari partiti e fazioni e lunedì i colloqui di coalizione sono stati congelati dopo l’esplosione della violenza a Gerusalemme e Gaza. 

Una defaillance di cui il movimento palestinese ha provato ad avvantaggiarsi. Se Hamas continuerà gli attacchi missilistici, uccidendo pochi israeliani, Israele ha già risposto duramente e potrebbe intensificarsi ulteriormente, sia attraverso più attacchi aerei che forse sul terreno. 

A detta del portavoce della Difesa israeliana, Hadai Zilberman, il comando meridionale delle forze armate israeliane presenterà nelle prossime ore al comando generale dell’esercito dello Stato ebraico un piano per l’invasione da terra della Striscia di Gaza. Il piano sarà poi sottoposto alle autorità politica perché lo valuti. Le forze di terra al confine con la Striscia sono già aumentate e sono state mobilitate la brigata paramilitare, la brigata di fanteria del Golan e la settima brigata corazzata. «Tutti i comandi devono prepararsi ad un conflitto più esteso senza limiti di tempo», ha messo in chiaro il capo di stato maggiore, Aviv Kochavi.

Come riferito dal tenente colonnello Jonathan Conricus, portavoce dell’Idf: “Ci sono truppe che vengono spostate verso il confine. È una mossa preparatoria”, aggiungendo che ai comandanti e ai militari che si trovano al confine con Gaza è stato ordinato dal governo di prepararsi per “ogni eventualità di un’escalation”. I militari che attualmente si trovano al confine con Gaza “in pratica si stanno preparando per la battaglia“. Ma l’invasione “non è necessariamente la prima cosa che faremo domattina. Il nostro obiettivo è diminuire le capacità del nemico”. Intanto, però, sono stati richiamati altri 9mila riservisti, con il totale che sale così a 16mila, e sono state bloccate tutte le licenze.

«Non è che l’inizio», ha minacciato il Premier Benyamin Netanyahu avvertendo che Israele infliggerà «all’organizzazione terrorista colpi che non può neanche immaginare», “l’operazione continuerà per tutto il tempo necessario. Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all’esterno e contro i fuorilegge all’interno per riportare la calma nello Stato di Israele”. L’impressione è che anche Netanyahu stia ‘giocando sporco’ nel senso di sfruttare questa congiuntura a suo vantaggio. Per il Ministro degli Esteri palestinese, Riad al-Maliki: «È chiaro che Netanyahu sta combattendo per la sua sopravvivenza. Punta ad una escalation a Gerusalemme e Gaza per fini privati legati ai processi e all’isolamento sulla scena politica». Ai processi, infatti, qualora non venisse confermato Premier, non potrebbe sfuggire.

Il rivale di Netanyahu, Yair Lapid, ad un passo dalla formazione di un governo, in seguito agli episodi di violenza fra la popolazione araba, si è trovato in imbarazzo con i suoi partner Naftali Bennett e Gideon Saar visto che due giorni fa sembravano vicini alla meta con il sostegno di Mansur Abbas, leader della lista Raam che sostiene il movimento islamico in Israele. «I contatti sono sospesi», ha chiarito Mansur Abbas, «ne riparleremo quando gli animi si saranno calmati», ma nel partito Yamina di Bennett ora dilaga il dissenso e alcuni dirigenti hanno preannunciato che non daranno il loro appoggio ad un governo che si appoggiasse su «sostenitori del terrorismo». Questo impedirebbe a Lapid e Bennett di avere una maggioranza. «Adesso non si può più ipotizzare alcun governo che si basi sul sostegno di una lista araba», ha sentenziato Amit Segal. 

Ma, oltre ad avere un impatto sulle trattative di governo, le violenze nella popolazione araba in Israele potrebbe costituire un vero pericolo per la sicurezza dello Stato Ebraico: secondo il generale Udi Dekel, ex responsabile della pianificazione, capo dell’unità di intelligence dell’aeronautica militare, capo delegazione ai negoziati di Annapolis con i palestinesi: “Ora la priorità è il fronte interno, ricostruire il rapporto tra ebrei e arabi. Per la prima volta un partito arabo stava per entrare in un partito di governo. Le rivolte rischiano di farci fare enormi passi indietro”. Prima ancora che da Gaza, più che dal fronte nord libanese, il pericolo per Israele in questa nuova ondata di violenze viene dall’ “interno, dalle rivolte nelle città arabo-israeliane. Se fossi il primo ministro questa sarebbe per me la priorità: riportare israeliani e arabi al sentimento positivo della convivenza”.

Mentre palestinesi e israeliani si ritrovano sotto una pioggia di razzi, l’Egitto e altri Paesi, sotto la spinta degli Stati Uniti, potrebbero tentare di disinnescare la situazione. Certo è che, da un lato e dall’altro, le classi dirigenti potrebbero agire con maggiore lungimiranza e responsabilità, mettendo da parte i tornaconti personali. Lo faranno? È forse troppo presto per dirlo: la situazione è ancora tutta in divenire.

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