venerdì, Aprile 16

Israele e la protesta del budino al cioccolato Un prodotto molto popolare nel Paese risultato costare il 500% in più rispetto a un prodotto simile a Berlino

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Quella che è divenuta nota come la ‘protesta del budino al cioccolato‘ ha di recente occupato i discorsi nella società israeliana, sia sui media tradizionali sia sui social network. Tutto è iniziato quando un cittadino israeliano di 25 anniNaor Narkis, residente a Berlino ha pubblicato un post su Facebook, qualche settimana fa, in cui mostrava i prezzi di alcuni prodotti alimentari a Berlino paragonati ai prezzi di prodotti simili in Israele. La differenza era sconcertante, in alcuni casi fino al 300% o più. Uno dei prodotti era un budino al cioccolato molto popolare in Israele, il Milky, risultato costare il 500% in più rispetto a un prodotto simile a Berlino, da cui il nome “Milky Protest”. Il giovane autore del post ha incitato i giovani israeliani ad emigrare a Berlino, dove, sostiene, si può vivere ragionevolmente bene e mettere su famiglia con un lavoro normale.

Queste dichiarazioni hanno creato gran clamore nella scena politica e sui media. Il Ministro delle Finanze Yair Lapid, eletto principalmente grazie alla promessa di migliorare le condizioni di vita per la classe media e i giovani, ha reagito tempestivamente descrivendo l’incitamento all’emigrazione come tradimento e promettendo di portare più prodotti alimentari sotto la supervisione del governo. Le sue dichiarazioni non sono servite a placare il tumulto, anzi: hanno ottenuto l’effetto opposto. Sempre più giovani hanno iniziato ad esprimere la propria insoddisfazione per la loro situazione, e il post originale su Facebook ha raggiunto 1 milione di persone sugli 8 milioni totali della popolazione israeliana.

L’invito ai giovani israeliani a considerare l’emigrazione verso altri Paesi è il riflesso di un crescente senso di disaffezione dei giovani verso il sistema politico attuale. Hanno visto le grandi ondate di protesta del 2011 venire ignorate dal governo, le speranze riposte nel nuovo partito “There is future” (c’è futuro) andare in frantumi. I prezzi sono saliti di centinaia e migliaia di punti percentuali nell’ultimo decennio, mentre il salario medio è aumentato solo del 19% nello stesso periodo.

Il problema dei prezzi è che pochi, grandi cartelli hanno occupato il mercato e spinto i prezzi al rialzo, senza alcun efficace intervento anti-cartello da parte del regolatore. Ciò vale anche per il sistema bancario, dove le grandi banche hanno da tempo coordinato i prezzi dei servizi e non c’è una reale competizione che possa portare a un ribasso dei prezzi. In più, gli israeliani versano una percentuale consistente dei loro stipendi in tasse dirette e un’imposta del 18% sul valore aggiunto su tutti i beni ad eccezione di frutta e verdura. Anche i prezzi degli immobili si sono impennati nell’ultimo decennio, rendendo virtualmente impossibile per i giovani della classe media comprare una casa, o anche affittarne una, in aree dove si trovi lavoro.

Il Governo sta cercando di affrontare il problema immobiliare con l’annuncio di un’esenzione IVA sui nuovi appartamenti da 4 vani, ma la legge non è stata ancora approvata e i prezzi sono rimasti invariati. In aggiunta, la politica del governo negli ultimi dieci anni è stata (ed è) una politica di privatizzazione dei servizi, a discapito della sicurezza del lavoro, e il lievitare del budget per la difesa a seguito della recente guerra di Gaza ha distrutto ogni speranza di miglioramento della situazione economica nel prossimo futuro.

La situazione ha raggiunto un punto tale che Israele è diventato lo Stato con il più alto tasso di povertà tra i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il club delle democrazie abbienti. Nessuna meraviglia, quindi, che le giovani generazioni d’Israele siano disilluse e pronte a considerare opzioni di vita alternative al di fuori della madrepatria.

È indubbio che l’incitamento su Facebook abbia toccato un nervo scoperto tra i cittadini israeliani ebrei. Scegliere Berlino e la Germania, di tutte le nazioni, come destinazione per la chiamata all’emigrazione è sembrata una provocazione a molti. Solo 70 anni fa gli avi di questa generazione venivano sterminati nella più brutale maniera possibile sul suolo tedesco e di altre nazioni europee, e i loro discendenti sono disposti a tornarvi per vivere. La reazione  da parte della popolazione ebraica è stata carica di emotività.

Il giovane israeliano che ha dato il via alla protesta ha anche avvicinato la cancelliera tedesca, Angela Merkel, per chiederle di agevolare l’immigrazione dei giovani israeliani in Germania, una mossa che ha fatto ulteriormente infuriare una larga fetta della società israeliana. Il Web trabocca di infervorate opinioni pro e contro.

La reazione del governo finora, se si esclude quella molto limitata del ministro delle finanze, è stata di ignorare il movimento nella speranza che perda l’abbrivio. La chiamata a scendere in strada a protestare, come accaduto nel 2011, non ha finora avuto successo, principalmente a causa della delusione per i risultati delle proteste precedenti, ma non c’è dubbio che la rabbia e il risentimento nei confronti del governo siano presenti tra le giovani generazioni. La contestazione è al momento ancora in corso ed è troppo presto per prevedere se avrà conseguenze politiche nel futuro prossimo. Sarà determinante se il governo prenderà o meno delle misure per alleviare il fardello economico che i giovani israeliani devono sopportare.

Traduzione di Elena Gallina

 

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