lunedì, Giugno 21

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La crisi Israele-Hamas irrompe nelle cronache internazionali.
Dopo la scoperta dei corpi dei tre seminaristi -Eyal, 19 anni, e Gilad e Naftali,16 anni- in uno dei villaggi di Hebron, in Cisgiordania, nella notte sono scattati i raid su Gaza contro 34 obiettivi. La casa di due militanti di Hamas, sospettati del sequestro è stata perquisita dai militari. E, nelle stesse ore, un 16enne palestinese di un campo profughi di Jenin, nella West Bank, è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco in una retata dei soldati israeliani.
Da Gaza, sono continuati a partire razzi verso gli insediamenti dei coloni. E, come ulteriore rappresaglia, il Ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha proposto la costruzione di nuove colonie nei territori contesi, una delle quali in memoria di Eyal, Gilad e Naftali.
Dalla Corte suprema israeliana è arrivato anche il via libera alla demolizione della casa, in Cirgiordania, di un membro di Hamas, responsabile dell’uccisione di un ufficiale di polizia israeliano. E il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha tuonato: «Serve un nuovo attacco contro l’organizzazione terroristica di Hamas, a Gaza, sul modello dell’operazione Scudo difensivo 2 di 10 anni fa per l’Intifada armata in Cisgiordania. Non dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia».

La notizia della morte dei tre giovani ha avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica israeliana. A Tel Aviv è arrivata la solidarietà della comunità internazionale. Nella giornata di lutto, in strada e anche all’estero, davanti alle ambasciate, centinaia di persone hanno ricordato con fiaccolate e sit-in le vittime dell’atto terroristico.
I funerali dei ragazzi, scomparsi nella notte tra il 12 e il 13 giugno, si sono svolti nel pomeriggio a Modin, una trentina di chilometri da Tel Aviv, nella massima tensione e nella partecipazione generale, alla presenza del Premier israeliano Benjamin Netanyahu.
In serata è tornato a riunirsi il Gabinetto di sicurezza israeliano, all’indomani della prima seduta «accesa», secondo le indiscrezioni, e irrisolutiva, del 30 giugno, che ha visto scontrarsi l’ala dei falchi sionisti (favorevoli a una nuova guerra contro Gaza), contro i vertici militari, i centristi e in parte anche gli esponenti del Likud (favorevoli a raid mirati nella Striscia e blitz in Cinsgiordania contro le strutture di Hamas).
Verosimilmente, nella notte potrebbero partire altri strike dell’aviazione israeliana nella Striscia. «Consideriamo Hamas responsabile del rapimento e dell’uccisione e sappiamo come saldare i conti con loro», ha ribadito il Ministro della difesa Yaalon, «continueremo a dare la caccia agli assassini, non avremo pace finchè non li avremo presi». Hamas, da parte sua, continua a negare ogni responsabilità, promettendo di aprire le «porte dell’inferno», in caso di offensiva.

In Iraq, nonostante gli aiuti di Usa, Russia e Iran, l’Esercito fatica a riconquistare Tikrit, città strategica in mano da tre settimane ai jihadisti dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante). Mentre si combatte, a Baghdad l’insediamento del nuovo Parlamento, eletto dalle legislative del 30 aprile scroso, è stato boicottato da 70 su 328 deputati: assenti, in larga parte, i parlamentari dei partiti sunniti e curdi.
La notizia bomba della giornata, comunque, è arrivata dall’Europa, con l’arresto a sopresa dell’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy, fermato, durante un interrogatorio nella sede di polizia, con le accuse di concussione e violazione del segreto istruttorio, nell’ambito dell’inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti della Libia di Muammar Gheddafi alla sua campagna elettorale del 2007.
Il fascicolo ha come corollario un procedimento sulla fuga di notizie delle intercettazioni nei confronti dell’ex capo di Stato conservatore. Nel dettaglio, gli investigatori intendono appurare se davvero Sarkozy, che si dice vittima della magistratura, abbia promesso una carica di prestigio a un giudice, in cambio della comunicazione del provvedimento giudiziario nei suoi confronti e della decisione di intercettare le sue telefonate.
Il fermo di Sarkozy prorogabile per 24 ore, poi si dovrà valutare se rilasciarlo o disporre nuove misure cautelative. Per i fedelissimi, si tratta di provvedimento «a orologeria», deciso dalla magistratura dopo «l’annuncio della possibilità che il leader torni alla guida dell’UMP (Unione per il movimento popolare, ndr) in autunno», in vista delle presidenziali del 2017.
Di certo, è la prima volta che in Francia, nei confronti di un ex presidente della Repubblica, protetto dall’immunità fin quando è in carica, viene disposto lo stato di fermo da parte della magistratura.

Ai confini dell’Unione europea (UE) che ha festeggiato la rielezione a maggioranza assoluta, con 409 i voti a favore su 612 espressi, di Martin Schulz (contestato dai connazionali tedeschi euroscettici e dagli indipendentisti inglesi dell’Ukip) a Presidente dell’Europarlamento, l’Ucraina vive ore caldissime.
Scaduto il cessate il fuoco, il neo Presidente Petro Poroshenko ha annunciato, come Comandante in capo delle Forze armate, di «attaccare i separatisti che da due mesi controllano gran parte delle regioni di Donetsk e Lugansk». Violenti combattimenti sono subito riesplosi a Est, con gli «attacchi aerei e di artiglieria contro i filorussi», ed è ripresa anche la tragica conta dei morti.
Almeno sette civili hanno perso la vita nell’attacco a un minibus a Kramatorsk. Un agente è rimasto ucciso nell’assalto dei separatisti al comando regionale della polizia di Donetsk, dove si è sparato, per tutta la notte, anche nella zona dell’aeroporto.
Sul monte Karachun, vicino a Sloviansk, i filorussi hanno abbattuto una torre di trasmissione tv alta 220 metri sul monte Karachun, vicino a Sloviansk. E, rotta la tregua, sono ripresi anche i rapimenti dei miliziani, che hanno sequestrato due reporter della tv ucraina Gromadsk. Altri due giornalisti russi sono rimasti feriti da un’esplosione per un colpo di mortaio.

 Formalmente, i negoziati tra Mosca, Kiev e l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) restano aperti e potrebbero svolgersi, nella prossima data, a Minsk, in Bielorussia. Ma il Cremlino ha chiesto con urgenza una riunione urgente con un gruppo di contatto, attaccando la Kiev che «dovrà rispondere dei crimini contro i civili nell’Est».
Per il Ministero degli Esteri russo, c’è «un’influenza di fattori esterni, dietro la decisione dell’Ucraina di non prolungare il cessate il fuoco». Ma delle nuove «azioni di guerra, si è comunque assunto la responsabilità militare e politica Poroshenko».
Il Presidente ucraino tira dritto, sostenendo che il «piano di pace resta in vigore». Quando Kiev vorrà, sarà «pronto a tornare al regime di cessate il fuoco in qualunque momento».

 

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